Un risultato che viene da lontano

Tante sorprese come il 20 ottobre si sono viste raramente nelle elezioni federali: i partiti verdi che raddoppiano i consensi (e ancor più la rappresentanza parlamentare), in taluni cantoni conquistano la maggioranza, partiti che inaspettatamente perdono e altri che resistono, deputati navigati non riconfermati, una forte crescita del numero di donne in parlamento (Zugo e Obwaldo mandano per la prima volta al Nazionale una deputata, Uri ha la sua prima consigliera agli Stati). Ma queste sorprese non sono calate dall’alto, hanno un’origine, positiva in alcuni casi, negativa in altri.

Cominciamo dai perdenti. L’effetto Greta ha senz’altro punito l’UDC (non in Ticino, però), che dell’ambiente non ha mai fatto una priorità, mentre quattro anni fa era stata protagonista di un exploit sull’onda dell’emergenza migranti e sicurezza. In una campagna elettorale in cui non è riuscita a determinare i temi in agenda, non ha saputo motivare come in passato i suoi elettori a recarsi alle urne. Resta di gran lunga il primo partito, ma se continuerà a restare isolata e non incline a compromessi, l’erosione potrebbe proseguire.

Il Partito socialista di Christian Levrat si risveglia con il peggiore risultato in 100 anni. Se l’area di sinistra si è rafforzata grazie ai successi dei Verdi, mentre il PS ha perso voti e seggi, significa che nell’elettorato c’è il desiderio di un’altra sinistra, quella meglio rappresentata dai Verdi. Se poi il PS perde voti e seggi a vantaggio dei Verdi liberali (che rubano voti anche al PLR), può voler dire che chi è scontento della politica europea meno europeista, più appiattita sulle posizioni sindacali, sceglie altri lidi. E non è neppure un caso che a Zurigo i Verdi liberali abbiano conquistato sei seggi (il PS 7): nei mesi scorsi avevano annunciato il passaggio dal PS ai Verdi liberali gli ex consiglieri nazionali zurighesi Chantal Galladé e Daniel Frei, lamentando che nel PS l’ala liberal-sociale era tenuta in sempre minore considerazione. 

L’operazione Helvetia ruft! Invece ha funzionato benissimo: dopo l’Operazione Libero (co-fondata da lei cinque anni fa, fondamentale per la mobilitazione al voto contro l’iniziativa dell’UDC per l’espulsione dei criminali stranieri, bocciata nel 2016), Flavia Kleiner ha lanciato questa iniziativa per motivare le donne di tutti i partiti a candidarsi alle Federali, ottenendo che sulle liste il 40 per cento fossero donne e quelle elette al Nazionale ben il 42,5 per cento. Flavia Kleiner (nella foto Keystone) è l’espressione dei nuovi giovani: impegnati in politica, capaci di far rete e mobilitare i coetanei, ma non solo. / PS


La Svizzera si tinge di verde

Elezioni federali 2019 - Con la marcata crescita delle formazioni ecologiste, il forte aumento del numero di donne e deputati giovani, il calo dei voti per i poli rappresentati da UDC e PS, il parlamento svizzero cambia decisamente volto, aprendo nuove prospettive
/ 28.10.2019
di Marzio Rigonalli

I risultati delle elezioni federali hanno offerto novità tali da non essere facilmente conciliabili con la tradizione elvetica dei piccoli passi e dei piccoli mutamenti. Novità che hanno suscitato molto entusiasmo ed una buona dose di ottimismo nel futuro tra i promotori del cambiamento, nonché una quantità analoga di delusioni tra coloro che speravano di ritrovarsi confrontati, la sera del 20 ottobre, soltanto con piccole modifiche allo statu quo politico. Il nuovo Consiglio nazionale è emerso molto più verde di quello precedente. I verdi ed i verdi liberali, due partiti diversi, ma uniti nella lotta per la preservazione dell’ambiente, hanno guadagnato ben 26 seggi, 17 i primi e 9 i secondi. Un’ avanzata impressionante, che era stata prevista soltanto in parte e che non ha precedenti nella storia delle elezioni federali. Accanto a questa crescita è emerso anche l’aumento del numero delle donne che saranno presenti sui banchi della camera del popolo. Saranno 85, pari al 42,5%, una percentuale nettamente superiore a quella dell’ultima legislatura, dove la presenza femminile raggiungeva il 32%. Si è ancora lontani dalla parità, ma un passo importante è stato compiuto verso questo obiettivo. Infine, le statistiche mostrano che l’età media dei futuri consiglieri nazionali si situa sotto i 50 anni ed è inferiore a quella registrata nelle ultime sei legislature.

Sono novità importanti che consentono a molti di guardare al futuro con maggiore fiducia nella politica e di ipotizzare un parlamento più incisivo del precedente nelle scelte che dovranno essere affrontate. È un trend che sembra delinearsi anche nella camera dei cantoni, seppur il processo elettorale non sia stato ancora ultimato. Dei 46 deputati che formano il consiglio degli Stati, soltanto 24 sono già stati eletti e tra questi anche i due rappresentanti del canton Grigioni, gli uscenti Stefan Engler (PPD) e Martin Schmid (PLR). 22 senatori devono ancora essere eletti e qui spiccano i nomi di numerose personalità tutt’ora in competizione. È così per il canton Ticino e per altri cantoni come Ginevra, Vaud, Friburgo e Berna. Nel corso del mese di novembre assisteremo a numerosi secondi turni elettorali, il cui esito, in parecchi casi, appare ancora incerto.

