La Rocca contesa

La Spagna vuole approfittare del massiccio voto contro la Brexit espresso dai cittadini di Gibilterra per ottenere dapprima una condivisione di sovranità e poi il ritorno dell’enclave britannica alla Spagna, ma Londra si oppone fermamente, anche in virtù della più volte ribadita volontà dei suoi abitanti di restare nel Regno Unito
/ 20.02.2017
di Alfredo Venturi

Si narra che fino a quando sarà popolata di scimmie, Gibilterra continuerà a essere britannica. Al momento la britishness della penisoletta sulla punta meridionale della Spagna, cementata da più di tre secoli di storia, sembra assicurata, visto che secondo l’ultimo censimento i macachi di Barberia registrati nel territorio, l’unica presenza di primati allo stato selvaggio nel continente europeo, sono circa 230, con una densità di 33 esemplari per chilometro quadrato. Forse non sarebbero così tanti se Sir Winston Churchill non avesse preso molto sul serio l’antica leggenda: nel 1944 lo colpì profondamente, arrivando a distrarre il primo ministro dai gravosi impegni della guerra, la notizia che la popolazione scimmiesca di Gibilterra era minacciata di estinzione. Invitò dunque il governatore a provvedere, e lui eseguì l’ordine importando decine di animali dalle montagne dell’Atlante marocchino. Così i macachi continuano a circolare indisturbati, presi di mira dagli obiettivi dei turisti, in quel frammento continentale d’Inghilterra: il mito sembra garantire che sulla Rocca continuerà a sventolare la Union Jack.

Eppure qualcosa è cambiato da quando i cittadini di Sua Maestà hanno imboccato la strada tortuosa della Brexit. Contro la maggioranza che ha voluto il leave, l’uscita dall’Unione Europea, gli elettori di alcune parti del Regno Unito, come la Scozia o l’Irlanda del Nord, hanno invece espresso il desiderio di rimanere legati alle istituzioni di Bruxelles. Tanto che in Scozia si rilancia proprio per questo il sogno indipendentista. Ma tocca ai cittadini di Gibilterra il primato assoluto fra i fautori del remain, addirittura il 96 per cento, con una partecipazione al voto dell’84 per cento. Il dato rende manifesta una semplice analisi e un timore assai radicato sotto la Rocca: se la breve linea di confine che separa Gibilterra dall’Andalusia dovesse perdere la permeabilità fin qui assicurata dall’essere una frontiera interna dell’Unione Europea, l’economia del territorio, che vive praticamente di mobilità, andrebbe a rotoli.

Non a caso all’indomani del voto britannico il governo di Madrid ha messo le mani avanti. Secondo il ministro degli esteri José Manuel Garcia Margallo la Brexit apre uno scenario nuovo, facendo avvicinare il momento in cui la bandiera spagnola sarà issata sulla Rocca. Margallo immagina due tappe: dapprima una condivisione di sovranità fra Spagna e Gran Bretagna quindi, in prospettiva, il ritorno del territorio alla Spagna. Immediata la reazione inglese: ma quale sovranità condivisa, tuona il ministro degli esteri Boris Johnson. Il pirotecnico capo della diplomazia inglese assicura che contro ogni proposta di cambiamento dello status di Gibilterra ci sarà una resistenza «implacabile, marmorea, rocciosa». Quanto a Fabian Picardo, che come chief minister gestisce l’autonomia di Gibilterra accanto al governatore Ed Davis che invece rappresenta l’autorità di Londra, auspica una Brexit non proprio hard come l’ha prefigurata la premier Theresa May. Solo così il territorio potrebbe conservare i vantaggi che finora le ha garantito l’appartenenza, con regime speciale, all’Unione Europea. Secondo Picardo il voto massiccio per restare in Europa esprime sì uno speciale attaccamento all’Unione, ma soprattutto il timore delle reazioni spagnole in caso di uscita.

Infatti, dice Picardo, ciò che a Londra si chiama «immigrazione incontrollata per noi è un flusso vitale di lavoratori». Si tratta di cittadini spagnoli o di altri Paesi europei che ogni giorno varcano il confine per lavorare nelle imprese della Rocca. Sono circa seimila, metà dell’intera forza-lavoro. Se il flusso dovesse interrompersi, l’economia del territorio sarebbe compromessa. È un’economia che vive di turismo, giochi d’azzardo e scommesse online e soprattutto servizi finanziari, offerti da una pletora di istituti bancari e assicurativi. Da quelle parti si ricorda molto bene ciò che accadde nel 1969, nella fase terminale della dittatura franchista, quando la Spagna bloccò il confine per riaprirlo del tutto soltanto nel 1985, alla vigilia dell’adesione di Madrid alla Comunità economica europea. Le ripercussioni sull’economia furono pesantissime. Nonostante questo precedente il chief minister si dice fiducioso: «Non posso credere che in pieno Ventunesimo secolo un governo democratico spagnolo possa chiuderci la porta in faccia solo perché la Gran Bretagna esce dall’Unione Europea». Ma secondo Madrid il solo modo per tutelare i vantaggi del territorio, dopo che il Regno Unito avrà lasciato l’Unione, sarà la sovranità condivisa di cui parla il ministro degli esteri Margallo e che Londra sdegnosamente respinge.

