La riscossa dei liberali

Contro il populismo – Il «Financial Times» chiede che ci si mobiliti contro i demagoghi della destra nazionalista e della sinistra radicale. Ma chi dovrebbe fare parte di questa alleanza?
/ 01.06.2020
di Christian Rocca

Probabilmente è un caso o forse no, ma i paesi più colpiti dal coronavirus sono gli Stati Uniti, il Brasile e l’Italia, nazioni guidate da governi populisti. Anche la Gran Bretagna della Brexit non se la passa bene. Nonostante la pandemia avesse già colpito l’Asia e l’Europa meridionale, Donald Trump, Jair Bolsonaro e Boris Johnson hanno paragonato il virus a una specie di raffreddore, meno grave dell’influenza stagionale, sprecando tempo prezioso per approntare una risposta. L’Italia di Giuseppe Conte non ha avuto la medesima possibilità di utilizzare in modo più efficace il tempo, perché è stata la prima nazione europea a essere colpita dal Covid-19 e per questo è stata colta di sorpresa, ma certo gli italiani ricordano perfettamente che il presidente del Consiglio aveva garantito in televisione che il Paese sarebbe stato prontissimo ad affrontare la pandemia, cosa ben lontana dalla realtà.

La tragedia dell’Italia è peculiare, perché non è soltanto quella di avere il premier e il primo partito del Parlamento entrambi populisti, ma anche quella di avere le opposizioni ancora più populiste del governo. La concorrenza a chi è più demagogico dell’altro non ha prodotto niente di positivo, anzi.La domanda, a questo punto, è che fine abbiano fatto i liberali. Il Coronavirus certo non ha aiutato la riscossa dei liberali, già travolti prima della pandemia dall’ascesa del pensiero unico del populista collettivo, non importa se di destra o di sinistra perché tra i primi e i secondi cambia qualche tono ma tutto sommato la sostanza è la stessa. In Italia Matteo Salvini e Luigi Di Maio, fuori dall’Italia Donald Trump e Vladimir Putin, hanno molti più punti in comune tra di loro che con i liberali, così come Boris Johnson e Jeremy Corbyn hanno entrambi portato la Gran Bretagna a uscire dall’Europa, mentre negli Stati Uniti i Tea Party a destra e Bernie Sanders a sinistra hanno demolito insieme la tradizionale politica americana.

L’ascesa dei demagoghi del popolo incontra due notevoli resistenze in Emmanuel Macron e Angela Merkel, il famigerato asse franco-tedesco trasformatosi nell’ultimo pilastro dell’Occidente libero in attesa delle elezioni americane di novembre. Più qualche altro bastione di serietà e competenza in paesi meno centrali per l’Occidente dalla Nuova Zelanda di Jacinda Ardern alla Finlandia di Sanna Marin e all’Islanda di Katrín Jakobsdóttir, tutte donne di grande caratura politica ed efficienza amministrativa.

Partendo da questo, da quello che c’è, nelle scorse settimane il «Financial Times», con Gideon Rachman, ha invitato i liberali di entrambi gli schieramenti a riprendere la battaglia contro i sovranisti e i populisti, ricordando che è il caso di mettere da parte la geniale ma autodistruttiva definizione, cara al poeta Robert Frost, secondo cui un liberal è una persona di così ampie vedute da ritenere sconveniente parteggiare per la propria parte. Forse, sostiene Rachman, è arrivato il momento di dimenticarsi questa proverbiale tolleranza liberale e di prepararsi a rispondere alla minaccia.Facile, a dirlo. Intanto perché mentre è facile riconoscere i populisti, basta farli parlare, individuare i liberali non lo è altrettanto, visto che la definizione cambia a seconda della latitudine.

Nell’Europa che ha conosciuto i partiti comunisti e i partiti socialisti, comprese le dittature del popolo, i liberali sono considerati di destra, perché in Parlamento siedono negli scranni alla destra del governo, con i socialisti alla sinistra. Negli Stati Uniti, dove il socialismo non ha mai fatto presa, nemmeno adesso che sembra di gran moda con Sanders e Alexandria Ocasio-Cortes, i liberal invece sono tradizionalmente l’ala progressista del Partito democratico, e al Congresso si siedono alla sinistra dei deputati e dei senatori repubblicani e conservatori.La definizione più adeguata ai tempi in realtà è quella americana, perché i partiti liberali nascono in un’Europa pre-socialista per contrastare il potere assoluto dei monarchi e per questo nei primi Parlamenti costituzionali si sedettero alla sinistra degli uomini fedeli al Re e in contrapposizione ai conservatori.

Oggi i liberali sono identificati con i liberisti pro mercato, quando come è noto esistono anche i liberalsocialisti, i riformisti e i libertari, i quali sui temi economici sono decisamente meno radicali dei liberisti di stretta osservanza della scuola di Chicago e della mano invisibile del mercato.Questa confusione sull’identità dei liberali è proprio uno dei grandi successi intellettuali dei populisti di sinistra e di destra: essere riusciti a etichettare con il marchio dell’infamia neoliberista Tony Blair e Bill Clinton, Joe Biden e qualsiasi personalità della sinistra liberale, in Italia è toccato a Matteo Renzi, che abbia provato a conciliare progresso e innovazione, Stato e mercato.La battaglia dei liberali contro i populisti quindi è asimmetrica e per il momento il risultato pare segnato a favore dei leader e dei partiti, ma anche delle nazioni illiberali, dalla Cina del partito unico di Xi Jinping alla Russia del partito raro di Putin, al modello ungherese di Viktor Orbán a quello ottomano di Recep Erdoğan, per non parlare delle monarchie assolute del Golfo e dei sistemi autoritari asiatici.

C’è proprio un vantaggio competitivo delle leadership demagogiche, ricorda sempre Rachman sul «Financial Times», per il semplice fatto che i populisti di ogni latitudine politica e geografica sono costantemente mossi dalla ferocia antiliberale, mentre il punto stesso dell’essere liberali è esattamente quello di non credere nella distruzione dei nemici.