La Via della Seta arriva in Pakistan

Corridoio economico – L'importante e costoso progetto CPEC, frutto dell’amicizia fra Pechino e Islamabad, è sorvegliato delle truppe cinesi per difendere il confine dalla minaccia terroristica
/ 30.01.2017
di Francesca Marino

Si chiama China-Pakistan economic Corridor, per gli amici (e i detrattori), CPEC. Il progetto, frutto dell’amicizia «dolce come il miele e profonda come l’oceano» tra Cina e Pakistan, fa parte in realtà di un più ampio progetto cinese, il programma One Belt One Road (OBOR) che mira a ricostituire e ampliare l’antica Via della Seta. In particolare, il CPEC consiste in una serie di autostrade, ferrovie e centrali energetiche che connetteranno Kashgar, nello Xingjang a Gwadar, in Balochistan. Secondo gli accordi presi tra Islamabad e Pechino, i cinesi dovrebbero costruire una nuova autostrada tra Karachi e Lahore, ricostruire la Karakorum Highway, costruire un gasdotto dall’Iran a Gwadar, nuove centrali elettriche per sopperire alla endemica carenza di energia del Pakistan, sviluppare altre fonti di energia a carbone e a gas, costruire oleodotti e gasdotti nel Paese. Sono già in costruzione ottocento chilometri di fibra ottica per sviluppare le comunicazioni nel Gilgit-Baltisan che nelle intenzioni dovrebbe diventare una zona economica speciale.

E poi c’è il porto di Gwadar, finestra privilegiata sul Golfo e sull’Oceano Indiano. L’investimento cinese nel progetto è di circa cinquanta miliardi di dollari e secondo i pakistani produrrà un incremento del 2,5 per cento del Prodotto Interno Lordo oltre a creare migliaia di posti di lavoro. La prima nave cinese è già arrivata a Gwadar, in Balochistan sventolano bandiere cinesi assieme a quelle pakistane ma, a parte il governo, in Pakistan nessuno crede alle promesse di Pechino. Per costruire strade e infrastrutture per il porto, la terra è stata espropriata senza che i legittimi proprietari abbiano ricevuto alcun compenso. Non solo: i posti di lavoro promessi sono andati, nel caso del Balochistan, a lavoratori «importati» da altre provincie pakistane e non ai locali.

Nella sola provincia sono stati dislocati tredicimila soldati per «proteggere» i lavoratori cinesi e i loro investimenti. La stessa cosa succede nel Gilgit-Baltisan, altra regione militarmente occupata dalle truppe nazionali. La grande via dell’amicizia cino-pakistana attraversa difatti per tre quarti regioni in subbuglio: lo Xingjang cinese, dove la minoranza Uighuri viene costantemente schiacciata: ed è interessante notare per inciso come il Pakistan, così attento a supportare i fratelli musulmani e i loro diritti, non abbia mai speso una parola per i musulmani Uighuri. Il corridoio attraversa il Gilgit-Baltisan, dove lo Stato brilla per repressione della minoranza sciita, per occupazione militare del territorio e per assoluta noncuranza verso i bisogni della popolazione. Attraversa il Kashmir pakistano per arrivare infine in Balochistan, i cui cittadini si rifiutano di considerarsi pakistani e di riconoscere l’autorità di Islamabad sulla provincia annessa a forza all’epoca della formazione del Pakistan. I ribelli separatisti annunciano ritorsioni e attentati, dichiarando di avere contatti con ribelli nel Kashmir pakistano e nel Gilgit-Baltisan.

La Cina controlla ormai saldamente il Pakistan, sia in senso economico che politico e Islamabad, sempre più isolata politicamente e dipendente a livello economico dalla buona volontà altrui, deve volente o nolente ballare al ritmo di Pechino. Nella abituale miopia indocentrica di un Paese governato di fatto dall’esercito che per giustificare la sua stessa esistenza ha bisogno di un nemico alle porte, l’alleanza con i cinesi e la costruzione del CPEC è per i pakistani uno schiaffo non da poco all’India e un avvertimento a Washington colpevole di intrattenere rapporti sempre più stretti con New Delhi. In realtà, i cinesi continuano ad offrire all’India la possibilità di entrare nel CPEC e nel progetto di connettività delle regioni in questione: l’India, però, non ha intenzione di giocare al gioco di Pechino. 

Giorni fa, nel suo discorso inaugurale della seconda Raisina Dialogue Conference a Delhi, il premier Narendra Modi ha ribadito un concetto semplice semplice: nessuno ha chiesto il parere dell’India prima di decidere la costruzione delle rete di strade di cui sopra in una regione contesa. Anzi, ha messo in chiaro per l’ennesima volta che New Delhi considera il Kashmir pakistano «territorio indiano illegalmente occupato da Islamabad». Stringere le mani ai cinesi per la costruzione del CPEC significherebbe implicitamente accettare lo status quo, e l’India non ha alcuna intenzione di farlo. Non solo: ha intenzione di controbattere mossa per mossa, come dimostra la firma con l’Iran e con l’Afghanistan di un accordo capace di rivoluzionare e cambiare per sempre il volto del commercio in tutta l’area geopolitica: l’India aprirà difatti una linea di credito da settecento milioni di dollari per sviluppare il porto iraniano di Chabahar, nel sud-est dell’Iran. Porto che si affaccia sull’Oceano indiano e si trova nella regione del Sistan-Baluchistan, al confine con il Baluchistan pakistano e a soli settanta chilometri da Gwadar. 

E però, sembra che Pechino cominci a rendersi conto di aver cacciato le mani in un nido di vespe e di aver in qualche modo sottovalutato i problemi pratici creati dal solito guazzabuglio pakistano di terroristi buoni e cattivi: oltre agli autoctoni che combattono contro il governo centrale, in Pakistan si trovano al confine con l’Afghanistan anche combattenti e gruppi Uighuri che hanno come unico obiettivo la Cina e gli interessi cinesi in Pakistan. Così, si verifica in questo momento una situazione alquanto paradossale: mentre Beijing sostiene il Pakistan a livello internazionale e spinge per la costruzione delle varie parti che compongono il CPEC, sigilla di fatto il confine dichiarando che, come anche i sassi prevedevano, è facile per terroristi di ogni genere entrare nel Paese.