Le ambizioni di Modi

India – L’intesa suggellata dall’abbraccio fra il premier indiano e il presidente Trump mira a sconfiggere il terrorismo internazionale e a fare fronte comune nei confronti del Pakistan e della Cina con i quali sono ai ferri corti
/ 10.07.2017
di Francesca Marino

Narendra Modi è di nuovo in viaggio e, come sempre, i suoi viaggi fanno versare al resto del mondo, ma soprattutto ai paesi vicini, fiumi di inchiostro. A ovest i commenti riguardano principalmente il solito folklore che sembra ormai impossibile scrollarsi di dosso quando si parla dell’India. Più a est, i toni si fanno invece sempre più accesi per diversi motivi. La cronaca narra dell’incontro tra Modi e Donald Trump: preceduto da uno scambio di tweet molto più che cortesi, e immortalato dall’ormai storico abbraccio «da orso» tra i due. Sempre per la cronaca, Washington ha approvato la vendita all’India di droni per la sorveglianza navale e di aerei C-17 e ha messo in cantiere una grossa esercitazione militare a tre, India-Usa-Giappone nella Baia del Bengala. Sono stati firmati altri trattati di natura commerciale e Trump ha accettato l’invito di Modi a visitare l’India.

Un successo, ma soprattutto un successo di natura diplomatica: perché al netto di tutte le osservazioni di costume e le roboanti dichiarazioni pre e post vertice, restano le dichiarazioni congiunte rilasciate dai due leader e, soprattutto, una mossa a sorpresa di Washington che ha provocato reazioni decisamente scomposte in Pakistan. Qualche ora prima dell’incontro tra Trump e Modi, gli Stati Uniti hanno inserito Syed Salauddin nella lista dei terroristi internazionali. Syed Salauddin, capo dell’Hizb-ul-Mujahidin che opera nel Kashmir indiano, risiede felicemente a Islamabad protetto come da manuale dall’esercito e dalla politica. Non ha mai negato di essere l’organizzatore di attentati e stragi in territorio indiano, anzi: qualche giorno dopo è apparso in TV, su una rete pakistana ovviamente, a ribadire che non ha alcuna intenzione di «smettere di combattere per la libertà del Kashmir».

Dopo un paio di giorni di silenzio, Islamabad ha reagito dichiarando che Salauddin non è un terrorista ma un partigiano che lotta per la libertà del suo popolo e che il Pakistan non ha alcuna intenzione di metterlo in galera. Il portavoce degli esteri Nafees Zakaria ha testualmente dichiarato che: «Ogni tentativo di equiparare la pacifica lotta indigena dei kashmiri al terrorismo internazionale, e di etichettare come terroristi gli individui che sostengono il diritto all’autodeterminazione è inaccettabile». Tralasciando i commenti sull’uso dell’aggettivo «pacifico» a proposito di bomb blast e stragi compiute dagli individui in questione, si torna sempre al punto di partenza. Vale, per Islamabad, il principio già più volte applicato nei confronti di Mohammed Hafiz Saeed e compagnia bella: il gentiluomo in questione non ha commesso alcun reato in territorio pakistano, quindi non è colpevole di nulla. Come il succitato Hafiz Seed, come gli Haqqani e come tutti gli altri «terroristi buoni» ospitati in Pakistan. A rincarare la dose, è arrivata la dichiarazione congiunta rilasciata dai due leader: in cui si ribadisce l’intenzione di lavorare a stretto contatto per sconfiggere il terrorismo internazionale e si invita il Pakistan a fare in modo che il suo territorio non faccia da base per gli attacchi terroristici lanciati verso altri paesi. Si invitano inoltre «tutte le nazioni a risolvere pacificamente e in osservanza delle leggi internazionali le dispute territoriali e marittime in corso».

Il riferimento alla Cina, con cui sia gli Stati Uniti che l’India sono ai ferri corti per la questione del South China Sea, non è nemmeno tanto velato. E le reazioni di Pechino, a dire la verità piuttosto bizantine, non si sono fatte attendere. Qualche giorno dopo il «Global Times», quotidiano cinese portavoce del governo, pubblicava difatti un articolo in cui si accusava l’India di aver violato il confine indo-cinese (non la parte disputata ma quella non soggetta a discussioni) soltanto per mostrare a Donald Trump la determinazione di New Delhi a contrastare la crescita della Cina e in cui Modi veniva dipinto come patetico arrampicatore che cercava di ingraziarsi Washington a ogni costo.

