La fine della guerra buona

Da Bush a Biden - Non si possono capire i tragici eventi delle ultime settimane, se non si comincia con una ricostruzione storica su come è cambiata la visione strategica degli Stati Uniti sull’Afghanistan
/ 23.08.2021
di Federico Rampini

Joe Biden è stato già condannato dal tribunale delle élite globaliste, di destra e di sinistra, per la débacle afgana. Il processo sommario al presidente confonde due cose: il tragico caos con cui è cominciata la ritirata americana; e la decisione stessa di concludere una guerra durata vent’anni. Nell’angoscia provocata dalle immagini di Kabul molti condannano sia la pianificazione ed esecuzione del ritiro, sia il ritiro stesso. Nel coro dei critici non mancano i malati di amnesìa: gli stessi che avrebbero voluto processare George W. Bush per crimini contro l’umanità quando invase l’Afghanistan, oggi accusano l’America per l’abbandono del paese.

A Biden va dato atto, almeno, di una certa coerenza. Da senatore votò a favore dell’intervento militare in Afghanistan come reazione all’attacco dell’11 settembre 2001. È dal 2009, però, che Biden preme per il ritiro. Da quando divenne vicepresidente di Barack Obama, si è distinto per una battaglia contro i generali del Pentagono, fautori di una presenza militare a tempo indeterminato. Non si possono capire i tragici eventi delle ultime settimane, se non si comincia con una ricostruzione storica su come è cambiata la visione strategica degli Stati Uniti sull’Afghanistan: da Bush a Obama, da Trump a Biden. In questa ricostruzione un ruolo di spicco spetta al Pentagono. Poi ci sono fattori esterni – le profonde trasformazioni nella geoeconomia energetica del pianeta; e nella percezione della Cina a Washington – che hanno influito. L’evoluzione lungo quattro presidenze aiuta a capire perché Biden è così determinato, e disposto a pagare un prezzo d’immagine pur di districarsi da un teatro che non considera più di vitale interesse strategico.

Bush invase l’Afghanistan all’inizio per una ragione incontestabile: là era ospitato e protetto dai talebani Osama Bin Laden; dal suo rifugio afgano il capo di Al Qaeda aveva progettato l’attacco dell’11 settembre, quasi tremila civili uccisi. Ben presto il Pentagono si accorse che per estirpare Al Qaeda e castigare i talebani non bastava cospargerli di bombe dai cieli. Gli alleati della Nato furono convinti ad unirsi all’America – in virtù dell’articolo 5 sull’obbligo di mutuo soccorso verso uno Stato membro aggredito – nell’invasione terrestre. Ma nel corso del 2002 a Washington cominciò a maturare il piano di invadere l’Iraq per regolare i conti con Saddam Hussein e rifare le mappe strategiche del Medio Oriente.

La guerra in Afghanistan cominciò a scivolare in secondo piano. In seno al partito democratico stava per nascere la stella di Obama, oscuro senatore di Chicago, applaudito dall’ala sinistra del partito per essersi dissociato dalla guerra in Iraq. La geografia politica di Washington si sovrappose alla geopolitica del Medio Oriente. Una parte dei democratici scelsero l’Afghanistan come la guerra «buona», legittima. La sinistra caricò l’occupazione militare afgana di compiti umanitari a cominciare dalla liberazione delle donne afgane. Il partito repubblicano preferiva occuparsi dell’Iraq, del petrolio, degli interessi geo-economici nella parte più ricca del Medio Oriente, crocevia tra Israele, Iran e Arabia saudita. Con l’elezione di Obama nel novembre 2008 la divaricazione si è accentuata. Bisognava abbandonare l’Iraq, la guerra immorale; e raddoppiare l’impegno in Afghanistan. Il Pentagono ha continuato ad alimentare illusioni, chiedendo nuove truppe in vista di una vittoria finale alla quale gli stessi generali forse non hanno mai creduto. Anche nelle accademie militari americane si studia l’Afghanistan come la «tomba degli imperi» (russo e britannico).

Il Pentagono probabilmente ha puntato su un pareggio con i talebani, sperando di poter dettare le condizioni per un assetto politico che li includesse, ma garantisse contro futuri attacchi terroristici all’America. Biden ha condotto la sua battaglia contro il surge, cioè l’escalation di truppe, ma Obama ha dato partita vinta ai generali e nel 2009 ha aumentato di 110’000 uomini le truppe americane sul terreno.
Trump è stato il presidente della svolta, suo fu l’annuncio del ritiro. Biden ha ereditato quella decisione, l’ha applicata senza esitare perché corrisponde a quel che lui voleva fare 12 anni fa. Il mondo è cambiato nel frattempo. L’America ha smesso da anni di importare petrolio dal Medio Oriente. La Cina ha conquistato nella visione strategica di Washington – senza distinzioni fra Trump e Biden – il ruolo di rivale strategico e minaccia numero uno.

L’accusa più grave a Biden viene da un giornale amico, il «New York Times»: il presidente avrebbe mentito agli americani quando, ancora poche settimane fa, escludeva un tracollo dell’esercito afgano durante il ritiro Usa. Già allora, secondo il quotidiano progressista, il presidente aveva ricevuto dall’intelligence un rapporto di segno opposto, dove la débacle delle forze governative era prevista. Come minimo, avrebbe dovuto tenerne conto nel pianificare le modalità della ritirata militare e dell’evacuazione dei civili, in modo da evitare panico e caos. I repubblicani insistono sulla catastrofica esecuzione del ritiro, parlano di una guerra perduta da Biden e solo da lui.

