La parte del leone

Erdogan – La Turchia ha vinto due guerre in Libia e Siria riuscendo 
ad ottenere quel che vuole. Nonostante Putin e l’indifferenza Usa e Ue
/ 01.06.2020
di Daniele Raineri

La Turchia ha appena vinto due guerre e mezzo negli ultimi otto mesi. La cosa può piacere oppure no e ci sono molti critici che potrebbero spiegare con ottime ragioni perché il governo di Erdogan è un pessimo governo. Ma se consideriamo quello che succede sul campo allora c’è poco da dire: la Turchia ha una linea molto decisionista e aggressiva in politica estera e riesce a ottenere quello che vuole. Il caso più spettacolare è la Libia, dove Erdogan è intervenuto a proteggere la capitale Tripoli – messa sotto assedio dalle milizie del generale Khalifa Haftar di Bengasi. I turchi hanno fatto un uso accorto della loro forza militare e hanno mandato un contingente di droni, i piccoli aerei senza pilota che possono sparare un paio di missili contro bersagli a terra.

Nel giro di sei mesi i droni turchi hanno rovesciato il corso della battaglia e hanno trasformato i perdenti di Tripoli nei vincenti, con gran sorpresa della comunità internazionale – che dava per favorito il generale Haftar. Ci sono molte ragioni dietro a questo intervento deciso da Erdogan per la capitale libica. C’è il desiderio della Turchia di contrapporsi al blocco dei regni del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che tenta di espandere la propria influenza sulla regione. C’è l’affinità tra il presidente turco e il governo di Tripoli, dove la Fratellanza musulmana è dominante – mentre invece sauditi e emiratini odiano la Fratellanza e hanno come obiettivo quello di sradicarla dal mondo il prima possibile perché la percepiscono come una minaccia.

C’è anche la questione delle risorse di gas e greggio nel Mediterraneo, la Turchia ha paura di essere rimasta fuori dai diritti di sfruttamento e ora vuole allearsi con i libici di Tripoli per prendersi una parte di quelle ricchezze, mentre un blocco contrapposto di paesi vorrebbe lasciarla fuori e guarda caso è lo stesso blocco che appoggia Haftar in Libia (vedi i francesi). Ora Erdogan potrà far valere con i libici della Tripolitania un debito enorme, senza di lui la loro indipendenza sarebbe finita. C’è infine una ragione semplice: la Turchia ha realizzato che poteva davvero cambiare il corso delle cose in Libia con l’uso di un poco di forza militare perché è un conflitto ridotto, dove le battaglie si combattono tra reparti che contano al massimo poche centinaia di uomini e dove qualche drone può fare la differenza. È intervenuta perché poteva farlo, nel silenzio e nell’indifferenza di Unione Europea e America.

Il risultato, per ora, è che dove ci si aspettava una terribile battaglia quartiere per quartiere che avrebbe devastato Tripoli e avrebbe creato un’onda di profughi anche verso l’Europa c’è invece una situazione di attesa militarizzata. Il governo libico, riconosciuto dalla comunità internazionale che però non ha mosso un dito per proteggerlo, per ora è salvo. Questa settimana il Pentagono ha annunciato che quattordici aerei da guerra russi sono arrivati in Libia, dopo una breve sosta in Siria per essere riverniciati – in modo che sembrassero meno smaccatamente russi. L’informazione circolava già da una settimana perché è difficile spostare per migliaia di chilometri una piccola flotta di bombardieri fino a un paese dove i pochi aeroporti militari sono punti isolati che spiccano in mezzo al deserto senza che proprio nessuno se ne accorga.

Saranno pilotati da mercenari russi, che avranno il compito di difendere gli altri mercenari russi in Libia, quelli della compagnia Wagner, che combattono a terra al fianco del generale Khalifa Haftar. L’arrivo degli aerei è una notizia interessante, ma secondo gli analisti la Russia non li ha mandati per riprendere la battaglia di Tripoli dove si era interrotta. Piuttosto, gli aerei dovrebbero impedire uno smacco ancora più grande, quindi che le forze di Tripoli visto il momento favorevole si mettano a inseguire le milizie di Haftar nel deserto e comincino a invadere il loro territorio. In pratica, i mercenari russi dovrebbero essere lì a garantire che la situazione torni quella di prima della guerra civile: Libia spezzata in due metà che si guardano in cagnesco, Tripoli a ovest e Bengasi a est.

Turchia con una parte  e Russia con l’altra. Mosca naturalmente ci guadagna la riconoscenza della metà est. Tra fine febbraio e inizio marzo Erdogan ha vinto un’altro scontro, che visto da occidente è sembrato una guerricciola di pochi giorni ma in realtà poteva avere conseguenze enormi.In Siria le truppe lealiste del presidente Bashar el Assad spingevano verso nord, per prendersi la regione di Idlib, l’ultima a essere rimasta fuori dal loro controllo (è nelle mani di un assortimento di gruppi armati, gli islamisti sono quelli che dominano). I russi – di nuovo loro – li appoggiavano con consiglieri militari e bombardamenti aerei. Se la campagna avesse avuto successo i milioni di sfollati siriani che hanno trovato un rifugio precario dentro la regione di Idlib avrebbero fatto pressione per superare il confine con la Turchia – che già ospita tre milioni di siriani a causa di un accordo con l’Unione Europea. Sarebbe stato come il cedimento di un argine.

Era inevitabile che i turchi avrebbero indirizzato verso l’Europa una grande parte del flusso e come abbiamo potuto vedere negli anni scorsi i picchi improvvisi di immigrazione verso l’Ue portano una serie di cambiamenti politici un po’ dappertutto – come l’ascesa dei partiti nazionalisti e populisti. Il meccanismo si era già messo in moto. I soldati di Assad guadagnavano terreno, gli aerei russi bombardavano, gli sfollati si ammassavano lungo il confine. Poi la Turchia ha usato lo stesso schema della guerra in Libia e ha mandato i droni a bloccare l’offensiva, camion per camion, carro armato dopo carro armato. L’attacco si è smorzato, Erdogan e Putin si sono incontrati a Mosca, hanno deciso che per ora la situazione resta così com’è. Se queste sono due campagne militari vinte, mentre il resto del mondo era preoccupato soprattutto dalla pandemia, c’è poi la mezza campagna nel Kurdistan siriano.

A ottobre 2019 l’esercito turco e le milizie siriane fedeli alla Turchia hanno fatto irruzione da nord nella parte di Siria sotto il controllo dei curdi, con la benedizione pubblica del presidente americano, Donald Trump, che poi qualche giorno dopo se ne è pentito. L’aggressione si è interrotta dopo un mese, ma per i turchi è stata comunque un successo: hanno interrotto la continuità territoriale dei curdi, li hanno costretti a spostarsi più a sud, hanno preso il controllo di una fascia di territorio che ora intendono riempire con i profughi siriani che stanno in Turchia. In pratica hanno cominciato un travaso etnico, grazie alla forza delle armi. Il resto del mondo invece considera quell’operazione come un’ingiustizia enorme commessa ai danni dei curdi, che hanno portato il peso della guerra contro lo Stato islamico. La maggior parte delle battaglie contro i fanatici che facevano attentati anche in Europa è stata vinta dai curdi. Ma meno l’occidente si interessa a quello che succede nel mondo, più altri si fanno avanti a riempire il vuoto.