Il vero vincitore è il Pakistan

Afghanistan - Islamabad, e in particolare gli onnipotenti servizi segreti militari dell’Isi, sono i veri artefici della vittoria dei Talebani, una creazione degli stessi servizi segreti pakistani
/ 23.08.2021
di Francesca Marino

«Sui libri di storia scriveranno che l’Isi (i servizi segreti militari pakistani) in Afghanistan ha sconfitto l’Unione Sovietica con l’aiuto dell’America. E poi aggiungeranno che l’Isi, con l’aiuto dell’America, ha sconfitto l’America». Così parlò, nell’ormai lontano 2014, il generale Hamid Gul. Famoso, o per meglio dire famigerato, capo della suddetta Isi negli anni Ottanta: principale architetto dell’avanzata dei mujahidin e della creazione dei Talebani, ideologo dell’uso dei gruppi terroristici come strumento di politica estera e inventore dell’ultimo e più riuscito avatar dell’attuale premier pakistano, da playboy internazionale e frequentatore dell’alta società londinese a «Taliban» Khan, senza soluzione di continuità. La clip, tratta da un programma TV a cui Gul veva partecipato come ospite, sta facendo da giorni il giro dei social media pakistani. Così come la clip in cui Imran Khan dichiara che gli afgani hanno «finalmente spezzato le catene della schiavitù»: hanno cioè abbandonato i perversi e dissoluti modi di vivere occidentali, a partire dall’abbigliamento per finire all’istruzione, per abbracciare finalmente una vera indipendenza di modi e di pensiero ritornando sotto la grande e illuminata egida dei fautori dell’Islam integralista.

Mentre i Talebani, senza sparare un colpo ma armati fino ai denti, occupavano il palazzo presidenziale a Kabul issando la loro bandiera di morte, in Pakistan, o almeno in gran parte del Pakistan, si festeggiava. Tutti i maggiori esponenti delle organizzazioni terroristiche amabilmente ospitate da Islamabad inviavano messaggi di congratulazioni al mullah Baradar e ai suoi per la storica vittoria ottenuta. I generali, in preda alla sindrome di Napoleone, facevano circolare i profetici messaggi di Gul buonanima e alcuni ministri dello stato, tanto per fare buon peso, dileggiavano gli americani postando foto di Kabul come Saigon. E d’altra parte, dal loro punto di vista, avevano ottimi motivi per farlo. Grazie alla miopia strategica e geopolitica della coalizione Nato tutta, Islamabad può finalmente cantare vittoria. Il Pakistan ha tenuto in cassaforte per anni il mullah Omar e la shura di Quetta, gli ha fatto comprare case e proprietà, ha mandato a scuola i loro figli, ha addestrato le loro truppe. Ha tenuto Baradar in una safe house a Karachi rifiutandosi caparbiamente di consegnarlo agli americani, ben sapendo che Baradar, Omar, e la shura tutta erano una specie di polizza di assicurazione sul fatto che il Pakistan avrebbe rivestito ancora una volta un ruolo centrale nel destino dell’Afghanistan. Per evitare che a Kabul si installasse definitivamente un governo filo-indiano, per perseguire il vecchio sogno della profondità strategica e perché la profondità strategica coincide perfettamente, negli ultimi anni, con le mire espansionistiche cinesi della Belt and Road Initiative.

E mentre a Kabul la stampa internazionale sdoganava un branco di loschi figuri che fino a qualche giorno prima avevano allegramente sgozzato colleghi giornalisti (definiti «danno collaterale») insistendo sul fatto che i cosiddetti Talebani 2.0 sono più buoni e gentili di quanto non fossero vent’anni fa, nel resto del paese la mattanza era già cominciata. Da tutto l’Afghanistan arrivano infatti notizie di rastrellamenti, di liste di ragazze e vedove compilate perché le signore sia-no date in sposa ai Talebani, arrivano telefonate disperate e notizie di case perquisite, passaporti bruciati, donne rimandate a casa dall’università o dal posto di lavoro, uomini braccati perché colpevoli di aver lavorato per il governo o per l’Occidente.

E, in barba a quelli che sostengono che i Talebani sono un prodotto autoctono e sostenuti dalla popolazione, le testimonianze sul campo provenienti da più parti e da luoghi diversi, mettono in luce un fatto che sembra a prima vista peculiare: i «nuovi» Talebani, o almeno molti di loro, parlano una «lingua straniera». Non parlano cioè nessuna delle lingue comunemente parlate in Afghanistan. I Talebani afgani, ospitati e facilitati da Islamabad, raccoglievano infatti da tempo donazioni «volontarie» in Pakistan e facevano campagne di reclutamento mentre l’esercito pakistano addestrava reparti speciali e creava nuovi gruppi. Non solo il campo di Balakot bombardato dall’India nel 2019 era destinato ad addestrare volontari da mandare in Afghanistan, ma la Jaish-e-Mohammed ha anche una base a Quetta che viene utilizzata per le sue operazioni afgane. In Afghanistan ha stabilito basi a Kandahar e nel nord della provincia di Helmand.

E i quadri della JeM sono attivi da almeno un anno nelle aree di Ghazni, Geelan, Helmand e Nangarhar. Dietro pressione di Sirajuddin Haqqani, comandante militare legato ad Al Qaida e ai servizi pakistani, il capo spirituale dei Talebani ha perfino sdoganato gli «anti-islamici» attacchi suicidi che del gruppo Haqqani sono la specialità. Perché, è bene metterlo in chiaro, i Talebani 2.0, così come i «buoni» Talebani, non esistono.
Gli americani parlano adesso di «patti violati», dimenticando che dalla firma dell’accordo di Doha in poi tutti i proclami di Baradar e compagnia andavano nella stessa direzione. Così come, mentre l’attenzione è focalizzata sulle dichiarazioni dei «nuovi» Talebani, veicoli militari, equipaggiamento e armi tolte all’esercito regolare afgano vanno nottetempo ormai da giorni nella stessa direzione: il Pakistan.

I nuovi Talebani, in realtà, fanno il paio con il «nuovo» Pakistan proclamato da Imran Khan al tempo della sua elezione a premier: una fabbrica di terroristi islamici che sta cercando di cambiare anche le regole dell’istruzione ufficiale, giudicata «troppo occidentale». Vino vecchio in una nuova bottiglia, come si dice. La domanda che resta sul tavolo, quella vera, è soltanto una: si sono accorti gli americani di aver fatto per vent’anni la guerra al paese sbagliato, e di aver giocato al gioco di Hamid Gul cercando ogni motivo per foraggiare con denaro pubblico ed equipaggiamento militare i mandanti di quegli stessi terroristi a cui davano la caccia in Afghanistan?