Joe Biden solo contro tutti

Il presidente appare come una figura di transizione, con la missione quasi impossibile di ridimensionare il ruolo globale degli Usa senza che questo appaia troppo umiliante. Ma qual è la vera genesi della débâcle di Kabul?
/ 30.08.2021
di Federico Rampini

Il 26 agosto 2021, la giornata più tragica dell’ultimo decennio per gli americani in Afghanistan, segna anche il punto più basso toccato finora da Joe Biden. Ma non esistono ritirate gloriose. E non può essere un bello spettacolo, l’abbandono della periferia di un impero che era ormai al di sopra della forza reale dell’America, nonché inadeguato alle sfide del domani. Biden appare come una figura di transizione, con la missione quasi impossibile di ridimensionare il ruolo globale degli Stati uniti senza che questo appaia troppo umiliante. L’essere stato il vice di Barack Obama nella Situation room quando venne ucciso Osama Bin Laden, rende abbastanza affidabile anche la sua promessa di fare giustizia colpendo i responsabili della strage di marines e civili a Kabul. Ma il capo di Al Qaida venne giustiziato il 2 maggio 2011 cioè quasi dieci anni dopo l’attacco dell’11 settembre. Può Biden placare la sete di giustizia in tempi più rapidi? Lo scenario più virtuoso include un ruolo attivo dei talebani, interessati ad accreditarsi all’estero e magari anche a sbloccare un po’ di fondi sequestrati nelle banche americane. Un fattivo aiuto dei talebani sul terreno potrebbe forse aiutare a punire i terroristi dell’Isis-K in tempi ravvicinati. Ma neanche i talebani sono onnipotenti, tant’è che l’Afghanistan ha continuato ad essere il teatro di attentati e stragi contro la popolazione civile, anche durante quella tregua in cui le forze Nato venivano risparmiate.

Quello che Biden esclude è di inviare altre truppe con la missione di dare la caccia ai terroristi: sarebbe un altro modo per darla vinta al Pentagono e ritornare allo scenario della «Guerra dei cent’anni», come la chiamò John McCain, un falco repubblicano che era un alleato di ferro dei generali, ma al punto da trarre le estreme conseguenze del loro disegno: trasformare l’Afghanistan in una colonia o un protettorato americano.
Il coro di critiche contro Biden si fa sempre più assordante. I repubblicani pronunciano la parola impeachment, com’era prevedibile in un Paese dove il «loro» leader ne subì ben due in un solo mandato. Con 13 morti sulla coscienza, il comandante supremo delle forze armate che è il presidente degli Stati uniti è per forza macchiato, indebolito. Tenere duro sul progetto di lungo periodo forse è l’unica cosa che gli resta da fare, nella speranza che i tempi della storia partoriscano un giudizio diverso. La storia a volte gioca degli scherzi a chi tiene lo sguardo incollato sull’attualità. La caduta di Hanoi nel 1975 – spesso evocata a sproposito nei paragoni con la débâcle di Kabul – fu seguita 14 anni dopo dal trionfo americano nella guerra fredda.  
Ma qual è la vera genesi della débâcle di Kabul? A sguarnire il dispositivo militare Usa sul terreno chiudendo la base aerea di Bagram sono stati i generali. Gli stessi che per 20 anni hanno «allevato» un esercito afgano che poi si è squagliato in 20 giorni. La trappola per Biden è classica: per eseguire una decisione rischiosa e traumatica, ha dovuto affidarsi alla classe dirigente che aveva voluto e applicato la strategia opposta. Il Pentagono non ammetteva di aver sbagliato, ha continuato a favoleggiare di un esercito regolare afgano che avrebbe resistito almeno uno o due anni.

Con 715 miliardi di budget annuo «ordinario» e 33 livelli di burocrazie stratificate ai suoi vertici, il Dipartimento della difesa è il classico organismo autoreferenziale, che nutre se stesso, seleziona per cooptazione, premia il conformismo, non ama gli innovatori, odia ammettere di avere sbagliato. Attorno alla lobby militare ne sono cresciute altre. Biden viene processato dai colpevoli del disastro afgano che allignano in tutto l’establishment di politica estera: la élite globalista – repubblicana e democratica – che pratica il «groupthink», il conformismo del pensiero unico internazionalista. È l’establishment globalista, organico a una visione bipartisan del ruolo «imperiale» degli Stati uniti, contro cui Biden si scontrò invano nel 2009-2016. La compattezza bipartisan dell’establishment globalista ebbe come simbolo la decisione di Barack Obama di confermare come segretario alla Difesa un repubblicano dell’era Bush, Robert Gates.

Lo shock dell’elezione di Trump nel 2016, la rinascita di una corrente isolazionista di destra nella politica estera, ha fatto uscire allo scoperto anche una nuova leva di democratici con una visione strategica molto diversa da quella che dominò sotto i vari Roosevelt, Truman, Kennedy, Carter, Clinton. Il ricambio generazionale e culturale ha portato alla guida del National security council il 44enne Jake Sullivan, fautore di «una politica estera nell’interesse dei lavoratori americani». Lo slogan può sembrare trumpiano, in realtà attinge a una corrente teorica che ha solidi radici in campo democratico. Paul Kennedy cominciò in Ascesa e declino delle grandi potenze ad avvisare l’establishment americano contro i pericoli della hybris imperiale: ricordando quanti imperi del passato morirono di «overstretching», collasso economico per l’eccessiva dilatazione della presenza militare. Nella squadra di Jake Sullivan una lettura obbligata in questi giorni è The long game di Rush Doshi. È la ricostruzione della lunga marcia della Cina verso la sua potenza attuale: per decenni Pechino ha dissimulato le sue intenzioni, ha esibito modestia nello stile diplomatico, ha concentrato gli sforzi sulla costruzione della sua forza economica, ha evitato ambizioni irrealistiche e spese inutili, ha minimizzato le aspettative degli avversari.

Solo contro tutti? Per Biden è una situazione familiare. La stessa in cui si trovò nel 2009-2010. Era vicepresidente quando il Pentagono pretese di ovviare ai tanti segnali di fallimento in Afghanistan con una massiccia escalation di truppe. Obama ricorda quella vicenda nelle sue memorie, anche negli aspetti imbarazzanti: «Fu la più gigantesca operazione di lobbying e relazioni pubbliche scatenata dai militari verso la presidenza degli Stati uniti». Riuscirono a piegare Obama, che ammette oggi di non avere avuto la forza politica (eletto da un anno, giovane, afroamericano, «e non avevo mai fatto il servizio militare») per resistere alla pressione del Pentagono. Obama con un decennio di ritardo nel suo libro di memorie ha dato ragione a Biden. Prolungare l’avventura militare in Afghanistan era sbagliato già allora. Il presidente «solo contro tutti» è convinto che l’opinione pubblica americana abbia abbandonato da tempo le illusioni imperiali, i sogni di gloria su un’America «iper-potenza» capace di raddrizzare i torti e guarire le ingiustizie a ogni angolo del pianeta. Già Obama nel 2009 aveva promesso ai suoi che «il nation-building si farà a casa nostra, è qui che abbiamo una Nazione da ricostruire alle fondamenta».