Il terribile muro che divise Berlino

Il 13 agosto 1961 apparve quello che per una trentina d’anni fu il simbolo della Guerra fredda. Striscia di morte e di turismo
/ 09.08.2021
di Alfredo Venturi

Il 13 agosto 1961 era domenica e quella mattina molti berlinesi si preparavano alla rituale scampagnata. Erano soliti trascorrere la giornata festiva fuori città, nella campagna brandeburghese ricca di boschi e di laghi, o in luoghi come Potsdam, e il parco che circonda la Versailles dei re di Prussia. Ma quel giorno chi prese la strada di Potsdam trovò sbarrato il ponte di Glienicke. Una grande matassa di filo spinato lo attraversava a metà, dove una linea di demarcazione – fino a quel momento virtuale – separava il settore americano dal territorio della Repubblica democratica tedesca. Né i Volkspolizisten che vigilavano armati fino ai denti erano prodighi di spiegazioni. Di qui non si passa, si limitavano a dire. Lo stesso accadeva a tutte le uscite dalla città. Era impossibile non soltanto lasciare la metropoli se non per via aerea, ma anche attraversarla. Uno sbarramento separava i settori occidentali dall’orientale, in pratica sigillava con un abbraccio di 165 chilometri le tre parti della metropoli occupate da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia.

Nei giorni successivi la barriera di filo spinato si andò gradualmente trasformando in una muraglia di cemento. Anzi due muraglie più o meno parallele, separate da quella che presto si chiamerà «striscia della morte», larga fra i trenta e i cento metri, e presto attrezzata con torrette d’osservazione, cavalli di frisia, trappole esplosive, e presidiata dai Vopos (gli agenti della Polizia popolare tedesca) che la percorrevano portandosi appresso cani addestrati. Cominciava quella domenica la lunga storia di Berlino divisa. Durerà quasi un trentennio, fino a quando un terremoto politico nell’Unione sovietica e nell’Europa orientale avrà realizzato le condizioni per mutare il corso della storia.

La ragione per cui il Governo filo-sovietico di Walter Ulbricht decise di rinchiudere quel pezzetto di Occidente incapsulato nell’Europa orientale è molto semplice: lo Stato degli operai e dei contadini, come lo chiamava la propaganda orientale, rischiava di svuotarsi. Il confine intertedesco era ben munito e attentamente vigilato, impossibile attraversarlo, ma bastava andare a Berlino, liberamente raggiungibile, e qui prendere un aereo verso la Germania federale. Molti lo facevano, si calcola che fino al 1961 oltre due milioni e mezzo di tedeschi orientali si rifugiarono a ovest. Non servì a nulla introdurre nella legislazione il reato di fuga dalla Repubblica: bisognava provvedere con una misura più drastica.

La mossa fu concordata con gli alleati del Patto di Varsavia, il leader sovietico Nikita Krushev diede il suo benestare. Per scongiurare il fuggifuggi il piano fu tenuto segreto, anzi fino all’ultimo i dirigenti di Berlino est ripeterono che non avevano nessuna intenzione di erigere muri. La fuga di tanti tedeschi orientali li aveva gettati nel panico, al punto che per impedirla rinunciarono a un consistente apporto di valuta. Infatti 56mila berlinesi dell’est avevano dall’altra parte del muro il loro posto di lavoro: quel 13 agosto furono improvvisamente tagliati fuori dalla fabbrica, dall’ufficio, dal negozio. Una tragedia per loro, il male minore per i capi della Ddr.

Iniziava così la lunga stagione di Berlino divisa: da una parte la capitale immersa nel grigiore del socialismo reale, dall’altra la scintillante vetrina dell’Occidente. Il muro, o per meglio dire la parete a contatto con Berlino ovest, cominciò a rivestirsi di dipinti multicolori e iscrizioni che spaziavano dal privato al politico, dal satirico all’erotico. Fra i Mauermaler, i pittori del muro, c’erano anche noti artisti di strada come Keith Haring o Thierry Noir. Memorabile una scritta vicino alla Porta di Brandeburgo: «Last coke to Japan», ultima coca-cola di qui al Giappone, sintesi efficace di una complessa realtà geopolitica. Fin dai primi giorni cominciò a sgranarsi un rosario di vittime, gente che cercava di fuggire e veniva falciata dal fuoco dei Vopos o dalle trappole esplosive. Alla fine saranno centinaia lungo l’intero confine intertedesco. Molti ce la fecero, scavando gallerie o nascondendosi in auto diplomatiche o militari.

Il muro finì col diventare un’attrazione turistica. C’erano piattaforme dalle quali si poteva gettare uno sguardo sulla striscia della morte. Dalle parti della Potsdamer Platz si vedeva un binario del tram che procedeva rettilineo verso il muro dove scompariva, assurdamente interrotto. Non si sarebbe potuto esprimere meglio di quelle rotaie che andavano a sbattere contro il muro il carattere innaturale della costruzione, la violenza esercitata sulla fisiologia della città, sui flussi vitali della comunicazione urbana. Soltanto gli stranieri o i berlinesi occidentali potevano passare all’est attraverso valichi come il famoso Checkpoint Charlie.
Attorno a quell’assurda muraglia si muoveva anche una sorta di turismo politico. Nei primi giorni dopo la costruzione arrivarono da Bonn il cancelliere federale Konrad Adenauer, da Washington il vicepresidente americano Lyndon Johnson. Nel giugno del 1962, pochi mesi prima di essere assassinato a Dallas, fu la volta del presidente John Kennedy, che pronunciò un celebre discorso di solidarietà agli abitanti della metropoli violata. E non furono i soli. Accoglieva gli ospiti internazionali il borgomastro Willy Brandt, l’uomo che un giorno con la sua Ostpolitik contribuirà a realizzare le premesse della svolta che porterà finalmente, nel 1989, alla riunificazione della metropoli e un anno più tardi della stessa Germania.