ISI e terroristi: facce della stessa medaglia

Pakistan – Nel Paese si è aperta una nuova stagione di attentati
/ 27.02.2017
di Francesca Marino

Tra il 13 e il 23 febbraio ci sono stati in Pakistan sei attentati terroristici. Sette, forse, perché l’ultimo scoppio avvenuto a Lahore in un centro commerciale della sorvegliatissima zona di Defense, secondo il governo del Punjab è dovuto allo scoppio di una bombola di gas. Non ci crede nessuno, ma la versione ufficiale per il momento è questa. Intanto, altre cinque vittime vanno ad aggiungersi alla vera e propria insensata strage dei giorni scorsi: dieci morti a Lahore tra i manifestanti che protestavano davanti a un palazzo di uffici governativi; due poliziotti morti a Quetta nel tentativo di disinnescare una bomba; un attentato suicida contro un pulmino del governo a Peshawar e, nello stesso giorno, due attentatori suicidi contro un edificio del governo a Charsadda; un attacco con una bomba «sporca» contro un convoglio militare e, infine, l’attentato contro il santuario Sufi di Sehwan, che ha provocato più di cento vittime.

Il governo e l’esercito avevano annunciato trionfalmente, solo un giorno prima dell’ultimo botto a Lahore, il lancio dell’operazione «Radd-ul-Fasaad», come dire «sopprimere il male», destinata a contrastare e sconfiggere il terrorismo su tutto il territorio nazionale. Ovviamente, a parole. Perché nei fatti il Pakistan, nonostante abbia pagato e continui a pagare un prezzo di sangue altissimo per le sue scelte strategiche, non ha alcuna intenzione di abbandonare il doppio standard che da sempre caratterizza l’atteggiamento verso le organizzazioni terroristiche: ci sono i bravi ragazzi, i terroristi utili alla causa dell’esercito e dell’intelligence, e i terroristi cattivi. Quelli che, per capirci, colpiscono l’esercito e l’intelligence di cui sopra. Il ministro della Difesa, per aver dichiarato che Mohammed Hafiz Saeed è «una minaccia per la società», è stato chiamato «portavoce dell’India» dai media, dai mullah e anche – e questo è più preoccupante – da pezzi del suo stesso governo. La posizione ufficiale di Islamabad non cambia difatti di un millimetro. 

A ogni attentato, si batte la grancassa delle «mani straniere» dietro ai militanti pakistani: in particolare, secondo il governo e soprattutto secondo l’esercito, a finanziare il TTP (nato, cresciuto e amorosamente allevato, fino a che il mostro si è ribellato al suo creatore, in Pakistan) sarebbero i servizi segreti indiani e l’Afghanistan. Tanto che, con evidente sprezzo del ridicolo, Islamabad si è affrettata a sigillare il confine con l’Afghanistan (per quanto è possibile), a sparare un paio di cannonate oltre il suddetto confine e a chiedere a Kabul una lista di capi talebani da estradare in Pakistan. Alla risposta di Kabul, che ha inoltrato una lista lunga il doppio di criminali internazionali che felicemente risiedono in Pakistan, Islamabad si è affrettata a fare marcia indietro. L’esercito non ha difatti alcuna intenzione di consegnare a chicchessia gli Haqqani e la Shura di Quetta, visto che sono le uniche pedine a disposizione di Islamabad per cercare di contare ancora qualcosa nella spartizione del potere a Kabul e dintorni in un futuro non troppo lontano.

Ai generali è sfuggito evidentemente un punto fondamentale: se è vero che gli attentati sono diretti e preparati in Afghanistan, se è vero che a dirigere il TTP e tutte le sue fazioni satellite sono i servizi indiani, significa che la tanto strombazzata ISI e l’esercito tutto sono incapaci di gestire la situazione. Come dire, sono inutili e farebbero meglio a ritirarsi a vita privata. Soprattutto perché, secondo la percezione comune degli ordinari pakistani, se la prendono invece con la gente comune: attivisti dei diritti umani, bloggers, giornalisti, professori universitari, giudici, anche qualche politico fuori dal coro. Prima sparivano soltanto i cittadini del Balochistan, diciottomila in pochi anni, adesso sparisce chiunque.

In gennaio, cinque attivisti si sono volatilizzati nel nulla: tre sono tornati e si rifiutano di dire una parola su ciò che è successo, di due si è persa ogni traccia. Islamabad accusa l’India e l’Afghanistan di combattere una vera e propria «guerra sporca» contro il Pakistan, senza rendersi conto che a essere in guerra contro i propri cittadini è il governo stesso. Nessun nemico riesce a far danno quanto le istituzioni del Pakistan e i loro tirapiedi non ufficiali. La paura è il sentimento dominante: paura dell’ISI, paura dei terroristi. Due facce di una stessa medaglia, che contano sul sangue dei cittadini per portare avanti la loro agenda e i loro giochi di potere accusando chiunque levi una voce contraria, chiunque parli di trattative con l’India o di risolvere la situazione con l’Afghanistan, di essere una spia nemica. Accusando di blasfemia chiunque si rifiuti di aderire al credo dei mullah stipendiati dall’ISI e gettando invece petali di rosa agli assassini confessi. Si è aperta una nuova stagione di attentati, e non si chiuderà tanto presto a meno che il Pakistan non riesca, una volta per tutte, a distruggere il suo Frankenstein.