La sfiducia nei vaccini tra Cina e Usa

Pechino non conta troppo sull’efficacia dei suoi preparati anti-Covid mentre Washington si deve confrontare con la resistenza dei giovani
/ 09.08.2021
di Federico Rampini

La Cina torna ai lockdown «mirati». Colpita da nuovi focolai d’infezione, pur molto piccoli secondo la versione ufficiale, la Repubblica popolare reagisce con il metodo collaudato nel 2020. Le restrizioni sono severe, mobilità e viaggi vengono limitati, molti voli sono stati cancellati negli ultimi giorni. Idem per treni e collegamenti autobus. Da Nanchino a Pechino dei cordoni sanitari tornano a rallentare i flussi in entrata e uscita dalle principali metropoli. In parallelo ripartono le campagne per test di massa. La più vasta avviene a Wuhan, proprio la città-martire che fu «ground zero» per la prima infezione: il Governo vuole sottoporre a tamponi tutti gli 11 milioni di abitanti. Le misure eccezionali hanno una logica. Xi Jinping è convinto che i suoi metodi duri nel 2020 furono premiati dal successo, consentendo alla Cina di uscire dalla prima ondata di contagio molto più velocemente dei Paesi occidentali e con danni economici molto più ridotti. Di fronte al minimo rischio di ricaduta, il riflesso è quello di applicare con la massima tempestività e determinazione il metodo che ha già funzionato. Questo però conferma che le autorità cinesi non hanno una fiducia elevata sull’efficacia dei propri vaccini, che l’Oms stima molto più bassa dei vari Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson&Johnson.

Il ripristino dei limiti alla mobilità avrà un impatto sull’industria turistica. Alcuni organismi internazionali cominciano a temere un rallentamento per l’intera economia cinese. Il Fondo monetario internazionale ha già ritoccato lievemente al ribasso la previsione di crescita del Pil cinese, al +8% per l’intero anno.
Anche l’America è nei guai con la nuova ondata di contagi, in particolare la variante Delta, che si rafforza mentre il traguardo dell’immunità di gregge non è stato raggiunto. È solo con un mese di ritardo che Joe Biden ha raggiunto l’obiettivo di 70% di americani adulti vaccinati con almeno una dose. Viene accusato di aver cantato vittoria troppo presto sul fronte delle vaccinazioni. Se si votasse oggi per le elezioni di mid-term (che si terranno nel novembre dell’anno prossimo) i sondaggi dicono che il partito democratico perderebbe la sua maggioranza, già esile, al Congresso. Non è solo «trumpiana» l’America che non si vaccina. Più di metà degli americani tra i 18 e i 39 anni non si sono fatti vaccinare. Non sono tutti elettori repubblicani visto che una larga maggioranza in quella fascia di età votò per Biden. Sono i «suoi» giovani a «tradire» il presidente democratico. C’è una resistenza generazionale che non si lascia catturare negli schemi tradizionali destra-sinistra.

Intanto l’establishment repubblicano ha preso le distanze dai «no-vax». La ex portavoce di Donald Trump, Sarah Sanders, ora candidata per governare l’Arkansas, fa campagna incoraggiando la sua base a farsi inoculare «il nostro vaccino». Allude al fatto che fu Trump nella primavera 2020 a lanciare l’operazione vaccini finanziando Pfizer e Moderna. Nel profondo sud la governatrice repubblicana dell’Alabama, Kay Ivey, dice: «Dobbiamo prendercela con chi non si vaccina, se abbiamo questa nuova ondata di contagi». «FoxNews», il network di Rupert Murdoch che parla alla base trumpiana, fa campagna per i vaccini. Resta pur sempre un discrimine tra i due schieramenti politici, per cui la percentuale di vaccinati è inferiore tra i repubblicani, nel sud e nel midwest.

La frontiera elettorale allude anche ad altri fattori. Tra gli elettori di Trump è più basso il livello d’istruzione e questo contribuisce ad una minore informazione sui temi sanitari. Non mancano altre vistose eccezioni, aree di diffidenza che non sono di destra. Gli afroamericani si vaccinano molto meno della media nazionale, non perché siano discriminati, ma perché nei movimenti anti-razzisti una sottocultura del vittimismo alimenta inquietanti teorie del complotto, come la paura che i black siano «cavie» degli esperimenti di Big pharma. C’è un filone «anti-vax» che ha radici nella sinistra radicale, tra gli ultrà dell’ambientalismo e del salutismo, ostili ai vaccini e all’industria farmaceutica. Ciascuna di queste correnti «no-vax» funziona come un compartimento a tenuta stagna: ha i suoi guru, le sue fonti di auto-legittimazione, le sue fake news sui social. Non si preoccupa della «contiguità» con i «no-vax» d’ispirazione politica opposta.

La resistenza dei giovani è la più trasversale. È anche la più difficile da affrontare per il 78enne Biden. La portavoce del presidente ha accusato i media di «non essere all’altezza di questa sfida». Ha detto che l’informazione «è stata irresponsabile, ha rafforzato le esitazioni sui vaccini». All’origine delle accuse c’è l’allarme dei media sul consistente numero di casi positivi anche tra i vaccinati. Per la Casa bianca tv e giornali non hanno messo nella dovuta evidenza il fatto che gli immunizzati, quand’anche subiscano il contagio, quasi sempre sono asintomatici o hanno una forma lieve della malattia. L’allarmismo avrebbe contribuito a seminare scetticismo. È possibile che i media non riescano a uscire dalla «modalità emergenza», magari illudendosi di tenere alta l’attenzione dell’audience con i toni sovraeccitati. Però la bassa adesione dei giovani alle vaccinazioni era già evidente prima della variante Delta.

Altre concause vanno esaminate. Fin dall’inizio di questa pandemia tutti i giovani (repubblicani o democratici) sanno di essere dei soggetti a basso rischio, con indici di ricovero e di mortalità molto inferiori agli anziani. Vengono al pettine nodi dell’etica collettiva, molti giovani americani sono stati abituati a considerare se stessi il centro del mondo, l’idea di un dovere verso la comunità ha perso quota. Soprattutto se si tratta di essere solidali «in prossimità»: con il dirimpettaio di pianerottolo, il vicino di banco o di quartiere, gli utenti degli stessi mezzi pubblici, i residenti della stessa città e Nazione. Obblighi e doveri verso i concittadini, per non parlare dell’idea di patriottismo, appartengono ad altre epoche. Sono sostituiti da ideali che sublimano la solidarietà a livelli superiori: «salvare il pianeta» o «estirpare il razzismo».

Di fronte a un’America percorsa da diffidenze e idiosincrasie trasversali, Biden è costretto a una strategia soft, il «nudge» o spintarella educativa, compresi i 100 dollari per comprare i renitenti. In suo aiuto arrivano provvedimenti di alcune autorità locali e del settore privato. New York è la prima città a imporre la versione locale del «green pass» per accedere ai locali pubblici, ristoranti inclusi. Facebook e Google richiedono il vaccino a chi torna in ufficio. Il colosso della finanza Vanguard paga mille dollari a ciascun dipendente che si sarà vaccinato entro ottobre.