Monopolio repubblicano

Corte suprema – Donald Trump nomina il giudice 49enne Neil Gorsuch, noto per le sue posizioni conservatrici, restaurando così una maggioranza di destra nella più alta istanza giudiziaria statunitense
/ 06.02.2017
di Federico Rampini

E adesso dove finiranno i «contropoteri», i famosi «checks and balance» che garantiscono la liberaldemocrazia americana dalle derive autoritarie? La destra si avvia a fare un «en plein» micidiale, restaurando una maggioranza repubblicana anche alla Corte suprema. Donald Trump blinda il massimo organo giudiziario e così facendo si rilancia: l’annuncio del suo candidato al tribunale costituzionale martedì scorso ha ricompattato la destra, uscendo da quei terribili quattro giorni di caos sul decreto anti-immigrati in cui il presidente era parso in evidente difficoltà, sulla difensiva, attorniato da un mare di critiche. Era una mossa attesa, cionondimeno gli è riuscita bene. C’era da riempire un seggio vacante nel «terzo potere» americano, quella Corte costituzionale che ha scritto tante pagine di storia di questo Paese.

Quasi un anno fa moriva Antonin Scalia, italo-americano, pilastro ultra-conservatore in un tribunale dove i repubblicani erano 5 contro 4. Toccava a Obama sostituire Scalia ma non ci fu verso. Forti della loro maggioranza al Senato, che deve ratificare le nomine presidenziali, per 11 mesi i repubblicani rifiutarono perfino di esaminare il candidato di Obama, benché fosse un centrista moderato. Ora assaporano la loro rivincita. Il Senato è sempre nelle loro mani, alla Casa Bianca c’è Trump, un ostruzionismo democratico potrà solo rallentare l’ineluttabile. «Useremo l’opzione nucleare» contro l’ostruzionismo, ha detto Trump: parole grosse, ma è un termine in gergo per la procedura d’emergenza che aggira le dilazioni della minoranza, la minaccia è già stata messa sul tavolo dai notabili repubblicani al Senato.Trump ha azzeccato il nome giusto.

Il suo uomo è Neil Gorsuch, che finora presiedeva la corte d’appello del Colorado, un magistrato dalle credenziali professionali impeccabili. Profondamente religioso e ultraconservatore, Gorsuch è un antiabortista che piace ai fondamentalisti evangelici i cui voti sono stati essenziali per Trump l’8 novembre. Ha fama di essere ostile a tutto ciò che va sotto il nome di «affirmative action» cioè le politiche intese a promuovere l’ascesa socio-economica delle minoranze etniche. È un giudice ideale per rafforzare la componente di destra che ritroverà così la maggioranza in seno alla Corte.Ha altre due qualità. A 49 anni diventerà il più giovane tra i giudici costituzionali e poiché l’incarico è a vita significa che la sua poltrona sarà prevedibilmente repubblicana per decenni.

Inoltre lui debuttò come allievo-aiutante di un altro membro della Corte, Anthony Kennedy. Quest’ultimo è un repubblicano, nominato da Ronald Reagan, ma è un moderato che non esita a schierarsi coi democratici se così gli detta l’indipendenza di giudizio. Kennedy è stato decisivo per far oscillare a sinistra la bilancia costituzionale, quando si spostava con la minoranza democratica. A 80 anni, Kennedy non vede l’ora di andare in pensione. La nomina di un suo allievo per il seggio vacante può rassicurarlo e spingerlo a ritirarsi. Questo darebbe la possibilità a Trump di nominare un altro giudice che sarebbe di sicuro ben più conservatore di Kennedy.Altri seggi potrebbero liberarsi per ragioni di età. L’autorevole decana democratica Ruth Bader Ginsburg ha 83 anni. È possibile che Trump diventi uno dei presidenti che lasciano un segno profondo nella Corte, con conseguenze che si misureranno per decenni. La contro-riforma di Trump, la volontà di demolire tutto ciò che ha costruito Barack Obama, investe temi che possono arrivare davanti ai giudici costituzionali: dall’immigrazione all’ambiente. Tra le riforme di Obama su cui la Corte potrebbe fare marcia indietro – dopo averle approvate in passato – ci sono i matrimoni gay e la sanità «Obamacare».

Potrebbero tornare in discussione conquiste più antiche come l’aborto. Le scuole private religiose avranno alleati potenti nel tribunale costituzionale. E il sogno dei progressisti di ottenere un’interpretazione più restrittiva del diritto alle armi, si scontrerà con l’interpretazione rigida del Secondo Emendamento.Può finire davanti alla Corte suprema un altro tema su cui Trump punta molto: il diritto di voto per le minoranze. Dietro le bugie che il presidente continua a cavalcare, sui milioni di immigrati illegali che avrebbero votato per Hillary Clinton, c’è un progetto caro alla destra soprattutto nel profondo Sud: impedire il voto ai neri e ad altre minoranze che furono decisive per portare Obama alla Casa Bianca. I brogli non esistono, lo hanno confermato i governatori repubblicani responsabili della regolarità delle elezioni. Ma la parola «brogli» è un segnale in codice: non si tratta di immigrati clandestini bensì di cittadini americani al 100%, con la pelle più scura, che si vogliono allontanare dai seggi elettorali.

