La guerra delle banconote

Crisi economica – In Venezuela sono iniziati i saccheggi dei supermercati e le proteste di strada per il ritiro dalla circolazione di carta moneta. Che potrebbero dare il via alla rivolta generale contro Maduro, come insegna la storia
/ 27.12.2016
di Angela Nocioni

Ondata di saccheggi in Venezuela. Folle inferocite hanno preso d’assalto e distrutto supermercati e autoservizi. Ad accendere la miccia della protesta popolare è stata un improvviso rastrellamento di contante. Le banconote da 100 bolìvares sono state ritirate, con 72 ore di preavviso, dalla circolazione. Il presidente della repubblica, Nicolas Maduro, ha annunciato la drastica misura definendola «radicale, dura ed inevitabile».

Ha detto di averla presa per combattere le «mafie che dalla Colombia e dagli Stati Uniti» avrebbero orchestrato un’operazione per far uscire banconote venezuelane e destabilizzare così la già debilitatissima moneta venezuelana, ormai risucchiata in un vortice di iperinflazione insostenibile per la maggioranza della popolazione.

Le banconote da 100 bolivares, le più alte finora in circolazione, rappresentano il 48% del denaro contante al momento in Venezuela, secondo le cifre ufficiali del Banco central. Toglierle dal mercato serve a Maduro a tentare di frenare l’ascesa del dollaro nel mercato nero e a sperare di rallentare così l’ormai irrallentabile iperinflazione.

Il governo sostiene che i biglietti da 100, il prezzo di una caramella, sono stati fatti uscire in grandi quantità dal Paese ad opera di «mafie speculatrici». Ha denunciato un golpe finanziario. Cucuta e Macaio, due cittadine di frontiera in territorio colombiano, sarebbero secondo il governo «sede di un centro permanente di attacco al sistema bancario». «Ci sono depositi pieni di banconote da 100 bolivares a Cartagena e a Bucaramanga» ha detto Maduro in tv. Ha anche accusato una società che ha contatti con il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di fare parte del complotto. Il ministro degli Interni, Nestor Reverol, ha detto in tv che le «mafie speculatrici» avrebbero fatto uscire dal Paese 300 miliardi di bolivares, che al mercato nero valgono 300 milioni di dollari. Ha detto che l’operazione ha il patrocinio statunitense e ha accennato a un ruolo per una ong di cui però non ha fatto il nome. Ha detto che ai contrabbandieri venivano pagati 120 bolivares per ogni biglietto da 100 esportato.

Caracas ha chiesto al governo colombiano di Juan Manuel Santos l’erogazione di un decreto che permetta ai commercianti delle città di fontiera di stabilire il valore delle valute straniere. Contemporaneamente una campagna di propaganda governativa sostiene che in Germania e Ucraina, addirittura, ci sarebbero depositi pieni di banconote venezuelane trafugate da Caracas. Con questa versione dei fatti il governo riesce a dare la possibilità di una lettura ideologica a una misura impopolare che, in realtà, è un tentativo di intervenire a livello macroeconomico sul cambio.

La verità è che il bolivar cade in picchiata. Solo il mese scorso si è svalutato del 59%. Da qui l’impossibilità di pagare in contanti, l’aumento dei prezzi e l’impoverimento del potere d’acquisto della moneta locale. I prezzi crescono un giorno dopo l’altro, letteralmente. Il dollaro è il bene più richiesto oggi a Caracas, i venezuelani con denaro contante a disposizione sono pronti a pagarlo qualsiasi prezzo, terrorizzati dal bisogno di proteggersi dall’aumento dell’inflazione. Il Fondo monetario internazionale ha pronosticato un’inflazione del 720% per quest’anno.

Uno dei siti più cliccati in internet da Caracas oggi è il «Dolar Today», che calcola con quanti bolivares si può comprare un peso colombiano in Colombia e poi, con questi pesos, quanti dollari si possono comprare. È ormai considerato l’indicatore ufficiale dei mutamenti di prezzo al dettaglio in Venezuela.

Annunciata la misura del rastrellamento da parte di Maduro, i venezuelani hanno avuto 72 ore di tempo per presentarsi allo sportello di una banca pubblica per fare il cambiamento di moneta, passate le quali il cambio viene fatto solo alla sede del Banco central de Venezuela, luogo irraggiungibile per moltissime persone. Nel frattempo, visto un ritardo nella consegna delle nuove banconote di taglio maggiore che ha lasciato a casse vuote le banche a lungo, in Venezuela la banconota più grossa in circolazione è stata per giorni quella da 50 bolivares, un centesimo di euro al valore di cambio del mercato nero.

