La quasi immunità meridionale

Il Sud-6.parte – Campania, Puglia, Calabria e Sicilia sono state soltanto sfiorate dalla pandemia
/ 01.06.2020
di Alfio Caruso

Fra i tanti misteri di questi mesi funestati dal Coronavirus il principale riguarda l’immunità sostanziale del Meridione. Campania, Puglia, Calabria e Sicilia sono state soltanto sfiorate dalla pandemia. Finora hanno avuto il 5 per cento dei morti, il 6 per cento dei guariti, il 9 per cento dei positivi ospitando quasi il 30 per cento degli abitanti dell’Italia. Nel tenere bassi i numeri hanno pesato l’assenza dei micidiali focolai sviluppatisi in Lombardia, Veneto, Emilia e Piemonte; la scarsa esposizione a un possibile contagio esterno grazie alla mancanza di turisti nella stagione invernale; l’aver avuto a disposizione un lasso temporale per fare tesoro delle tragiche esperienze delle regioni settentrionali e organizzarsi al meglio.

Gli storici del futuro probabilmente ci diranno che in tal modo si è contenuta la strage: a differenza di quanto capitato nell’epicentro del contagio, le strutture sanitarie del Sud non avrebbero avuto gli strumenti per opporsi al Covid 19. Uno studio riservato ha stabilito che con la stessa percentuale di contagiati della Lombardia, il 45 per cento, i deceduti nelle quattro regioni anziché 1300 sarebbero stati fra 50mila e 100mila.Lo scampato pericolo ha solleticato antichi rancori, la possibilità per quanti si sentono bistrattati dalla storia, dal destino, dalla patria matrigna di rifarsi nei confronti dei «polentoni», del loro maggior benessere economico, del loro vanto di essere più vicini all’Europa e più lontani dall’Africa.

Nel centosessantesimo anniversario dell’impresa dei Mille di Garibaldi, che consentì ai Savoia di proclamare un anno dopo l’unità della nuova Italia, l’essersela cavata ha contribuito ad approfondire i tanti solchi, che attraversano il Paese. Nel mirino è finita Milano. La città degli affari resa attraente e godibile dall’Expo; la metropoli, che in pochi anni si è posta quasi alla pari di Parigi, di Londra, di New York; la capitale della moda e del design; il polo universitario più ambito dai giovani di ogni regione sarebbe diventata la vittima del suo stesso successo. L’hanno descritta troppo presuntuosa e sicura delle sue doti; incapace di assumere le decisioni tempestive, che avrebbero potuto salvarla dalla pandemia; obnubilata dal denaro, mentre sarebbero invece occorsi ingegno ed estro.

Le critiche sono state rivolte al modello di vita meneghino, anziché rivolgersi alla struttura sanitaria sul territorio rivelatasi pessima, forse la peggiore in assoluto, a dispetto degli eroismi dei tantissimi medici sacrificatisi fino all’estremo. Il lugubre presidente Fontana ha avuto così l’opportunità di difendere il proprio pessimo operato parlando d’inverecondo attacco alla Lombardia. Ha anche ricordato che gli ospedali lombardi, e soprattutto milanesi, curano ogni anno 150mila pazienti provenienti dalle altre regioni. Involontariamente ha messo il dito sul problema: per puntare all’eccellenza e ai relativi, cospicui guadagni, che per l’80 per cento finiscono nelle tasche dei gruppi privati, è stata fatta carne da macello dell’assistenza di base. L’ha dimostrato pure l’assurda, autolesionistica gestione delle case di riposo.