La diffusione di controlli d’identità è lo strumento con cui la destra cerca di reintrodurre forme di segregazione pre-diritti civili. Impedirlo è una prerogativa del governo centrale. Ma gli Stati del Sud si appellano al federalismo presso la Corte suprema, per calpestare i diritti elettorali. Un monocolore repubblicano che controlla Casa Bianca, Congresso e Corte suprema, faciliterà ogni disegno di restaurazione.Sul nome di Gorsuch dunque si è ricompattata la maggioranza repubblicana che era parsa vacillare durante la tempesta sul decreto sigilla-frontiere, quello con cui il 27 gennaio il presidente aveva bloccato gli ingressi da sette paesi a maggioranza islamica, e sospeso l’accoglienza di profughi siriani.

Il culmine delle proteste contro quell’ordine esecutivo si era verificato con la discesa in campo di Barack Obama, costretto a tornare nell’arena politica contro il suo successore, appena dieci giorni dopo il pensionamento. Rompendo con la tradizione di non intervento degli ex presidenti, Obama si è unito alla vasta coalizione che protesta contro il bando anti-islamici. L’ex presidente si è detto «confortato dal livello di mobilitazione, che corrisponde esattamente a quello che vogliamo vedere quando i valori dell’America sono minacciati». Attraverso un portavoce, Obama ha espresso «disaccordo fondamentale rispetto al concetto di discriminare le persone in base alla loro religione». È un altro shock inaudito questo scontro fra due presidenti, ma è tutto senza precedenti nell’era Trump. Sembra quasi che il neopresidente se l’aspettasse, questo ritorno in forze del predecessore. Prima ancora, infatti, Trump si era difeso tirando in ballo Obama: invocando il precedente del 2011 in cui era stato sospeso per sei mesi l’afflusso di rifugiati iracheni; e attribuendo a Obama stesso la selezione dei sette paesi più rischiosi come potenziali riserve di terroristi.

Si accentua l’isolamento di Trump nel mondo, senza che questi dia il minimo segno di pentimento. All’estero le condanne sono venute dall’Onu, da alleati-ex-occupati come l’Iraq dove il Parlamento chiede ritorsioni, fino a includere la Gran Bretagna. A Londra una petizione per cancellare l’invito della Regina Elisabetta a Trump ha raggiunto in poche ore 1,5 milioni di firme. Perfino un populista del fronte Brexit come il ministro degli Esteri Boris Johnson ha definito «fortemente controverso» l’ordine esecutivo sulle frontiere.All’interno degli Stati Uniti il gesto estremo di Trump ha creato una fronda di diplomatici, con un memorandum di mille dirigenti ribelli al Dipartimento di Stato che vogliono ignorare le direttive. Ma il portavoce del presidente gli ha risposto secco: «Se non siete d’accordo, andatevene». Più complicato per la Casa Bianca è l’ostacolo del federalismo: diversi ministri della Giustizia degli Stati Usa governati dai democratici fanno ricorso per incostituzionalità del decreto sigilla-confini.

Questo accresce le forze messe in campo sul fronte giudiziario, dopo che vari magistrati federali avevano bloccato con ordinanze locali le espulsioni dagli aeroporti di New York, Boston, Washington, San Francisco, generando confusione.Una certa cacofonia c’è anche ai piani altri dell’Amministrazione dove il generale John Kelly, nuovo segretario alla Homeland Security, voleva esentare dal blocco i detentori della Green Card. Poi questo gesto deve essere sembrato un dietrofront che sconfessava il presidente, e quindi per le Green Card si è tornati a un limbo di controlli discrezionali. Non basta avere questo «permesso legale di residenza permanente» (nome ufficiale della Green Card), se si è cittadini di uno dei sette paesi inclusi nel bando bisogna comunque ottenere un «waiver» o esenzione dalle autorità consolari Usa del proprio Paese.

E Trump passa all’attacco contro quella Silicon Valley che lo ha criticato duramente: minaccia un riesame dei visti H1B, quelli usati dalle aziende hi-tech (e non solo loro) per assumere personale qualificato dall’estero.Ma chi legga la stampa europea, o giornali liberal come il «New York Times» e il «Washington Post», può avere una sensazione sbagliata. Può pensare cioè che Trump si sia cacciato in un vicolo cieco, in un isolamento drammatico. C’è perfino chi sogna il suo impeachment. In realtà quella parte di America che lo ha eletto non lo molla. Nell’insieme ha l’impressione che il presidente stia mantenendo quello che prometteva nei suoi comizi elettorali. Alla lettera. E già questa è una novità positiva rispetto all’immagine dei politici tradizionali che promettono una cosa e ne fanno un’altra. Inoltre il partito repubblicano ha una maggioranza confortevole, l’impeachment quindi dovrebbe votarlo almeno una parte dei parlamentari della destra. Che non ci pensano proprio.