Negli ultimi giorni della settimana scorsa, la banconota da 100, di gran lunga la più utilizzata negli scambi, era sparita. Nelle città di confine e nei posti di provincia dove meno frequenti sono le transizioni in moneta elettronica e il pagamento con carte di credito, il biglietto da 100 aveva cominciato ad essere venduto a un prezzo superiore. In Venezuela esiste da quattordici anni un controllo del cambio, fissato dal governo e non passibile di fluttuazione nel mercato delle monete. Questo ovviamente consente che i prezzi fluttuino, e di molto, nel mercato nero.

Al malcontento per una crisi economica di lungo corso, nelle strade del Venezuela si è aggiunta quindi l’esasperazione per l’assenza di contante. Venerdì mattina, tra le centinaia di persone che si ammassavano davanti alla porta chiusa del Banco central a Maracaibo, capitale dello stato Zulia, frontiera ovest, è scoppiata una rivolta. Scontri con la polizia. Dieci arresti. Ondata di saccheggi alla periferia della città.

Dall’altra parte del Paese, nell’estremo sud est, nello stato Bolìvar, nella città mineraria di El Callao, l’insurrezione popolare è stata innescata dall’improvviso rifiuto di tutti i commercianti di accettare banconote da 100 come pagamento. Almeno un morto. Lunga catena di saccheggi, soprattutto nei supermercati cinesi, che sono i tipici distributori al dettaglio nelle zone periferiche delle città. Saccheggi ovunque nello stato di Bolìvar, anche nella sua capitale, Ciudad Bolìvar. A Guasdualito, nel distretto speciale dell’Alto Apure, nella pianura sudoccidentale del Venezuela, agenzie bancarie sono state prese d’assalto e incendiate. Qui sono stati arrestati tre dirigenti regionali e un deputato del partito d’opposizione antichavista Primero Justicia (PJ), accusati di aver promosso gli scontri. Incendi e saccheggi a raffica anche a Merida, Tachira, Monagas, Anzoategui e Trujillo. A Caracas la fila per depositare le banconote da 100 al Banco central è arrivata a misurare più di 20 isolati. Molti salari – viene pagato ogni 15 giorni normalmente lo stipendio – non sono stati pagati per assenza di contante a chi non dispone di un conto in banca.

Non c’è proprio contante in giro, la gente non sa con cosa pagare. Il governo ha disposto che i trasporti pubblici siano gratuiti per qualche giorno, limitandosi di fatto a registrare l’incontrovertibile dato che già da venerdì autobus e treni circolano a porte aperte e gratis perché non ci sono più le monete per pagare.

Un elemento ulteriore di tensione lo comporta il fatto che tutto ciò accade nel mese di dicembre, periodo consacrato dai venezuelani tradizionalmente al divertimento e al consumo. Fare festa con l’inflazione alle stelle e il denaro rastrellato, non è stata una bella esperienza.

Niente, per ora, a confronto di quanto accadde qualche Natale fa, quando Maduro, di recente insediatosi, impose d’imperio un Natale socialista a tutti. C’era stata una prima ondata di saccheggi. Il problema erano gli approvigionamenti. Mancavano prodotti negli scaffali dei supermercati. La banca centrale aveva da poco ammesso che non c’era approvvigionamento per il 22% dei beni necessari e Maduro cosa fece? Spedì i militari ad occupare i negozi e costrinse i commercianti a vendere quasi tutto, anche i televisori di ultima generazione, a prezzi politici.

A Caracas, Valencia, Maracay e Merida – le principali città del Paese – centinaia di persone, esasperate da mesi di contingentamenti di prodotti, finirono per prendere d’assalto i supermercati. Caffè, zucchero, olio e farina di mais erano a quei tempi prodotti già introvabili anche nei mercati socialisti che il governo organizzava per aggirare il sistema di distribuzione privata. La scarsezza alimentare era evidente anche allora in provincia più che a Caracas, dove l’esercito si occupava di scortare le merci fino ai depositi.

Quell’ondata di proteste rientrò, ma fu il primo segno del ritorno ad aleggiare nell’aria di una disponibilità generale a grandi escalation di violenza di piazza allo stile del Caracazo, l’insurrezione popolare che diede inizio ai rivoltosi anni dell’America Latina in lotta contro la ristrutturazione in termini strettamente neoliberisti della sua economia e che di quella lotta fu il faro e il simbolo.

Sempre, storicamente in Venezuela, le fasi di grande capovolgimento politico sono precedute da piccole ondate di saccheggi. Maduro lo sa e non sa se l’esercito starà dalla sua parte. È questo, al momento attuale, il suo più grande problema.