Oltre al nuovo venticello che soffia sul palazzo federale, i risultati elettorali del consiglio nazionale evidenziano anche alcuni importanti cambiamenti. Ne citiamo tre, cominciando dai partiti di governo. I quattro partiti hanno perso seggi e voti. L’UDC è la formazione maggiormente colpita: ha perso 12 seggi ed il 3,8% dei voti. Rimane però, e di gran lunga, con il 25,6%, il primo partito nazionale. Il PS ha lasciato sul campo 4 seggi ed il 2% dei voti, scendendo al 16,8%. Ha subito una perdita chiaramente superiore alle previsioni. Anche il PLR ha perso 4 seggi e l’1,3% dei voti. Conferma il terzo posto con il 15,1%, ma il risultato è ben lontano dall’obiettivo dichiarato dalla presidente Petra Gössi di voler superare il partito socialista. Il PPD, infine, segna la perdita più contenuta con 2 seggi e uno 0,2% dei voti. Prima del 20 ottobre, le previsioni erano molto pessimistiche sul futuro di questo partito. Gli scenari delineati ipotizzavano perfino perdite che gli avrebbero impedito di raggiungere il 10%. Ciò non è successo. Con l’11,4% il PPD ha perso un posto nella graduatoria dei partiti; è superato dai verdi che hanno raggiunto il 13,2%, ma rimane l’ago della bilancia nella formazione delle future maggioranze parlamentari. La perdita di consensi dei partiti di governo evidenzia una lontananza tra il Consiglio federale eletto nelle legislature passate ed il nuovo parlamento eletto una settimana fa. Un distacco sicuramente non allarmante, ma che non può essere né taciuto né sottovalutato.

Il secondo importante cambiamento riguarda l’equilibrio politico in seno al consiglio nazionale. Nella scorsa legislatura, l’UDC ed il PLR, con l’appoggio della Lega, detenevano la maggioranza con 101 seggi su 200. Era una maggioranza forse più teorica che reale, perché non è riuscita a dare alla politica federale una svolta di centro-destra, ma costituiva pur sempre un’importante ipoteca in molte discussioni e di fronte a vari temi. Oggi questa maggioranza non c’è più; c’è stata invece una spinta significativa verso sinistra. La ricerca di soluzioni dovrà comunque avvenire, come in passato, attraverso maggioranze che varieranno secondo i dossier che verranno affrontati.

Il terzo ed ultimo cambiamento riguarda lo squilibrio tra la maggioranza del Consiglio federale e quella delle due Camere. UDC e PLR detengono 4 dei 7 seggi del governo federale. I due partiti di centro-destra non hanno però la maggioranza né nel consiglio nazionale né nel consiglio degli Stati. Si può senz’altro sostenere che il sistema politico svizzero consente questi squilibri e che non è la prima volta che succede. Resta comunque aperta la questione della migliore rappresentanza popolare possibile che gli organi eletti devono garantire.

Che cosa succederà ora? Nelle prossime settimane la questione centrale sarà probabilmente la formazione del Consiglio federale. Dal 1959 è in vigore la formula magica che prevede di assegnare due seggi ai tre principali partiti ed un seggio al quarto partito. Questa formula ha funzionato per decenni, fin quando la forza elettorale dei partiti non registrò importanti variazioni. A partire dalla fine del secolo scorso, con la progressiva avanzata dell’UDC, la formula magica subì un primo aggiustamento. Nel 2003 venne eletto un secondo consigliere federale UDC, Christoph Blocher, e non venne rieletta Ruth Metzler, consigliera federale PPD. Quattro anni dopo seguì la non rielezione di Blocher e la nomina di Eveline Widmer-Schlumpf, diventata poi bandiera del PBD. Nel 2015, con l’elezione del vodese Guy Parmelin, la formula magica ritrovò il suo assetto iniziale. Oggi, però, il quadro politico è molto diverso rispetto al secolo scorso. Dietro all’UDC, primo partito largamente in testa, ci sono ben quattro formazioni, PS, PLR, verdi e PPD, racchiuse in poco più di 5 punti percentuali. La formula magica vorrebbe che il quinto partito, in questo caso il PPD, fosse escluso dal governo, ma i popolari democratici sono presenti con la signora Viola Amherd e la tradizione vuole che un cambiamento nella composizione del governo avvenga quando un consigliere federale si dimette e quando il partito che vuole entrare nell’esecutivo riesce a confermare la sua forza almeno in un’elezione successiva. Le condizioni per un cambiamento non sono quindi favorevoli. I verdi hanno già chiesto di poter far parte del governo. La loro richiesta, però, finora è stata appoggiata soltanto dal PS. Gli altri partiti si distanziano e non vogliono certo favorire un cambiamento che in futuro potrebbe rivoltarsi contro di loro. È quindi probabile che per vedere un consigliere federale verde bisognerà attendere ancora un po’ di tempo, forse altri quattro anni.

Con l’inizio della nuova legislatura, diventeranno attuali numerosi interrogativi riguardanti in particolare i cambiamenti climatici, i costi della salute, la riforma delle pensioni ed i nostri rapporti con l’Europa. Come cambierà la nostra vita quotidiana? Quali tasse, quali divieti, quali limiti ai consumi ed alla mobilità verranno decisi? Quali misure verranno adottate per contenere i costi della salute? Quali rassicurazioni verranno date a coloro che aspirano alla pensione? Quale sarà il futuro degli accordi bilaterali con l’UE? Sono domande che saranno al centro dei lavori delle nuove camere e sarà interessante vedere se verranno affrontate in un modo analogo a quello dell’ultima legislatura, oppure con maggiore determinazione e con più coraggio. Ovviamente, nella consapevolezza che un’intesa tra le due Camere non è mai facile da raggiungere e che l’ultima parola spetta pur sempre ai cittadini, grazie al referendum.