L’America riscopre la minaccia

Muslim Ban – Gli americani, soprattutto la maggioranza dell’elettorato trumpiano, non hanno ancora assorbito il trauma dell’11 Settembre. Ma questo decreto rivela anche lo spirito del tempo, attraversato da una grande crisi d’identità
/ 13.02.2017
di Lucio Caracciolo

Il provvisorio divieto all’immigrazione dei cittadini di sette paesi islamici – Siria, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Libia – promulgato da Donald Trump il 27 gennaio, poi sospeso da un giudice del tribunale federale di Seattle e oggetto di disputa fra i poteri americani, svela il carattere profondo della visione del mondo del nuovo presidente e dell’America che è con lui. Gli Stati Uniti si considerano in guerra non contro il terrorismo islamista, ma contro l’«islam radicale» (Trump dixit). In realtà, l’aggettivo è pleonastico. Quella della nuova amministrazione è una vera e propria guerra di religione. Crociata moderna. Perché Washington (ri)scopre la centralità della minaccia jihadista – anzi, islamica – dopo che per otto anni, con Obama, l’aveva declassata a fenomeno secondario, fino ad abolire persino il termine «guerra al terrorismo»?

La ragione principale, confermata da vari sondaggi, è che gli americani non hanno ancora assorbito il trauma dell’11 settembre. Naturalmente, pochi fra i sostenitori di Trump notano che il paese da cui proveniva la grande parte degli attentatori di quel fatidico mattino americano era l’Arabia saudita, espunta dall’elenco dei sette «cattivi» selezionati dal neopresidente. Negli ultimi mesi, pur in assenza di attacchi paragonabili a quello che abbatté le Torri Gemelle e colpì il Pentagono, la paura di nuovi attentati sembra attanagliare buona parte dell’opinione pubblica. Soprattutto, la netta maggioranza dell’elettorato trumpiano. Di qui la richiesta di misure drastiche di prevenzione, anche in contrasto con lo spirito originario della nazione – ma non con alcuni suoi comportamenti in tempo di guerra, che colpirono le minoranze «pericolose» nelle due guerre mondiali. E la promessa del presidente di presentare entro un mese dall’insediamento un piano dettagliato per «eradicare» definitivamente lo Stato Islamico, considerato oggi l’emanazione più minacciosa della galassia islamista.

Qualche ulteriore elemento per capire lo sfondo ideologico-geopolitico dei «falchi» dominanti nella nuova amministrazione lo offre la lettura di un saggio pubblicato lo scorso anno dall’attuale consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale Michael T. Flynn. S’intitola The Field of Fight (Il campo di lotta) ed è stato scritto a quattro mani con Michael Ledeen, veterano dell’intelligence a stelle e strisce. Flynn vi descrive la superpotenza come impegnata in una guerra mondiale destinata a durare generazioni contro gli «islamisti radicali», alleati con Corea del Nord, Russia, Cina, Cuba e Venezuela. Quasi una partita Usa-Resto del Mondo, con un nemico variegato, perfido e numeroso. È chiaro che se questo scenario è valido ne consegue che Washington deve mobilitare tutte le risorse disponibili per vincere la guerra.

Infine, il decreto di Trump rivela lo spirito del tempo – almeno nella pancia della nazione americana, in particolare nei cosiddetti «flyover States», compressi fra le due coste e le loro popolazioni assai più liberali e cosmopolite. Questa America soffre di una crisi di identità. Soprattutto per effetto dell’immigrazione ispanica, la «razza padrona» bianca si sente minacciata nelle sue certezze di gruppo dominante. Vede in pericolo il proprio primato, fondato su due secoli e mezzo di storia. In questo scenario, distinguere fra flusso immigratorio da paesi musulmani e potenziali terroristi islamici è esercizio troppo faticoso per menti piuttosto eccitate.

Allo stesso tempo questa vicenda svela i limiti dei poteri del presidente. L’America non è una dittatura e Trump non è – anche se talvolta sembrerebbe volerlo essere – un dittatore. Le reazioni suscitate nell’opinione pubblica, nel Congresso e negli apparati istituzionali – a cominciare dal potere giudiziario – testimoniano della vivacità del sistema di pesi e contrappesi che da sempre caratterizza la repubblica a stelle e strisce. L’esito del braccio di ferro fra Trump e alcuni giudici sarà un primo test del confronto fra Casa Bianca e altri centri di potere disseminati a livello federale come nei singoli Stati. Entro qualche anno avremo probabilmente un quadro nuovo dei rapporti di forza nel parallelogramma istituzionale, proprio nel momento in cui la stragrande maggioranza degli americani mostra sfiducia nel sistema politico e in entrambi i partiti. 

Tale scontro intestino si rifletterà inevitabilmente sulla proiezione della superpotenza nel mondo. Fino a che punto l’impero americano è compatibile con le dispute interne alla federazione? Quale sarà l’impatto di tali conflitti sull’immagine globale degli Stati Uniti? In particolare, come reagiranno i musulmani a una sfida così esplicita e muscolosa?

La galassia islamica è estremamente variegata. Oggi molti musulmani sono in guerra, soprattutto contro altri musulmani. Trump potrebbe un giorno rivelarsi come il catalizzatore di un odio diffuso e specifico di islamici di varia etnia, cultura e vocazione contro gli Stati Uniti d’America. In tal caso, lo scopo stesso dell’ordine esecutivo del 27 gennaio sarebbe rovesciato, esponendo ancor più l’America proprio a quei pericoli che Trump promette di voler stroncare. Paradosso dei paradossi, una sequenza di attentati di matrice jihadista negli Usa avrebbe probabilmente l’effetto di cementare attorno al presidente il consenso non solo dei suoi sostenitori, ma anche di molti suoi attuali oppositori. L’effetto di compattamento patriottico sarebbe scontato. Ma vogliamo credere che questo non fosse lo scopo di Trump, firmando quel decreto.