L’atteggiamento britannico nei confronti del suo gioiellino territoriale, meno di sette chilometri quadrati, si basa sul principio dell’autodeterminazione. La popolazione di Gibilterra, 33mila abitanti, si sente tenacemente britannica. Lo ha dimostrato in un referendum nel 1967, pronunciandosi a schiacciante maggioranza per la permanenza nel Regno Unito. Lo ha confermato nel 2002, quando in un nuovo referendum il 98 per cento dei cittadini respinse la proposta di sovranità condivisa oggi rilanciata dal governo di Madrid. E una volta ancora nel 2013, quando si celebrarono entusiasticamente i tre secoli del legame con la Gran Bretagna. Gibilterra era stata infatti assegnata a Londra nel 1713, nel quadro di quel Trattato di Utrecht che concluse la «Guerra di successione spagnola». Secondo l’interpretazione madrilena a segnare il destino della Rocca fu il carente spirito nazionale di Filippo V, il primo sovrano borbonico di Spagna, il re straniero, che grazie a quel trattato ebbe il riconoscimento internazionale. Pur di regnare incontrastato, accettò di sacrificare Gibilterra.

Nella visione di Londra quel pezzetto di continente europeo ha sempre avuto un profondo significato. La Rocca che si staglia imponente sul mare delle Colonne d’Ercole era una sentinella sulla porta occidentale del Mediterraneo, una base navale e un’arcigna fortezza, simbolo e pilastro fra i tanti della potenza imperiale britannica. Durante la seconda guerra mondiale, Gibilterra fu con Malta e Alessandria uno dei capisaldi della strategia alleata per il contenimento delle forze dell’Asse sul fronte europeo meridionale. Attaccato dalle forze aeree della Francia di Vichy, il porto fu ripetutamente nel mirino dei bombardieri e degli incursori di marina italiani. La rilevanza strategica del luogo era tale da indurre gli stati maggiori dell’Asse a pianificarne l’invasione: ma poiché bisognava passare attraverso il territorio spagnolo Francisco Franco, amico di Roma e Berlino ma risolutamente neutrale, si oppose e non se ne fece nulla. Tutto questo esaltò la fedeltà degli abitanti di Gibilterra alla corona inglese, tanto che nel 1981 fu loro riconosciuta la piena cittadinanza britannica.

Non sembra che la discordanza a proposito della permanenza o meno nell’Unione Europea abbia scalfito questo sentimento di fondo. La gente di Gibilterra vuole conservare i vantaggi del patto con l’Unione, a cominciare dalla permeabilità del confine al transito dei lavoratori che risiedono dall’altra parte, ma non per questo intende sottrarsi alla sovranità di Londra. Quanto alla Spagna, vorrebbe includere la questione nel difficile negoziato dell’Unione con il Regno Unito per concordare le modalità del disimpegno. Si vorrebbero condizionare le eventuali concessioni a Londra a un atteggiamento più morbido degli inglesi a proposito di Gibilterra. La manovra di Madrid ha provocato una certa irritazione nelle altre capitali europee: gli spagnoli, si dice nei palazzi di Bruxelles, non possono sfruttare una questione delicata come la Brexit per riaprire una disputa d’altri tempi. Anche perché dal punto di vista degli interessati qualsiasi richiesta di cedimento ai negoziatori britannici andrebbe contro la loro identità di cittadini oltremare del Regno Unito.

Del resto chi è senza peccato, ammesso che di questo si tratti, scagli la prima pietra. Che cosa direbbe Madrid se il governo marocchino pretendesse una sovranità condivisa su Ceuta, che sta proprio di fronte a Gibilterra, e Melilla, le due enclave spagnole lungo la costa mediterranea del Paese nordafricano? In realtà Rabat non pensa affatto alla condivisione: la sua è una rivendicazione pura e semplice dei due territori, protetti da munitissime recinzioni e da strisce di terra di nessuno volte a bloccare i migranti africani protesi verso quei frammenti d’Europa sul margine del continente nero. 

 

Non è facile ritoccare le suddivisioni lasciate dalla storia. In Africa per esempio la maggior parte dei confini fra gli Stati non fa che riprodurre le antiche frontiere coloniali. Se proprio si vuol parlare di revisionismo geografico, soltanto l’autodeterminazione potrebbe giustificarlo. Ma nel caso di Gibilterra l’applicazione di questo principio non farebbe che perpetuare lo status quo. Senza contare che sulle scoscese pendici della Rocca le scimmie di Barberia fanno buona guardia.