Litio, rame e oppio: i tesori di Kabul

Con il ritorno al potere dei fondamentalisti è probabile che gli aiuti internazionali si riducano drasticamente. Il Paese può però contare su un mondo che vive di tecnologia e sull’avanzata della Cina nell’economia mondiale
/ 30.08.2021
di Marzio Minoli

Per vent’anni, da quando fu instaurata la democrazia nel 2001, l’economia afgana ha vissuto soprattutto grazie agli aiuti internazionali. Oggi, con il ritorno al potere dei talebani, questi aiuti potrebbero ridimensionarsi drasticamente. Usiamo il condizionale in quanto non è ancora chiaro quale atteggiamento avranno Cina e Russia di fronte al nuovo Governo. Ma queste sono questioni complesse. Qui vogliamo parlare di economia, ovvero di cosa vivranno in Afghanistan da oggi in poi.

Cominciamo con lo snocciolare qualche cifra per dare il quadro generale della situazione. Il Prodotto interno lordo afgano è di circa 20 miliardi di dollari. A titolo di paragone quello svizzero è di 750 miliardi. Ma ancora più vicino a noi, quello del Canton Ticino è di 25 miliardi. La grossa differenza è che in Afghanistan vivono 40 milioni di persone. Già solo questo dato ci mostra come a volere una fetta di torta, non delle più grandi, siano in molti. Ergo si tratta di uno dei Paesi più poveri del mondo. Come detto negli ultimi vent’anni a sostenere l’economia sono stati principalmente gli aiuti esteri. Secondo un rapporto della Banca mondiale del marzo 2021, il settore privato è molto fragile. Basti pensare che il 44% della forza lavoro è impiegato nell’agricoltura e che almeno il 60% di ogni economia domestica ha il reddito, o parte del reddito, dipendente da questo settore. E fare business in Afghanistan non è facile. Il Paese occupa il 173. posto su 190 per quel che concerne le condizioni per poter operare.

La spesa pubblica (sempre nel marzo 2021) era finanziata al 75% dagli aiuti internazionali e per il 30% si trattava di risorse impiegate per la sicurezza. Una cifra impressionante se si pensa che la media dei Paesi a basso reddito spende circa il 3%. Un Paese che non invoglia certo gli investitori esteri a spostare le attività entro i suoi confini. Negli ultimi due anni non ci sono stati investimenti esteri e dal 2014 ci sono stati solo quattro progetti «partiti da zero». Statistiche che sono state fornite dall’Onu. Come detto, con l’arrivo dei talebani probabilmente vi sarà un drastico taglio degli aiuti internazionali. Ma il disimpegno internazionale è iniziato almeno una decina di anni fa. Nel 2009 infatti gli aiuti internazionali erano praticamente il 100% del Pil. Nel 2020 questa percentuale era scesa al 42,9%, sempre stando ai rapporti della Banca mondiale. Non per nulla la crescita economica è passata da una media del 9,4% nel periodo 2003-2012, al 2,5% tra il 2015 e il 2020. Meno aiuti, meno prosperità, se così vogliamo chiamarla, e parallelamente disimpegno militare graduale. E intanto i talebani avanzavano. Questa la fotografia dell’Afghanistan degli ultimi anni. Ma da oggi in poi l’economia come si evolverà?

Rispetto al periodo 1996-2001 ci sono almeno due nuovi elementi che potrebbero giocare un ruolo molto importante per l’economica afgana. Il primo è che al giorno d’oggi il mondo vive di tecnologia. Smartphone, computer e via dicendo. Nel solo Afghanistan, secondo la Banca mondiale, l’accesso alla telefonia mobile nel 2002 arrivava all’1% della popolazione. Oggi siamo al 60%. Ma è così in tutto il mondo. E uno dei materiali fondamentali per questo settore è il litio, necessario per le batterie. Il sottosuolo dell’Afghanistan ne è pieno, tanto da far dire a un generale statunitense che il Paese può essere considerato «l’Arabia saudita del litio». Miniere che sono sempre esistite, come quelle di altri materiali, ma che a causa della forte instabilità di questi due decenni non sono mai state sfruttate adeguatamente.

Un altro elemento di diversità degli ultimi vent’anni è la presenza preponderante della Cina sullo scacchiere economico internazionale. La Cina già da qualche anno ha messo gli occhi (e le mani) su alcune miniere, soprattutto di rame. Ma, stando alle dichiarazioni di Pechino, prima di impegnarsi ulteriormente si vuole che il Paese raggiunga una certa stabilità. Una curiosità: l’industria del burka ora vivrà un secondo momento di espansione. Confezionare un burka è un lavoro che richiede molto tempo e dedizione. Ebbene, molte famiglie che hanno vissuto di questo da qualche tempo sono in grosse difficoltà. Infatti proprio i cinesi riescono a produrre burka in quantità molto maggiori e a prezzi decisamente inferiori, lasciando senza lavoro molte famiglie afgane.

Altre importanti fonti di entrate sono tasse e balzelli che vengono imposti sui commerci legali transfrontalieri, ma non si può non citare il settore degli stupefacenti. L’Afghanistan è il più grosso produttore di oppio. Ne produce l’80% del totale mondiale. Nel 2020 la produzione è cresciuta del 37%, secondo l’agenzia Onu che si occupa di stupefacenti. Il fatturato, di tutte le droghe, è stato stimato in 6,6 miliardi di dollari. E l’importanza di questa voce è anche storica. Nel luglio 2001 il famoso Mullah Omar aveva proibito la coltivazione del papavero da oppio, salvo poi fare marcia indietro. Purtroppo la droga è una fonte troppo importante per il sostentamento di molte famiglie.