Ma contro la Lega, principale responsabile del pastrocchio lombardo, non potevano esprimersi né Musumeci presidente della Sicilia, né Santelli presidentessa della Calabria essendo entrambi espressione della stessa composita alleanza. Allora hanno pensato di vietare all’inizio e di limitare in seguito l’eventuale arrivo di lombardi nei loro territori. In quei giorni il folcloristico sindaco di Messina, Cateno De Luca, pretendeva di determinare in assoluta autonomia chi potesse o no attraversare lo Stretto minacciando l’arresto dei disobbedienti. Si è sviluppata una singolare gara a chi la sparava più grossa. Da un lato è abbondata la tendenza a sentirsi toccati da una grazia particolare e quindi liberi di formulare qualsiasi atto; dall’altro lato i politici del centrodestra, soprattutto quelli del filone Salvini, hanno cercato di mettere in difficoltà l’odiato presidente del consiglio Conte.

La decisione della Santelli di aprire bar e ristoranti quando il governo ne prolungava la chiusura ha rappresentato il punto più alto della sfida. È risultato alquanto avvilente il ricorso dello Stato al Tar (tribunale amministrativo regionale) per ottenere il rispetto delle proprie leggi. E allorché il Tar le ha dato torto su tutta la linea, la Santelli ha accampato il merito di aver posto il problema. Poi è apparso un altro De Luca, quello vero, Vincenzo, il presidente della Campania. Formalmente espressione del pd, nella realtà di se stesso; a capo di una dinastia familiare, che non pochi grattacapi ha riservato al partito che fu di Gramsci, di Togliatti, di Berlinguer. Già benedetto dall’imitazione del più corrosivo comico dei nostri giorni, Crozza, stavolta De Luca ha fatto tutto da solo raggiungendo vertici di popolarità impensabili. I suoi video hanno raccolto più spettatori di quelli di Trump.

Alcune sue frasi trasformate in tormentone e subito entrate nell’immaginario collettivo: «Ho saputo di una festa di laurea: attenti che vi mando i carabinieri con i lanciafiamme». «Se vediamo nelle pubblicità belle ragazze toniche che corrono con i vestiti aderenti sono cose che ti consolano, ma ho visto vecchi cinghialoni della mia età, che correvano senza mascherine, con la tuta alla caviglia, una seconda alla zuava, i pantaloncini sopra, che facevano footing in mezzo ai bambini. Andrebbero arrestati a vista per oltraggio al pudore». «Immaginare gente che va sputacchiando goccioline di saliva mentre ci sono bambini o anziani che passeggiano è intollerabile. Chi non indossa la mascherina è una bestia». De Luca è così assurto a politico più conosciuto d’Italia. Il suo ghigno da cattivo hollywoodiano di serie B è diventato un marchio.

Ha recitato da sceriffo di una Nazione abituata da sempre a vivere sul confine tra legalità e illegalità, ma all’improvviso tifosa di questo sparatore a salve. Il suo exploit ha mandato in crisi il centrodestra, che contava di defenestrarlo alle elezioni regionali di settembre. Non trovano più un candidato disposto a correre contro di lui, accreditato di un consenso fra il 65 e il 70 per cento. Anche nel pd gli avversari dei suoi metodi da caudillo sud americano sono costretti a mordersi la lingua. L’arrivo dell’estate mette non poco in ambasce i quattro cavalieri dell’Apocalisse, a De Luca, Santelli, Musumeci va aggiunto il presidente della Puglia Emiliano: come comportarsi con il turismo, che poi significa soprattutto con quelli che potrebbero giungere da Lombardia e Piemonte? Di stranieri ne arriveranno pochi, pochissimi: le speranze di salvare alberghi, lidi, ristoranti, discoteche già afflitti dalle distanze di sicurezza si appuntano sugli italiani. Ma si possono escludere quelli provenienti dalle regioni più popolose e più abbienti?

Bersagliato da quanti hanno trovato stupefacente la sua decisione di affidare a un leghista l’assessorato alla Cultura e all’identità siciliana, Musumeci ha avuto un rigurgito regionalistico: ha proclamato che la Sicilia sarà vietata ai portatori di contagio, i quali erano indesiderabili perfino in tempi di normalità. Insomma, la classica cantata alla luna nella speranza, non dichiarata, che il mitico indice R0 conceda il via libera a tutti, in special modo a quelli con i dané.