Il tramonto della Nato

Afghanistan - La caotica ritirata da Kabul è un simbolo del nuovo corso America first e alone - Washington mette gli interessi nazionali al di sopra di quelli dell’Alleanza atlantica anche sotto la presidenza Biden
/ 23.08.2021
di Lucio Caracciolo

La guerra afgana è finita per la Nato con una mini-guerra fredda nella Nato. La caotica ritirata da Kabul non governata dagli americani, che se la sono squagliata lasciando gli «alleati» alla loro incerta sorte, ha scatenato furiose recriminazioni da parte dei soci europei e in particolare dei «cugini» britannici. Con qualche ritardo, nelle capitali europee si è finalmente preso atto che America first, e se del caso alone, non è marchio del signor Donald Trump ma di questa America. Con qualche ipocrisia, molti europei ne fanno un marchio d’infamia. Con una dose di realismo, occorre riconoscere che si tratta dell’approccio che normalmente gli Stati adottano nel mondo. In termini piani si chiama «interesse nazionale». Naturalmente interpretabile secondo circostanze e convenienze.

Perché allora questi cori di stizzita denuncia, perché questa esibizione di cuori infranti, da amanti delusi? Perché ci eravamo raccontati che esiste una parte di mondo che si chiama Occidente, e oggi scopriamo che ne resta un pallido fantasma. Area geopolitica informalmente estesa come la Nato più appendici neutrali, quali Svezia, Finlandia, Svizzera – spesso più atlantiche di alcuni paesi formalmente atlantici ma vocazionalmente «ecumenici», come l’Italia. Con qualche socio troppo orgoglioso per ammettersi ascaro degli Usa – su tutti la Francia, alleata ma non allineata. Questo schieramento è certamente esistito ai tempi della guerra fredda, in chiave antisovietica. Ma negli ultimi trent’anni, dopo il suicidio del Nemico esistenziale, è evidente a ciascuno come non esista un interesse superiore collettivo condiviso, tantomeno automatico. Di qui le tensioni e le crisi interne alla galassia occidentale. E all’interno dei suoi singoli Stati. Stati Uniti in testa.

Quando il caso afgano passerà in giudicato con quel minimo di distanza storica che ragione impone, la sentenza sarà preceduta da una premessa, che suonerà più o meno così: «La guerra in Afghanistan fu la conferma che l’America post-sovietica non si pensava più come leader di uno schieramento geopolitico, ma come superpotenza abilitata a muoversi per conto suo, in nome dei propri superiori interessi. Così fece rifiutando l’offerta di aiuto della Nato, subito dopo l’11 settembre 2001. E confermò, a guerra straperduta, nell’agosto 2021, quando sgombrò disordinatamente il campo senza curarsi né degli associati locali né degli alleati atlantici, che avevano voluto partecipare a quella missione insensata per dimostrare al capo di esistere e di potergli essere utile – ottenendo l’effetto opposto».

Il discorso con cui il 16 agosto Joe Biden ha voluto spiegare urbi et orbi il ritiro dall’Afghanistan è perfettamente in linea con le asserzioni del suo predecessore, che quella fuga aveva deciso. Sintassi e tono a parte, «Sleepy Joe» si è dimostrato abbastanza sveglio per interpretare la tragedia in atto come compimento di una scelta logica, sia pure tardiva. Se Trump fosse meno egocentrato e più sportivo, avrebbe dovuto congratularsi con Biden. Il cui argomento può sintetizzarsi come segue.

Primo: questa America non si può permettere di continuare a toreare in giro per il mondo in teatri secondari contro nemici inafferrabili, dunque imbattibili, spendendo trilioni di dollari e spandendo invano sangue patrio (oltre che altrui, ma questo interessa ovviamente meno).

Secondo: deve occuparsi anzitutto di ricucire le ferite interne – sociali, culturali, etniche – e di impedire alla Cina di subentrarle come Numero Uno globale. Sempre tenendo sotto schiaffo la Russia, permanente ragione sociale della Nato. A sua volta condizione della permanenza degli Stati Uniti in Europa, pur con un formato militare e un’impronta geopolitica ridotta.

Terzo: cari soci europei, dateci una mano dove ci servite, ovvero nello spazio euromediterraneo su cui dobbiamo ridurre la presa per concentrarci sull’Indo-Pacifico. Inutile venirci in soccorso alle frontiere della Cina, perché non ne avete le risorse e sguarnireste così il vostro tratto di fronte.

Docilmente abbandonati alla brezza della post-storia, gli europei, in ordine rigorosamente sparso, si affaticano ora a cercare un modo per convivere con questa America. E con il caos che la carenza di leadership comporta. Per almeno qualche anno sarà difficile che la Nato possa essere usata come strumento collettivo di potenza da parte dei paesi che ne fanno parte. I satelliti e gli inerti che vi si sono iscritti dal 1949 devono cominciare a riprendere il futuro in mano, come stabilì Angela Merkel nel 2017, appena rientrata in patria dopo l’incontro-scontro con Trump. Non ne hanno, ad oggi, i mezzi materiali e immateriali. Specialmente la Germania, dotata di un esercito piuttosto ridicolo, quasi fosse ancora in pieno dopo-seconda guerra mondiale (e ci resta, infatti, più di quanto appaia).

Per gli analisti geopolitici oggi, per gli storici domani, la decomposizione della galassia occidentale sarà argomento di sicuro interesse. Per i contemporanei di questa deriva, motivo di qualche preoccupazione.