La questione del gasdotto

Al di là dell’apparente sintonia tra presidenti, la Camera americana ha deciso sanzioni che colpiscono in particolare il progetto di collegamento per rifornire di idrocarburi l’Europa
/ 31.07.2017
di Federico Rampini

Il caos della presidenza Trump sta spostando il baricentro del potere americano verso un altro quartiere di Washington. Dalla Casa Bianca al Campidoglio, sede del potere legislativo. Almeno per quanto riguarda la politica estera. Donald Trump twitta le sue esternazioni, ma il Congresso compie atti concreti. È il caso delle nuove sanzioni contro la Russia. In termini diplomatici è una mossa anti-Putin. Ha però un altro risvolto economico: apre uno scenario energetico in cui l’America condiziona l’Eurasia, interviene nei rapporti fra Russia e Unione europea. 

Le cronache di ordinario caos nella capitale americana offrono i seguenti titoli di cronaca, negli ultimi giorni: Donald Trump attacca ripetutamente il proprio ministro della Giustizia Jeff Sessions; anche il segretario di Stato (cioè il ministro degli Esteri) Rex Tillerson entra nel frullatore del toto-dimissioni; il potentissimo Primo Genero Jared Kushner è costretto a consegnare 11 pagine di un dossier di difesa per discolparsi dall’accusa di collusioni col governo russo; per finire la Camera approva e manda al Senato una legge che rende più dure e permanenti le sanzioni economiche che puniscono la Russia per la violazione della sovranità ucraina; la Casa Bianca prima condanna il gesto del Congresso poi fa sapere che si adeguerà. La parola caos è un understatement: sottovaluta l’impressione di una nave senza timoniere. Non una nave qualsiasi, questa è la portaerei ammiraglia, la superpotenza leader, un’America che sembra procedere senza bussola. C’è però una logica stringente, almeno nella decisione della Camera: risponde a un interesse chiaro del business energetico americano, e si ispira anche ad una visione dello scontro strategico Usa-Russia su chi eserciterà l’influenza decisiva sull’Europa. 

Se il microcosmo politico-mediatico di Washington si appassiona soprattutto degli scandali, delle nuove teste che potrebbero saltare dopo quella del portavoce di Trump, per il resto del mondo forse la notizia più gravida di conseguenze quella delle sanzioni, inasprite e rese più difficili da revocare nel momento in cui il Congresso si appropria della materia. È il paradosso creato dal Russiagate, cioè tutta la vicenda delle ingerenze russe nella campagna elettorale, incursioni di hacker pilotate da Mosca per danneggiare Hillary Clinton e favorire l’elezione del suo avversario. Ricapitolando: ancora manca la prova provata che ci fu collusione, cioè che Trump e i suoi complottarono attivamente con Putin, anche se le indagini sono appena all’inizio e chissà cos’altro può tirar fuori la comunità dell’intelligence che con Trump ha diversi conti in sospeso.

Parlare di impeachment è prematuro, però il Russiagate già estrae un costo politico da questa Amministrazione, lega le mani a Trump. Sospettato di torbido inciucio col capo di una potenza straniera (e tuttora percepita come nemica dall’establishment, Pentagono e Cia, Fbi e Dipartimento di Stato, stampa e ceto politico), Trump è un vigilato speciale quando si tratta delle sue relazioni con Putin. Non lo aiutano i retroscena usciti dall’ultimo G20, gli incontri recidivi e semi-clandestini in cui il presidente americano e quello russo hanno dato prova di una «alchimia» personale eccessivamente amichevole. Il Congresso, repubblicani inclusi, diffida a tal punto del presidente da legargli le mani sulle sanzioni. La Casa Bianca deve subire una disfatta importante, con il passaggio di una legge che non solo aggrava le sanzioni contro la Russia ma soprattutto le toglie dalla discrezionalità dell’esecutivo. E così mentre Trump e Putin hanno stabilito un evidente rapporto di amicizia – anzi proprio a causa di quello – il gelo nelle relazioni bilaterali si cristallizza con le sanzioni che vengono scolpite nella legge.

Questo rende più precari gli scenari di graduale normalizzazione dei rapporti con la Russia, su cui diversi paesi europei avevano puntato. A prescindere da quel che pensano di Putin la cancelliera Merkel o Emmanuel Macron, Theresa May o Gentiloni, c’è in Europa un coagulo d’interessi materiali che spingono verso un disgelo con la Russia. Le relazioni economiche tra i vari paesi europei e Mosca sono più intense di quelle tra la Russia e gli Stati Uniti. Si era creata un’attesa-speranza, soprattutto negli ambienti confindustriali, che la presidenza Trump potesse sbloccare il muro contro muro dell’era Obama-Putin. Ma la politica estera americana in questa fase sembra un’auto con due guidatori, uno dei quali spinge sul pedale dell’acceleratore mentre l’altro tira il freno a mano con tutte le forze. Si dice che il segretario di Stato Tillerson, abituato a comandare quando faceva il chief executive di Exxon, e grande amico di Putin, sia stufo di fare la figura dell’utile idiota.

