In Afghanistan missione compiuta

Per gli Stati uniti gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti: colpire Al Qaeda ed evitare un altro 11 settembre. «Non volevamo esportare la democrazia»
/ 16.08.2021
di Federico Rampini

«Io non manderò un’altra generazione di americani a rischiare la vita in Afghanistan senza una prospettiva, una missione chiara e definita. Dopo vent’anni di guerra, mille miliardi di dollari spesi, più di 2400 dei nostri militari uccisi, chi di voi è pronto a mandare sua figlia o suo figlio su quel fronte?». Con queste parole Joe Biden ha messo una conclusione alla più lunga di tutte le guerre americane, quella che ebbe inizio poco dopo l’11 settembre 2001 e come reazione a quell’attacco terroristico. Un ventennio: vuol dire più delle due guerre mondiali e del Vietnam messe insieme. «E nonostante questo – ha ammesso il presidente – i talebani sono tornati al massimo delle loro forze dal 2001». È un Biden realista, che ha rivolto alla sua Nazione il linguaggio dell’onestà. Ha vietato ai suoi collaboratori di usare l’espressione «missione compiuta» d’infausta memoria (la pronunciò George W. Bush a proposito dell’Iraq, mentre la guerra non era affatto giunta al termine). Ma il ritiro degli americani nel 2021 è cosa fatta, e non si torna indietro. Neanche se i fustigatori dell’imperialismo americano sono colpiti da amnesia: rimproverano agli Stati uniti di abbandonare un Paese nel quale (secondo quel che loro stessi dicevano venti o dieci anni fa) non sarebbero mai dovuti entrare.

Ghazni, a sud di Kabul, è il decimo capoluogo di provincia preso dai talebani in una settimana (dato aggiornato a giovedì scorso). Vaste aree dell’Afghanistan sono tornate sotto il controllo di quelle milizie islamiste. Le truppe governative spesso si arrendono senza combattere, il morale è a pezzi, la corruzione dilaga ai vertici, l’impressione è quella di uno spappolamento delle forze armate ufficiali. L’ambasciata degli Stati uniti raccomanda ai propri concittadini di lasciare il Paese. Non deve ingannare l’ordine dato da Joe Biden di far bombardare dai B-52 alcune postazioni dei talebani: la Casa bianca e il Pentagono sanno che non si riconquista l’Afghanistan dal cielo. Biden non dà cenni di ripensamento rispetto alla sua decisione, annunciata ad aprile e confermata a luglio: il ritiro totale e definitivo delle truppe statunitensi avverrà nei termini previsti, cioè entro la fine di questo mese. Non è inverosimile immaginare l’epilogo. Il ventesimo anniversario dell’11 settembre 2001 potrebbe coincidere con la rivincita dei talebani e il ripristino del loro potere su gran parte del territorio afgano. Questa non è una sorpresa per Biden. Quando il presidente prese la sua decisione sul ritiro, un rapporto dell’intelligence Usa gli diceva proprio questo: la partenza delle forze americane e Nato con ogni probabilità avrebbe provocato un ritorno al dominio dei talebani. La «guerra più lunga» è stata dunque del tutto inutile?

Biden era divenuto uno scettico sulla guerra in Afghanistan molti anni fa, di sicuro quando era il vice di Barack Obama, e si oppose (invano) alla pressione dei generali che volevano un nuovo aumento di truppe su quel fronte. L’attuale presidente può sostenere che anche in Afghanistan è accaduto quel fenomeno che segnò il conflitto del Vietnam e fu definito «mission creep», cioè la metamorfosi strisciante da una missione a un’altra. All’origine, quasi vent’anni fa, gli Stati uniti e la Nato andarono a combattere in Afghanistan non perché il regime dei talebani si macchiava di orrendi abusi contro i diritti umani, opprimeva le donne e le minoranze religiose, distruggeva preziosi simboli di altre religioni come le statue millenarie dei Buddha nella valle di Bamiyan. Per quanto l’elenco dei crimini dei talebani si possa allungare ben oltre, quello che fece scattare l’intervento militare dell’Alleanza atlantica, fu l’aver dato ospitalità logistica e protezione ad Al Qaeda quando Osama Bin Laden preparava l’attacco agli Stati uniti. I dirottamenti multipli, la distruzione delle Torri gemelle a New York, l’attentato contro il Pentagono di Washington, tutto era stato ordito e preparato dalla base afgana di Al Qaeda. I talebani si erano rifiutati di consegnare Bin Laden agli americani anche dopo che si era macchiato della strage di quasi tremila civili innocenti. L’invasione dell’Afghanistan da parte di George W. Bush e degli alleati Nato aveva quindi una legittimità e uno scopo preciso: castigare un regime terrorista che aveva colpito la sicurezza nazionale degli Stati uniti; ed estirpare Al Qaeda dal suo suolo. Questi due obiettivi sono stati raggiunti da un decennio. I talebani offrirono una resa incondizionata già nel 2003. Bin Laden fu eliminato nel 2011, anche se nel frattempo si era rifugiato in Pakistan con la protezione dei servizi segreti di un’altra teocrazia islamica.

Forse «missione compiuta» avrebbe potuto dirlo Barack Obama nel 2011 e ritirarsi dall’Afghanistan: questa allora era la posizione di Biden. Ma nel frattempo era avvenuto il «mission creep», l’allargamento strisciante della missione originaria. Un’ala della sinistra umanitaria si era messa in testa di trasformare l’Afghanistan in una Nazione modello per il rispetto dei diritti umani; per la destra dei neoconservatori era un tassello di un piano geostrategico più vasto teso a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Sono quelli che oggi accusano Biden di fallimento. Le critiche al presidente, di aver «perso la guerra in Afghanistan», vengono da questi due fronti contrapposti. La sinistra umanitaria, cioè la stessa che era solita denunciare le guerre americane come operazioni imperialiste, ora accusa Biden di abbandonare il popolo afgano al suo destino, in particolare le donne che grazie all’invasione Nato avevano il diritto allo studio e altre parità. I falchi di destra accusano Biden di ritirata di fronte al nemico, sorvolando sul fatto che già Donald Trump aveva preso le distanze da tutte le guerre imperiali dell’era Bush. Intanto non è solo in America che trapelano preoccupazioni. La Cina teme che il ritorno dei talebani possa generare infiltrazioni islamiste nel suo Xinjiang, dove perseguita gli uiguri, e Xi Jinping ha nominato un nuovo comandante militare per quella regione che confina con l’Afghanistan.

Per Biden gli obiettivi formulati dopo l’11 settembre 2001 sono stati raggiunti. «Abbiamo estirpato le basi di Al Qaeda. Abbiamo spedito all’inferno Osama Bin Laden. Abbiamo reso impossibile un ripetersi dell’11 settembre». Biden prende le distanze invece da altre finalità che via via furono caricate su quella guerra dalla sinistra: esportare democrazia, diritti, parità per le donne. «Non siamo andati in Afghanistan per costruire una Nazione. Nemmeno per unificarla. Non ci è mai riuscito nessuno, neppure gli imperi del passato». Se volesse dare una lezione di storia, potrebbe risalire fino ad Alessandro Magno, molto prima che l’Afghanistan fosse definito «la tomba degli imperi» britannico e sovietico.