La donna più potente se ne va

Dopo sedici anni alla guida del Governo tedesco, Angela Merkel lascerà la politica. Ripercorriamo i momenti salienti della sua carriera, tra luci e ombre
/ 30.08.2021
di Marzio Rigonalli

Fra poche settimane lascerà il potere. Durante 16 anni Angela Merkel ha fatto parte della quotidianità dei tedeschi, ma un po’ anche della vita di tutti gli altri cittadini europei. È stata la prima cancelliera donna e anche la prima cancelliera proveniente dall’altra parte della cortina di ferro. Per ben 4 successivi mandati ha guidato la prima potenza economica europea e più volte è stata ritenuta la donna più potente del mondo (ad esempio da «Forbes»). Ha affrontato un bel numero di crisi, riuscendo spesso a trovare compromessi e a farli accettare. Nella sua presenza e nella sua azione, molti leader europei hanno individuato spesso un punto di riferimento, un partner affidabile, un baluardo in difesa della democrazia e dei valori occidentali.

Un lungo periodo sta per concludersi e spontanee sorgono alcune riflessioni e domande: quale immagine resterà di lei sul piano interno e su quello internazionale? Sarà positiva come lo fu per alcuni suoi illustri predecessori, come i cancellieri Konrad Adenauer e Helmut Kohl, oppure lascerà la porta aperta a svariate critiche? Prima di cercare di rispondere, conviene ricordare come fu la prima parte della vita di Merkel. La futura cancelliera nacque ad Amburgo nel 1954. Suo padre era un pastore protestante e sua madre professoressa d’inglese. Nell’estate del 1961, quando venne eretto il Muro intorno ai tre settori occidentali di Berlino per fermare l’esodo delle persone dalla Germania dell’est, la sua famiglia si ritrovò sotto il regime comunista, senza la possibilità di recarsi nella parte occidentale della Germania. Per quasi trent’anni, Merkel dovette convivere con le regole, gli obblighi, lo spionaggio di un regime che non apprezzava, ma che non le rendeva la vita particolarmente difficile. Seguì un ciclo di studi che la portò all’Università Karl Marx di Lipsia, il più grande centro universitario della Germania dell’est, dove studierà Fisica e otterrà il dottorato. Sposerà un collega di studi, Ulrich Merkel, dal quale divorzierà qualche anno dopo, conservando il suo nome, anche quando si sposerà la seconda volta. Ha dunque avuto una formazione scientifica, dalla quale deriva una forte capacità analitica, il bisogno di conoscere a fondo i dossier e la volontà di trovare soluzioni. I contesti familiare e sociale le hanno inculcato l’umiltà e la modestia, che l’hanno portata ancora oggi a vivere nell’appartamento di una palazzina, a Berlino, e a fare lei stessa la propria spesa, nonché il valore supremo della libertà e della necessità di difenderla in ogni situazione.

Angela Merkel poteva diventare una ricercatrice o una docente universitaria. Non fu così. Dopo la caduta del Muro nel 1989, quando aveva 35 anni, cominciò a interessarsi alla politica e quindi a scegliere un’altra strada. Diventò portavoce dell’ultimo Governo della Germania dell’est prima della riunificazione e rispose all’invito di Kohl di far parte del suo Governo. Il cancelliere voleva includere nella sua compagine una persona proveniente dalla Germania dell’est. Angela Merkel divenne allora ministra delle donne, della gioventù e dello sport e qualche anno dopo, grazie a un buon risultato elettorale, le venne affidato il Ministero dell’ambiente. Nel 1998 Helmut Kohl perse le elezioni legislative e dovette cedere il posto a Gerhard Schröder. Cominciò così il declino politico del padre della riunificazione tedesca, un declino che venne poi accentuato dallo scandalo dei fondi neri usati illegalmente negli anni Novanta per finanziare la Cdu. Nel frattempo Angela Merkel proseguiva nella sua scalata verso il potere, dapprima come presidente regionale della Cdu, poi come segretaria nazionale del partito e infine, nel 2000, come presidente del partito e quindi come futura candidata alla cancelleria. Una donna protestante, divorziata, senza figli riuscì a imporsi in seno al grande partito popolare conservatore della Germania, tradizionalmente fedele ai valori della religione cattolica e della famiglia. Nel 2005 la Cdu vinse di poco le elezioni davanti alla Spd di Schröder e Angela Merkel divenne cancelliera. Guiderà una coalizione con i socialdemocratici e darà inizio ai 16 anni passati al vertice del potere.

Sul piano interno Merkel ha saputo proteggere i tedeschi e assicurare loro una certa stabilità, spesso privilegiando gli interessi economici del Paese nel contesto europeo. Le sue scelte le hanno garantito una costante popolarità, mai scesa sotto il 50%. Oggi ancora si aggira intorno al 70% e la maggioranza dei tedeschi avrebbe voluto che affrontasse un quinto mandato. Tra le numerose decisioni prese, due emergono sulle altre e troveranno spazio nei libri di storia: l’abbandono del nucleare nel 2011, dopo la catastrofe di Fukushima, e l’accoglienza di quasi un milione di profughi nel 2015.

La prima decisione ha avviato la svolta energetica che per decenni continuerà a occupare la politica tedesca, come d’altronde avviene anche in tanti altri Paesi. La seconda decisione, simboleggiata dalla famosa frase «Wir schaffen das» (possiamo farcela), portò all’apertura delle frontiere ai profughi che fuggivano la guerra in Siria. Un forte gesto umano che ha salvato l’onore dell’Europa, ma che ha avuto anche conseguenze politiche negative per la cancelleria. La destra estrema e i populisti ne hanno tratto profitto. L’Afd (Alternativa per la Germania), per esempio, è riuscita ad entrare al Bundestag per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una macchia questa, in un bilancio prevalentemente positivo, alla quale si potrebbe aggiungere anche l’incomprensione che la cancelliera ha suscitato quando ha difeso a spada tratta il gasdotto Nordstream che assicura alla Germania i rifornimenti di gas, ma che la mette in uno stato di dipendenza energetica nei confronti della Russia.

Sul piano europeo Angela Merkel ha conosciuto un’evoluzione. Durante i suoi primi mandati ha difeso il rigore dei bilanci e l’austerità. Ben nota è stata la sua intransigenza nei confronti della Grecia durante la crisi del debito sovrano. Basta ricordare il suo viaggio ad Atene nel 2012, accolta dalle proteste di migliaia di dimostranti, dai manifesti e dalle prime pagine dei giornali piene delle caricature della sua fotografia, con i baffetti alla Hitler e con le svastiche naziste. Nell’ultima parte del suo mandato la cancelliera ha dato spazio alla solidarietà fra gli Stati europei, riconoscendo la necessità di una maggiore integrazione europea. Il simbolo di questa evoluzione è stato il piano deciso nel 2020 dall’Ue, su proposta della Germania e della Francia, per aiutare gli Stati membri a lottare contro le conseguenze economiche della pandemia. Un piano che prevede lo stanziamento di 750 miliardi di euro, una parte a fondo perso e una parte sotto forma di prestiti, e che integra il principio di un debito comune europeo. Angela Merkel se ne va con la sua semplicità, il suo modo di vestire, la sua calma, la sua affannosa ricerca del compromesso, la sua lentezza nel prendere le decisioni, il suo rifiuto di una qualsiasi forma di populismo, cominciando dal trumpismo, e la sua fede nel futuro dell’Europa. Un po’ ci mancherà e probabilmente non sarà facile sostituirla.