Da parte pakistana arrivavano invece i commenti indignati del Ministero degli esteri che definiva la dichiarazione di Modi e Trump «peculiarmente inutile per raggiungere l’obiettivo di ottenere stabilità strategica e pace duratura nel sud dell’Asia. Omettendo di menzionare le fonti principali di tensione e instabilità nella regione, la dichiarazione aggrava una situazione già molto tesa». Il ministro degli Interni Chaudry Nisar rincarava ancora la dose, accusando gli Usa di «falsa» giustizia e di ignorare la tragedia del Kashmir per cui «non valgono le norme internazionali sui diritti umani». Sembra la classica storiella del bue e dell’asino, ma è rimarchevole la faccia tosta o, per usare la frase più «alta» degli analisti locali, lo «state of denial» che affligge ormai cronicamente Islamabad.

Modi, intanto, tira dritto per la sua strada. E cerca di bilanciare le concessioni piuttosto impopolari che è stato costretto a fare in patria ai partiti di estrema destra con i successi a livello internazionale. D’altra parte Modi non ha mai nascosto di aver particolarmente a cuore la politica estera e l’economia. Poco dopo il suo insediamento, e non era mai successo prima, le linee guida della politica estera indiana sono state pubblicate a cura del ministero degli Esteri sotto il titolo di «Fast Track Diplomacy». Che in pillole vuol dire attenersi a qualche punto fondamentale che fa da corollario alla linea guida fondamentale di tutta la politica di Modi: «India First». Prima l’India, che mira a rivestire un ruolo di leadership regionale in cui anche i vicini si possano riconoscere. La dottrina Modi, un mix calcolato di vecchie e nuove strategie, tende ad assicurarsi che il subcontinente indiano, e il Far East, rimangano pluralistici e non divengano invece sempre più sino-centrici.

In questa direzione vanno gli accordi di cooperazione economica e la creazione di organismi commerciali tra paesi e le relazioni diplomatiche strette con i singoli stati. E in questa direzione l’ipotesi che l’India riesca a sviluppare l’ambizioso piano di assicurare libero mercato a una serie di altri stati del subcontinente indiano come il Nepal (che si sottrae sempre più alla tradizonale influenza indiana per gettarsi in braccia cinesi), lo Sri Lanka e il Bangladesh: nazione da sottrarre, secondo gli indiani, alla nefasta influenza dei servizi segreti pakistani e a tentazioni integraliste e che è stata identificata anni fa da Goldman Sachs come una delle economie cosiddette «N-11» destinate a entrare a far parte del BRIC di futura generazione. In sostanza l’India a questo punto, per usare le parole del molto citato Modi, ambisce a «rivestire, a livello globale, un ruolo di leadership e non più a bilanciare semplicemente i poteri».

Dopo gli Stati Uniti, Modi è volato a Israele per incontrare Netanyahu che lo ha accolto quasi trionfalmente: a Israele l’elezione di Modi è stata considerata «un punto di svolta nelle relazioni» tra i due Paesi, e sono pronti alla firma una serie di trattati che spaziano dalla collaborazione in materia di agricoltura a Bollywood, alla collaborazione militare e strategica. Anche questa mossa ha provocato tracolli di bile tra Pakistan e Cina, e anche questa mossa, secondo Modi, è destinata ad accrescere l’importanza dell’India a livello internazionale. Perché se è vero che le relazioni tra India e Stati Uniti sono sempre più strette, e che hanno giocato un ruolo fondamentale fino a questo momento nei complessi equilibri dell’area geopolitica, è vero anche che gli Stati Uniti sono percepiti, sia in India che in Cina, come «superpotenza in declino» non più in grado di contrastare efficacemente le mire espansionistiche cinesi.

Così, Modi gioca su diversi tavoli ribaltando forse per sempre decenni di politica indiana. La vecchia strategia dell’ago della bilancia, del non prendere posizioni definite su questioni generali ma soltanto su singoli problemi, del giocare da libero battitore ma sempre in difesa, sembra essere stata mandata per sempre in soffitta. Ciò che interessa il governo di Narendra Modi è la «global governance» e il prendere definitivamente posto tra quelli che fanno la Storia e la politica e non tra coloro che la subiscono. Non rimane che stare a vedere.