«Ivan il Terribile? Un bravo ragazzo»

Il revisionismo storico di Vladimir Putin mira a ricreare il mito di una Russia forte e gloriosa. In un Paese dal presente tormentato, il potere cerca di legittimarsi attraverso il passato anche in vista delle elezioni
/ 13.09.2021
di Anna Zafesova

La Russia ha un nuovo eroe. Ha un nome da romanzo russo, Nikanor Tolstykh, i capelli biondi a spazzola, gli occhi azzurri e un faccino pulito da primo della classe quale è. Il diciasettenne di Vorkuta è diventato famoso dopo aver fatto notare in diretta Tv un madornale errore di storia commesso da Vladimir Putin. Lo stesso presidente russo, e il suo portavoce, hanno tranquillizzato in più occasioni l’opinione pubblica, rassicurando che il ragazzino non avrebbe patito conseguenze per aver ridicolizzato il capo dello Stato. L’errore in effetti è stato colossale: per il primo giorno di scuola, Putin ha parlato con enfasi agli scolari di tutta la Russia dell’importanza di studiare la storia, confondendo la Guerra dei sette anni con la Guerra del nord. Ha sbagliato non solo nome, ma anche periodo, parti in causa e territorio conteso, come gli ha fatto notare con un certo imbarazzo il secchione Nikanor.

Un incidente che può capitare a tutti, ma se i social hanno già incoronato Nikanor come la riedizione del bambino della fiaba il quale denuncia che «il re è nudo», o scherzano sulla possibilità che il Cremlino gli faccia pagare l’impertinenza, è perché non si è trattato di una semplice gaffe. Putin è sempre più attratto dalla storia e da quelle che considera sue «falsificazioni». Si è già improvvisato storico nel tentativo di dare una versione «definitiva» della Seconda guerra mondiale, scrivendo l’anno scorso un saggio che fondamentalmente ribadiva la versione della storiografia sovietica e negava la complicità dell’Unione sovietica di Stalin nella spartizione dell’Europa dell’est con i nazisti grazie al patto Molotov-Ribbentrop. Quest’anno il presidente si è dedicato al tema della «unità storica» tra russi e ucraini, cercando di dimostrare in un nuovo saggio che si tratta dello stesso popolo: un tentativo che perfino gli storici più leali al regime hanno qualificato come «disinvolto» nel manipolare fatti e concetti. Anche il discorso corretto da Nikanor era legato all’Ucraina: Putin si era infervorato sulla Guerra del nord (che chiamava la Guerra dei sette anni) come un esempio del «grande gioco» che l’Europa avrebbe condotto contro la Russia nei secoli, cercando di sottrarle i territori, in primo luogo l’Ucraina, alla quale Mosca ha già strappato la Crimea e il Donbass.

La storia, e la sua strumentalizzazione ai fini dell’attualità politica, è diventata il trend dominante della propaganda e l’oppositore Alexey Navalny ha raccontato in un’intervista dal carcere al «New York Times» che i detenuti vengono costretti a sorbirsi ore e ore di trasmissioni, film che decantano i successi militari o sportivi del glorioso passato russo. In un Paese dal presente tormentato e da un futuro di cui al Cremlino si ha paura (non a caso la trasmissione di Navalny su YouTube si intitolava La splendida Russia del futuro), il passato è un’ossessione e una ricerca di legittimazione. La Commissione contro le falsificazioni storiche del Governo, defunta dopo qualche anno di sostanziale inattività, è stata sostituita ora da un nuovo organismo, forte dell’inserimento nella Costituzione di un principio che obbliga a «tutelare la verità storica sulla Seconda guerra mondiale». Qualunque tentativo di discutere la guerra contro la Germania in toni meno che esaltati viene ormai qualificato come «insulto ai veterani», un reato che una legge di qualche mese fa ha reso penale. Il Cremlino ha fatto suo il principio totalitario descritto da George Orwell in 1984, «chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato», costruendo per i suoi cittadini una narrazione che mischia zar e cosmonauti, santi e generali, in un pantheon nazionalista più che comunista che vorrebbe venire incontro alle preferenze dell’elettorato putiniano, in maggioranza composto da anziani nostalgici.

In vista delle elezioni parlamentari russe del 17-19 settembre, le esplorazioni della storia del Cremlino si sono intensificate, dando origine a diverse polemiche. Prima il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha cercato di riabilitare Stalin, sostenendo che «denigrarlo come il male assoluto è un attacco al nostro passato (...) per indebolire la Russia». La popolarità di Stalin è raddoppiata nei sondaggi negli ultimi anni, complice anche una propaganda delle glorie del passato sovietico e dell’idea di una Russia assediata da nemici esterni e interni, ma da Lavrov – diplomatico di lungo corso e numero due del partito putiniano Russia unita alle elezioni – era difficile aspettarsi una dichiarazione così revisionista. Il giorno dopo è stato il turno dello stesso Putin di introdurre innovazioni storiografiche, mettendo in dubbio un omicidio politico ordinato da Ivan il Terribile, un altro personaggio sanguinario del passato che sta vivendo un revival nell’iconografia ufficiale (come era già successo in epoca staliniana). Poi è arrivata la gaffe sulla Guerra dei sette anni contestata da Nikanor, ma il padrone del Cremlino non si è fatto intimidire ed è tornato a evocare le glorie passate della Russia e a rimpiangere i fasti imperiali. Secondo il presidente russo, il suo Paese sta pagando ancora il prezzo del collasso dell’impero dei Romanov e poi quello dell’Urss. «Altrimenti avremmo a quest’ora una popolazione di 500 milioni di unità», si è lamentato, evocando la perdita della Polonia e della Finlandia nel 1917,  quella dell’Ucraina, dei Paesi Baltici, del Caucaso e dell’Asia Centrale nel 1991.

Un calcolo molto discutibile, al quale si potrebbe obiettare che la popolazione russa sarebbe stata molto più numerosa degli attuali 145 milioni senza le purghe staliniane, Gulag, le carestie degli anni ’20-’30, senza le guerre e le numerose ondate di emigrazione. Ma soprattutto è rivelatore del fatto che al Cremlino si trova un leader che ha una visione quantitativa della realtà, più che qualitativa, e che ritiene che l’equazione «più popolazione, più potenza» passi dalle conquiste dei territori: un campanello d’allarme che i vicini della Russia sentono ormai da anni.