Ma il danno più concreto lo subisce l’Europa, colpita nel suo approvvigionamento energetico. Le nuove sanzioni alla Russia votate dalla Camera di Washington prendono di mira in particolare il progetto chiamato Nord Stream 2, il gasdotto che dalla Russia dovrebbe rifornire direttamente la Germania passando per il Mar Baltico. Tra le aziende sotto rischio sanzioni ci sono di sicuro Shell, Engie, Uniper, Omv, Wintershall: un consorzio che investe la metà dei dieci miliardi di euro necessari per la costruzione del nuovo gasdotto lungo 1.200 km. Il testo di legge che è passato alla Camera – con una schiacciante maggioranza bipartisan – parla chiaro: vuole proprio intralciare Nord Stream 2, un’infrastruttura energetica che la Germania considera di vitale importanza. Di qui la dura reazione del governo di Berlino ed anche della Commissione europea che da Bruxelles minaccia rappresaglie. Tutto si ricollega naturalmente al Russiagate, e al clima di pesanti sospetti che aleggiano su Trump. Se il presidente degli Stati Uniti sia arrivato alla Casa Bianca grazie a Putin, forse non sarà mai dimostrato con certezza. Però il Congresso non vuole correre rischi. Repubblicani e democratici concordano nel considerare Putin un pericoloso avversario. Dunque, se mai Trump gli avesse promesso la levata delle sanzioni il Congresso non ci sta e lo blocca preventivamente. Non solo. La legge appena votata inasprisce il regime di sanzioni già in vigore contro aziende e cittadini russi. Rende più difficile per la Casa Bianca allentare quelle sanzioni, se mai volesse farlo: una limitazione del potere presidenziale che costituisce un affronto a Trump. L’unica opzione che la legge lascia al presidente è quella opposta: è libero, se vuole, di aggravare ulteriormente le misure anti-Russia. In particolare il Congresso ce l’ha coi progetti nel settore dell’energia. Il testo di legge passato alla Camera – e che dovrebbe ricevere un’altrettanto facile approvazione al Senato – dichiara in modo esplicito che «la Russia usa l’energia per ricattare i paesi vicini». C’è un riferimento chiaro al gasdotto Nord Stream 2, progetto guidato dalla capofila Gazprom, che viene definito «nefasto per la sicurezza energetica dei paesi europei». Con un simile linguaggio, il Congresso presenta questo inasprimento delle sanzioni anche come una difesa degli interessi europei. Berlino, Bruxelles e altre capitali europee non la pensano affatto così.

Nord Stream 2 è sempre stato un progetto ad alta valenza geopolitica, quindi controverso. Attualmente il gas naturale estratto in Russia arriva nei vari mercati di consumo europei attraverso strade alternative, passando dall’Ucraina, dalla Bielorussia e dalla Germania. L’ente di Stato Gazprom, sotto lo stretto controllo di Putin, va sostenendo da anni che l’Europa ha bisogno di nuovi oleodotti perché altre fonti di approvigionamento più vicine (dai giacimenti dell’Olanda a quelli del Mare del Nord) stanno declinando. Nord Stream 2 però non aumenta l’offerta di gas: il suo maggiore vantaggio – nell’ottica di Mosca – consiste nell’aggirare l’Ucraina. Fa parte quindi di un piano russo per sottrarre all’Ucraina e ad altri paesi dell’Est una preziosa fonte di valuta, le tasse percepite sul passaggio di gas russo nei loro territori (una sorta di «pedaggio autostradale»). Inoltre questo mette la pressione su Kiev, e inserisce un cuneo nell’alleanza tra l’Unione europea e l’Ucraina, visto che crea un canale diretto di fornitura di energia dalla Russia alla Germania aggirando l’Europa centrale. A questo si aggiunge il fatto che Gazprom ha coinvolto una miriade di aziende europee come partner, e queste sarebbero esposte alle nuove sanzioni americane.

La mossa del Congresso Usa, pur dettata da una logica geostrategica, ha un’altra dimensione tutta economica. S’inserisce in un contesto nuovo in cui l’America stessa fa la sua apparizione come nuova protagonista nel mercato energetico mondiale. In una veste inedita: come potenza esportatrice. La rivoluzione tecnologica dello shale gas, del fracking e delle trivellazioni orizzontali, ha permesso agli Stati Uniti di superare la Russia come produttore di gas. Già Barack Obama volle autorizzare le prime esportazioni di energia verso l’Europa, voltando pagina dopo quasi mezzo secolo in cui Washington si vietava di vendere all’estero petrolio o gas. Lo stesso Obama presentò quella decisione in chiave anti-russa. E nel Golfo del Messico cominciarono i lavori per i nuovi terminali di liquefazione del gas orientato all’export su nave. Direzione: i porti dell’Europa occidentale. Con Trump che cavalca il revival dell’energia fossile, la nuova guerra energetica sta cominciando.