La jihad Rohingya

Minoranze perseguitate – Fuggono dalla Birmania dove non sono accettati in quanto musulmani per rifugiarsi nei campi profughi del Bangladesh che si trasformano in bacini di reclutamento del terrorismo pakistano
/ 23.01.2017
di Francesca Marino

È accaduto altrove e sta succedendo ancora nell’indifferenza generale che durerà, come è successo per Talebani e affini, fino al momento in cui sarà già troppo tardi. Per l’ennesima volta infatti i campi profughi, abbandonati e dimenticati, si trasformano in bacini privilegiati di reclutamento per vari gruppi jihadi trasformando una catastrofe umanitaria in una emergenza terrorismo. È già successo, e sta succedendo adesso con una delle etnie più neglette e dimenticate della storia recente: i Rohingya. E anche l’ennesimo allarme lanciato dall’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e dall’organizzazione Internazionale dei Migranti è caduto come d’abitudine nel vuoto. Eppure, le espressioni adoperate nei rapporti delle suddette organizzazioni sono di quelle che destano in genere indignazione: genocidio, crimini contro l’umanità, pulizia etnica.

Le organizzazioni internazionali accusano ancora una volta il governo della Birmania di crimini contro la minoranza etnica e religiosa dei Rohingya dichiarando che: «Lo Stato ha ampiamente disatteso le raccomandazioni delle organizzazioni internazionali» e ipotizzando, non per la prima volta, che sia in corso un vero e proprio genocidio. Così la pensa anche il premier malese Najib Razak, che si è messo alla testa di un corteo di solidarietà con i Rohingya, pronunciando a chiare lettere la parola genocidio e dichiarando che: «Quando è troppo è troppo».

Secondo le agenzie umanitarie, tra il 9 ottobre e il 2 dicembre sono arrivati a Cox Bazaar, in Bangladesh, ventunomila Rohingya. Che si aggiungono ai più o meno 230’000 (dati ufficiali, ma si parla di cinquecentomila) che vivono già nel Paese: più o meno perché soltanto 32’000 sono registrati. Gli altri ci sono, ma non esistono sulla carta. In Birmania, sono considerati cittadini di serie C: anzi, non sono considerati affatto cittadini ma «stranieri residenti» pur essendo autoctoni. La loro colpa? Essere musulmani in un Paese a maggioranza buddista. I Rohingya sono stati privati della nazionalità birmana e fatti oggetto di una campagna persecutoria in grande stile: moschee distrutte, terre confiscate, stupri etnici e omicidi hanno costretto all’epoca più di duecentomila persone ad abbandonare il Paese e a rifugiarsi all’estero.

Quelli che sono rimasti sono stati dichiarati «stranieri residenti» senza diritto a possedere terra e senza diritti civili o legali. Al principio degli anni Novanta, in seguito all’ennesima campagna di stupri, omicidi e persecuzioni, altri 250mila Rohingya abbandonavano la Birmania per rifugiarsi principalmente in Bangladesh inseguendo l’illusione di poter essere meglio accolti in un Paese a maggioranza musulmana sunnita. Non è stato così, perché subiscono anche in Bangladesh discriminazioni, soprusi, violenze e ripetute violazioni dei diritti umani più di una volta denunciati dalle Nazioni Unite e caduti, come dicevamo, in un assordante silenzio. Nell’ultimo anno, le operazioni di pulizia etnica del governo birmano si ripetono con allarmante frequenza. Le analisi delle mappe aeree fatte dalle agenzie internazionali mostrano villaggi completamente rasi al suolo, e i rifugiati che arrivano in Bangladesh parlano di torture, stupri e violenze di ogni genere.

Il governo del Bangladesh adotta in sostanza la politica dello struzzo. Così i Rohingya continuano a vivere abbandonati nei campi profughi, amorosamente assistiti soltanto da alcune organizzazioni umanitarie islamiche. Una per tutte? La Fala-I-Insaniyat, pakistana, prontamente accorsa in aiuto, fin dal 2012, ai fratelli musulmani perseguitati. Ma la Fala-I-Insaniyat, purtroppo, altro non è che una branca della Jamaat-u-Dawa, il «braccio umanitario» della Lashkar-i-Toiba, l’organizzazione terroristica pakistana accusata, tra le altre cose, dell’attacco di Mumbai del 2008. La JuD ha adottato con successo la stessa tecnica in Pakistan, dove è spesso stata l’unica organizzazione ad aver avuto dal governo il permesso di accedere in aree colpite da terremoti o alluvioni: porta soccorsi e arruola le vittime di catastrofi di varia natura. Fare leva sulla rabbia delle vittime, soprattutto dei giovani, è semplicissimo.

Così, secondo rapporti dell’intelligence indiana e di quella birmana, i Rohingya sono felicemente entrati a far parte del progetto di jihad globale della LiT. Secondo i rapporti, esistono vari campi di addestramento, che hanno stretti legami con la LiT e con la JuD, sul confine tra Birmania e Bangladesh e tra Thailandia e Birmania. Non solo: ha cominciato a operare nell’area un gruppo chiamato Aqa-ul-Mujahiddin i cui membri, secondo l’intelligence birmana, sono stati addestrati in Pakistan nei campi della LiT. Pare che le reclute, selezionate in loco, siano state inviate in Pakistan per poi tornare ad addestrare nuove leve in loco. Ci sono Rohingya che combattono ormai in Kashmir a fianco della Jaish-i-Mohammed e della Lashkar-i-Toiba, e ci sono cellule composte ormai esclusivamente di militanti Rohingya. I legami con i gruppi terroristici di matrice pakistana sono ormai ben consolidati, tanto che a capo di uno dei gruppi si trova un maulana pakistano di origine Rohingya, Abdul Hamid, strettamente connesso alla Lashkar-i-Toiba.

Occuparsi della catastrofe umanitaria e del genocidio in corso dovrebbe essere, per l’Occidente, una priorità assoluta: Per ragioni umanitarie anzitutto, perché non si creino come spesso accade, vittime di serie A e di serie B. Ma anche per ragioni prettamente egoistiche: mentre tutti si affannano a concentrarsi su una particolare zona del mondo, fuori dal cono di luce si prepara la guerra di domani.