Perfino Trump – che aveva firmato gli accordi con i talebani dove l’unica condizione era l’incolumità per gli americani durante l’evacuazione – accusa Biden di una disfatta storica. Nell’ala terzomondista e umanitaria del partito democratico si denuncia l’abbandono delle donne afgane; nell’establishment internazionalista affiora il timore che tutti gli alleati traggano delle conseguenze perniciose da questa vicenda. I media progressisti sono severi quanto i conservatori. Molti sottolineano il crollo di credibilità dell’America tra gli alleati, che rafforza Cina, Russia, Iran.

Un’analisi in controtendenza è The American War in Afghanistan di Carter Malkasian, che fu in Afghanistan come funzionario civile nella provincia di Helmand, poi consigliere dello stato maggiore del Pentagono. I dati che lui raccoglie smentiscono la teoria secondo cui gli Stati Uniti stavano mantenendo la pace in Afghanistan con poche migliaia di uomini, e che questa stabilità poteva protrarsi a tempo indefinito. I talebani avevano sospeso solo gli attacchi contro le forze della Nato, mentre la guerra continuava ad intensificarsi contro gli afgani.

Il 2019 ha visto il record tragico di vittime tra civili afgani in un decennio. Nel 2018, quando le truppe americane erano ancora il quadruplo rispetto al 2021, ben 282.000 civili afgani erano stati costretti a fuggire dalle loro case. Nel contempo il livello di sostegno della popolazione verso gli americani continuava a scendere, nel 2018 era al 55% contro il 90% di dieci anni prima. Già nel 2016, peraltro, quando Obama era stato convinto a rinviare per l’ennesima volta il ritiro delle truppe, e dunque la forza militare americana era all’apice, i talebani erano riusciti a riconquistare un quarto del territorio nazionale. In quanto alla costruzione di una democrazia afgana: alle ultime elezioni, nel 2019, solo il 5% della popolazione ha partecipato al voto.
Il peggio può ancora venire. Per gli afgani naturalmente, ma anche per Biden. Restano civili americani da portare in salvo, nonché afgani con doppia cittadinanza o Green Card o un visto. Se qualche americano viene ucciso o fatto prigioniero, la crisi afgana farà un salto di gravità. Catturerà l’attenzione dell’opinione pubblica molto più di quanto abbia fatto finora. Lo scenario «Teheran 1979» diventerebbe un incubo per Biden, esposto alla caduta di popolarità che colpì Jimmy Carter durante la detenzione degli ostaggi americani in Iran. Qualora non si arrivi a uno scenario così estremo, comunque Biden deve scegliere quanti richiedenti asilo accogliere negli Stati Uniti. Ha già un’emergenza migranti al confine con il Messico. La destra lo incalza, anche perché le restrizioni sanitarie che impediscono a tanti altri di viaggiare negli Usa non fermano chi entra illegalmente. Perfino nel partito democratico, sono minoritarie le posizioni della sinistra no border, del genere «apriamo le frontiere a tutti i disperati della terra». Se l’afflusso di afgani diventasse massiccio, da un problema di politica estera diventerebbe un dossier domestico.

Biden è sceso per la prima volta sotto il 50% dei consensi ma l’Afghanistan non c’entra. Il calo era antecedente la caduta di Kabul e tutto legato a problemi interni: il rallentamento delle riforme, le polemiche sulle nuove misure anti-pandemia, le divisioni interne al partito democratico. Perciò il presidente continua a «parlare d’altro», prevalentemente. L’Afghanistan occupa solo una parte della sua agenda, la comunicazione della Casa Bianca si concentra su altre cose: la terza dose di vaccini; le misure a favore dei più poveri (blocco degli sfratti, aumento dei buoni-pasto); la ripresa sul mercato del lavoro. Negli ultimi giorni si è confermata una frattura tra le élite globaliste e la società americana. I commenti degli esperti e dei media non colgono quanto il popolo americano sia stanco di guerre, disilluso sul proprio ruolo mondiale.

Bush-Obama avevano declinato due versioni dell’internazionalismo. Trump-Biden hanno bucato la bolla delle illusioni imperiali che univa il Pentagono, l’establishment di politica estera, gran parte dei media nazionali. Vent’anni perduti e duemila miliardi sprecati in Afghanistan, l’errore strategico di focalizzarsi su un Medio Oriente in perdita d’importanza: tra gli elettori repubblicani e democratici si è radicata la convinzione che l’America deve fare nation-building a casa propria. Se c’è una speranza di arrestare la decadenza degli Stati Uniti, è curando i suoi mali interni, non finanziando spedizioni fallimentari per esportare democrazia e diritti. Si può etichettare la politica estera di Trump come isolazionista, quella di Biden come improntata ad un realismo che impone rinunce. I due campi concordano che il ventennio delle guerre contro il terrorismo ha regalato tempo e risorse alla Cina per accelerare la corsa verso la supremazia.

L’establishment globalista è sempre stato una élite. Anche ai tempi di Roosevelt, Truman e Marshall, quando si trattava di ricostruire l’Europa dalle macerie della seconda guerra mondiale, un’America «profonda» avrebbe preferito ripiegarsi su se stessa. Ma allora aveva i mezzi, economici e politici, per un Piano Marshall; o per trapiantare la liberaldemocrazia in Giappone. Oggi la maggioranza degli americani ha una visione disincantata e lucida sui limiti della propria potenza.