L'OCSE ripropone l'imposta di successione

Poco efficace sul piano fiscale, trova scarse giustificazioni tanto sul piano etico, quanto su quello puramente economico. In Svizzera la proposta di introdurla a livello federale venne bocciata nel 2015 dal 71% dei votanti
/ 21.06.2021
di Ignazio Bonoli

Nei paesi più industrializzati sembra tornare di moda l’imposta sulle successioni, mentre alcuni paesi non l’hanno mai applicata e altri (compreso il canton Ticino nel 2000) l’hanno abolita, almeno per ascendenti e discendenti diretti. Ora però, su pressione di alcuni paesi industrializzati, ci si è messa anche l’OCSE. Nella sua ultima analisi, l’organizzazione, solitamente molto prudente, prende chiaramente partito per questa imposta e tenta di farla apparire accettabile, poiché finalizzata a rifinanziare le enormi spese causate dalla lotta contro l’epidemia di Coronavirus.

Essa le attribuisce virtù quali quella di fautore della parità fra ceti sociali o almeno di artefice di una riduzione delle disparità e della cattiva distribuzione delle ricchezze. Le attribuisce inoltre un ruolo importante anche per il finanziamento delle rilevanti spese rese necessarie dalla lotta contro la pandemia da Coronavirus. E questo proprio nell’intento di ridurre le disparità create negli ultimi due anni e di migliorare l’efficienza dei sistemi fiscali nazionali.

Le disparità dei patrimoni, negli ultimi decenni, hanno subito un aumento considerevole negli Stati Uniti. Disparità che invece sono cresciute poco in paesi come Germania, Francia, Gran Bretagna o Corea del Sud. Per contro – statisticamente – è molto evidente la forte diminuzione delle disparità, cioè la percentuale di coloro che detengono i patrimoni maggiori rispetto alla maggior parte dei meno fortunati. Il che può far pensare che un’introduzione generalizzata di una nuova imposta non sia particolarmente urgente. Tuttavia, per giustificarne la necessità, l’OCSE si appella all’efficacia di questa imposta.

Va detto che, sul piano teorico, anche per ambienti liberali, questa imposta crea qualche dilemma. Per esempio il premio Nobel James Buchanan aveva a suo tempo ventilato l’idea di un’imposta di successione al 100%, di modo che tutte le generazioni potessero ripartire alla pari. Tuttavia molti pensatori hanno seguito la scuola di Chicago di Milton Friedman che aveva ottenuto la soppressione dell’imposta negli Stati Uniti. L’esempio classico di queste tesi era quello di due coppie di sposi che durante la loro vita avevano gestito in proprio un’azienda. Mentre, dopo il pensionamento, una delle coppie ha vissuto in modo da scialacquare il suo patrimonio, l’altra ha continuato a vivere in modo modesto, e fu fiera di lasciare il patrimonio ai suoi eredi.

In concreto sono parecchi i motivi per cui anche in questi momenti di necessità finanziarie, non è opportuno introdurre una nuova imposta. Non solo a livello nazionale, ma nemmeno a livello cantonale. A parte le questioni di principio per cui lo Stato non dovrebbe mettere le mani sui beni delle famiglie, non va dimenticato che proprio in Svizzera i cantoni (e anche i comuni) applicano un’imposta sulla sostanza. Si arriverebbe perciò a colpire due volte fiscalmente il medesimo patrimonio. Senza contare che anche l’imposta sulla sostanza viene tollerata soltanto a livelli bassi. In caso contrario si provocherebbe, in molti casi, una progressiva distruzione proprio del capitale che genera l’utile sul quale si applica l’imposta principale.

Questo vale a maggior ragione per le successioni nelle piccole e medie aziende, spesso a conduzione familiare. In sostanza la tassa di successione punirebbe il risparmio privato. Non a caso, nel 2015, la proposta di introdurre la tassa di successione a livello federale è stata respinta dal 71% dei votanti. Appare perciò pretestuoso quando l’OCSE pretende che questa tassa sarebbe «efficiente», nel senso che si applica una sola volta e, quindi, provoca pochi costi amministrativi.

A giustificazione del rimprovero di tassare due volte uno stesso capitale, l’OCSE argomenta che anche l’IVA colpisce due volte uno stesso reddito già tassato, ma dimentica il ruolo delle imposte di consumo. È però evidente che ogni imposta o tassa, diretta o indiretta, non invoglia a risparmiare e, paradossalmente, riduce il substrato fiscale stesso a lunga scadenza.

Ci si può chiedere come mai l’OCSE possa parlare dei vantaggi dell’imposta di successione, ben sapendo che a livello di paesi industrializzati genera in media solo lo 0,5% delle entrate fiscali. In Svizzera qualcosa di più. Nel canton Zurigo, per esempio, colpisce solo il 13% delle masse ereditarie, ma negli Stati Uniti solo lo 0,2%, poiché si applica solo per le sostanze più elevate. Va però anche notato che, nella maggior parte dei casi, le sostanze ereditate fanno parte del capitale di aziende e non è per nulla opportuno tassare questo capitale. Tanto meno in un momento in cui una ripresa dell’economia è molto più urgente – e in sé anche più efficace – del finanziare un debito pubblico molto cresciuto.