La «bestia», come viene chiamato in gergo il treno merci che attraversa il Messico, a cui letteralmente i migranti latino-americani si aggrappano per trovare una possibilità di futuro al Nord (AFP)


Il sacerdote che sfida i narcos

Messico – Alejandro Solalinde è un prete messicano candidato al premio Nobel per la pace 2017 per il suo impegno in favore dei migranti latino-americani che attraversano il confine con gli Usa e finiscono spesso vittima di rapimenti da parte delle bande dei narcotrafficanti
/ 29.05.2017
di Giorgio Bernardelli

L’ultima quotazione è un milione di dollari. Tanto – secondo i giornali messicani – i narcos sarebbero disposti a pagare il sicario disposto a toglierlo di mezzo. Tutto per un prete messicano di 72 anni che, a prima vista, non sembrerebbe affatto un capo-popolo. Eppure è stato lo stesso «Los Angeles Times» a definire padre Alejandro Solalinde «uno dei più importanti avvocati per i migranti oggi nel mondo». Al punto da essere candidato al premio Nobel per la pace per il 2017.

Con la sua camicia bianca e l’immancabile croce convessa al collo («me l’ha disegnata un amico, mostra un Cristo che abbraccia») padre Solalinde è diventato una voce implacabile nel denunciare il filo rosso che lega in maniera sanguinosa tra loro i narcos, i politici corrotti e le violenze sui migranti. Una denuncia che ha anche messo nero su bianco nel libro I narcos mi vogliono morto (appena uscito in Italia per le Edizioni Emi) in cui – a partire dalla sua storia personale – spiega perché il Messico oggi nelle statistiche internazionali sia il Paese più violento al mondo dopo la Siria. Snocciola numeri che assomigliano tremendamente a quelli di una guerra: 26 mila i morti ammazzati nel solo 2016, 250 mila negli ultimi dieci anni. Vittime non solo dei regolamenti di conti tra bande criminali, come solitamente si pensa. E neanche solo della violenza che in tutte le realtà mafiose mette a tacere chi tenta di opporsi ai traffici. Molti dei morti che finiscono nelle fosse comuni del Messico sono proprio migranti che dal Salvador, dal Guatemala, dall’Honduras e dal Nicaragua attraversano il Messico cercando di raggiungere gli Stati Uniti. Gli stessi migranti – cioè – che Donald Trump con l’idea del muro (peraltro in alcuni tratti già costruito dai suoi predecessori alla Casa Bianca) vorrebbe fermare.

Perché i narcos prendono di mira proprio i migranti? Per la più classica delle risposte economiche: la differenziazione degli affari. A spiegarcelo è lo stesso padre Alejandro, che incontriamo a Milano in una tappa di un lungo giro attraverso l’Italia in cui sta cercando di aiutare ad accendere i riflettori sulla realtà del suo Paese. «I migranti sono un bottino ambito, ci spiega –. Alle bande criminali che dominano il Messico rendono in media 50 milioni di dollari l’anno. Come? Li catturano a decine durante il tragitto. Poi, fanno una prima selezione: gli anziani inutili sono immediatamente assassinati. Chi invece ha un parente o un amico negli Stati Uniti viene costretto a chiamarlo. Lui sente al telefono le urla del congiunto mentre viene seviziato. E allora arriva la richiesta di riscatto: tra i 2 e i 7 mila dollari, prezzo relativamente basso, perché comunque non potrebbero dare di più. Chi sta dall’altra parte del filo paga, a costo di indebitarsi per il resto della vita».

Poi ci sono gli intrecci con gli altri «mercati». «I migranti più giovani e robusti sono reclutati a forza dai narcos e impiegati come carne da macello negli scontri con le bande rivali per il controllo del mercato della droga – continua padre Alejandro –. Le donne vengono rivendute nel mercato della prostituzione, i bambini in quello della pedofilia o delle adozioni clandestine. Se il gruppo ha gli agganci giusti vengono persino utilizzati per il traffico d’organi: so per certo di sedicenti cliniche lungo il confine dove un rene o un fegato valgono tra i 100 e i 150 mila dollari».

