La libera circolazione è la base

È una delle quattro libertà garantite dall’ordinamento giuridico europeo, da cui deriva anche lo Spazio di Schengen e di cui approfitta largamente anche la Svizzera – Il 27 settembre il Popolo ne deciderà la sorte
/ 07.09.2020
di Marzio Rigonalli

Il 27 settembre saremo chiamati in votazione a pronunciarci su un diritto fondamentale molto importante: la libera circolazione delle persone. Vogliamo abolirla come chiede l’iniziativa popolare dell’Udc, «Per un’immigrazione moderata (iniziativa per la limitazione)»? Oppure vogliamo preservarla, pur accettando di porle dei limiti, come spesso avviene con tutte le libertà fondamentali?

La libera circolazione delle persone è una delle quattro grandi libertà garantite dall’ordinamento giuridico dell’Unione europea, accanto alla libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali. Inizialmente fu concepita dai trattati istitutivi come libera circolazione degli operatori economici. In seguito, con gli accordi di Schengen del 1985 e con il trattato di Maastricht del 1992, che ha introdotto l’istituto della cittadinanza europea, questa libertà ha assunto un valore più ampio ed ha incluso per tutti i cittadini europei il diritto di soggiorno e di circolazione in tutto il territorio dell’UE. In pratica, ogni cittadino europeo può scegliere in quale Stato vuol prendere dimora e svolgervi un’attività lavorativa. I trattati esistenti non ammettono discriminazioni tra i lavoratori degli Stati membri fondate sulla nazionalità. Accanto ai diritti vi sono però anche obblighi per i cittadini europei che scelgono di lasciare un paese per vivere in un altro, vincoli che riguardano la possibilità di lavorare, o la durata del soggiorno. Infine, i trattati ammettono che la libera circolazione possa non venire applicata in alcuni casi, in particolare quando ci sono seri motivi di ordine pubblico e quando sono in gioco la sicurezza e la sanità pubbliche.

Uno dei risultati concreti più evidenti dell’applicazione della libera circolazione fu la nascita dello spazio Schengen. Lo spazio comprende la maggior parte dei paesi dell’UE ed i quattro paesi dell’AELS (Associazione europea di libero scambio), Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein, che hanno lo status di paesi associati. Questo spazio ha permesso di abolire i controlli alle frontiere interne, di adottare misure per rafforzare ed armonizzare i controlli alle frontiere esterne, di definire una politica comune dei visti per soggiorni brevi, che consente ai cittadini di paesi non membri dell’UE di ottenere un visto unico valido per l’intero spazio, di rafforzare la cooperazione giudiziaria e di polizia, nonché di istituire e di sviluppare il Sistema d’informazione Schengen. Nonostante il suo successo, negli ultimi tempi lo spazio Schengen è stato sottoposto a forti pressioni, prima a causa dell’afflusso senza precedenti di rifugiati e migranti nell’UE, poi a causa della pandemia. I governi di vari Stati membri hanno reintrodotto i controlli temporanei alle frontiere interne di Schengen. Sono misure eccezionali, permesse dai trattati, che spariscono però non appena la situazione in causa ridiventa normale.

La libera circolazione delle persone è stata introdotta in Svizzera con l’accordo bilaterale firmato il 21 giugno 1999, accettato dal popolo nel maggio 2000, nell’ambito della votazione sui Bilaterali 1, ed entrato in vigore il 1.  giugno 2002. L’accordo sulla libera circolazione è il più importante dei sette accordi che formano il primo pacchetto dei bilaterali. Più tardi, l’intesa è stata estesa ai nuovi Stati membri dell’UE, offrendo al popolo elvetico la possibilità di decidere ogni singola estensione. L’accordo vale anche per gli altri tre paesi dell’AELS. Con la Gran Bretagna, il paese più critico riguardo la libera circolazione delle persone, l’intesa verrà applicata solo fino al 31 dicembre 2020, data alla quale Londra uscirà dall’UE. Per quella data, Berna e Londra sperano di avere a disposizione un nuovo accordo bilaterale. I due paesi stanno negoziando un trattato di cooperazione delle rispettive polizie, al fine di impedire il sorgere di un vuoto in settori così importanti come la sicurezza e la migrazione. Secondo la consigliera federale Karin Keller-Sutter la trattativa è già in una fase avanzata.

Il principio della libera circolazione include il diritto per i cittadini europei di soggiornare e lavorare in Svizzera e per i cittadini svizzeri di prendere domicilio nello spazio europeo e di godere in larga misura delle stesse condizioni di vita e di lavoro dei cittadini dell’Unione europea. La vita dei nostri confederati vien semplificata, e non di poco, dall’esercizio di questa libertà. Il diritto alla libera circolazione non è però assoluto. Il Consiglio federale ha avuto ed ha la possibilità di limitarne la portata, soprattutto per contenere le sue conseguenze negative. Lo ha fatto quando c’era la possibilità di ricorrere alla cosiddetta clausola di salvaguardia, che per alcuni anni ha consentito di limitare il numero di determinati tipi di permesso. Lo sta facendo adesso con le misure di accompagnamento, che sono la principale difesa contro ogni tipo di abuso, riguardante il mercato, le condizioni di lavoro, i salari e il versamento dei contributi assicurativi, e lo sta attuando anche con gli aiuti messi a disposizione per i lavoratori anziani che stentano a trovare un lavoro.

La libera circolazione delle persone fa parte delle nostre libertà fondamentali. Le frontiere nazionali non sono più l’orizzonte dei nostri spazi di vita, di lavoro e d’interessi. Rimangono i baluardi di tutti i nazionalismi, ma sono sempre più viste come dei passaggi che consentono la vivacità degli scambi economici, la reciproca conoscenza di culture diverse ma vicine, l’arricchimento delle esperienze professionali ed umane. Le frontiere aperte offrono numerosi vantaggi, che consideriamo ovvi, naturali, facenti parte della nostra vita e di cui soffriremo la mancanza se dovessero venire a mancare. È quanto è successo durante la fase acuta della pandemia, quando i governi che avevano chiuso le frontiere hanno dovuto confrontarsi con le pressioni che esercitavano tutti coloro che volevano riaprirle.

Il 27 settembre sarà una giornata che si rivelerà importante per il futuro del nostro paese. L’accettazione dell’iniziativa popolare dell’UDC porterà alla fine della libera circolazione delle persone, alla disdetta degli accordi Bilaterali 1 e, probabilmente, anche all’accantonamento di altri accordi bilaterali. Le nostre libertà verranno intaccate. L’economia svizzera ne risentirà, perché le aziende non avranno più l’accesso diretto al mercato unico europeo e, in fin dei conti, i nostri rapporti con l’Unione europea si faranno più difficili. Bruxelles non accetterà più di continuare sulla via bilaterale seguita fino adesso e renderà difficile la conclusione di un futuro accordo di libero scambio, o di altri accordi. Il rifiuto dell’iniziativa per la limitazione, invece, avrà almeno due conseguenze positive. Consentirà di non peggiorare le nostre relazioni con l’UE, che è il nostro principale partner politico ed economico, e di rilanciare il negoziato sull’accordo istituzionale. L’accordo è tutt’ora bloccato su tre punti che il Consiglio federale vorrebbe rinegoziare: la protezione dei salari, gli aiuti di Stato e la direttiva sulla cittadinanza europea. La sua conclusione è però necessaria, sia per consolidare la via bilaterale tracciata fin ora, sia per poter concludere nuovi accordi bilaterali che facilitino l’accesso al mercato unico come per esempio l’accordo sull’energia elettrica.