Tutto questo può avvenire – evidentemente – perché il mondo della politica, gli amministratori locali, le stesse forze di polizia chiudono molto più di un occhio. Ed è proprio questo tipo di denuncia a rendere pericoloso padre Solalinde, che parla di questi intrecci senza troppi peli sulla lingua. I migranti lui li va a cercare di persona lungo il percorso della «Bestia», come viene chiamato in gergo il treno merci che attraversa il Messico, a cui letteralmente quest’umanità si aggrappa per trovare una possibilità di futuro e sfuggire a quella che è una vera e propria caccia all’uomo. Padre Alejandro li raccoglie e li porta in una rete di case chiamate «Hermanos en el Camino», fratelli sul cammino. Li ospita per qualche notte prima che la «Bestia» torni a passare e i migranti tentino un nuovo tratto del loro lungo percorso.

Gli chiediamo come è cominciato questo suo impegno. «È successo nel 2006 a Ixpetec, nel sud del Messico, dove poi avrei aperto la prima casa di Hermanos en el Camino – risponde –. Prima i migranti li avevo visti tante volte, ma non li avevo mai guardati davvero. Una mattina, all’improvviso, l’ho fatto: c’erano davanti a me donne, uomini e bambini indifesi, impauriti, abbandonati. Non sono più riuscito a voltarmi dall’altra parte».

Proprio quel primo incontro fu l’occasione per aprire gli occhi anche su quanto profonda fosse la rete criminale intorno a questo fenomeno. «Mi ricordo che accanto ai binari incontrai una coppia scappata a un tentativo di rapimento – continua padre Solalinde –. Non avevano soldi in tasca, non sapevano dove andare. Con me avevo solo una banconota da 200 pesos, insufficiente per un hotel. Mi si avvicinò un’altra coppia, messicana, avevano una casa proprio vicino ai binari. Dissero che 200 pesos andavano bene, li avrebbero ospitati loro. Glieli affidai dicendo che sarei tornato a prenderli la mattina dopo. Quando arrivai mi dissero con aria innocente che gli ospiti erano già ripartiti. Mi sembrò molto strano: non avevo sentito la «Bestia» passare. Solo allora capii che erano affiliati al gruppo dei Los Zetas (uno dei principali gruppi criminali messicani ndr). E che i migranti glieli avevo consegnati io».

Da quel giorno l’impegno per la lotta contro la corruzione in Messico e quella in favore dei migranti hanno viaggiato di pari passo nella vita di padre Solalinde. E sono cominciate a piovere le minacce contro di lui. È cresciuta, però, anche la sua fama internazionale, che oggi lo protegge molto più degli agenti di scorta che alla fine le autorità hanno dovuto assegnargli. Un risultato importante l’ha ottenuto: i sequestri di migranti nella zona di Ixpetec sono diminuiti; ma non si fa troppe illusioni («il Messico è grande, si sono semplicemente spostati più a nord»).

Eppure padre Alejandro è convinto che la battaglia sia ancora all’inizio. E che lui la stia combattendo dalla parte giusta. «Iniziando a lavorare con i migranti, a ormai più di sessant’anni, pensavo che avrei cominciato una vita di nascondimento per finire il mio ministero – racconta –. Ma Dio aveva altri programmi. E non si può dirgli di no. Grazie ai migranti ho imparato a dare ancora più valore alle persone. E sapete che cosa ho scoperto? Che in tutto questo flusso ciascuno ha la sua storia, è un leader, può fare grandi cose. Quando ricevono un minimo di sostegno, tirano fuori il meglio di sé, si dimostrano persone che danno un grande contributo alla società».

Gli chiediamo come guardi all’Europa, anch’essa attraversata dal dibattito sui migranti e dalla questione dei muri. «I migranti sono il segno più importante di questi tempi – ci risponde –. Con il loro passare ci dicono che molte cose stanno cambiando. E ci portano qualcosa che loro stessi non conoscono. Non è solo questione di spostarsi verso l’Europa o gli Stati Uniti: si spostano da un’epoca verso il futuro. Ci dicono che il tempo di un’economia neo-liberista che costruisce la sua ricchezza sulla vita delle persone che vivono in altre aree del mondo sta terminando. Non è una migrazione solo umana e culturale; è un Esodo forzato accompagnato da Dio».

E Donald Trump? Che ne sarà di voi una volta che il muro al confine con il Messico sarà stato davvero completato? «Non credo che Trump durerà a lungo – replica padre Solalinde –. Le sue prese di posizione sono scomode per lo stesso establishment americano, che queste stesse politiche preferirebbe portarle avanti in maniera più sofisticata, dando meno nell’occhio. In ogni caso, muro o non muro, Trump e tutti gli altri perderanno la guerra con i migranti perché Dio cammina al loro fianco. Non ci sono riusciti i narcos, con le loro violenze. Non lo farà di certo una barriera, per quanto alta e inespugnabile Washington si sforzi di costruirla».