Le due versioni del libro di MacShane (prima e dopo la Brexit) che ha avuto tre edizioni


Il dopo Brexit sarà doloroso

Intervista – Denis MacShane, l’ex ministro britannico per l’Europa dal 2002 al 2005 nel governo Blair e che aveva previsto il divorzio con grande anticipo, spiega che l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa sarà un grande disastro
/ 06.06.2017
di Paolo A. Dossena

La Brexit fu prevista ben prima che si verificasse. Denis MacShane, l’ex ministro britannico per l’Europa di Tony Blair dal 2002 al 2005, è stato l’unico, tra i più ragguardevoli sostenitori del remain, a prevedere correttamente il risultato del referendum del 23 giugno 2016. Lo ha fatto nel suo libro Brexit – How Britain Will Leave Europe (I.B. Tauris, gennaio 2015). Questo libro sulle relazioni del Regno Unito con l’Europa, è stato quindi ristampato dopo il referendum come Brexit – How Britain Left Europe. In Gran Bretagna, Denis MacShane è un ben noto analista politico. Come esperto di relazioni internazionali scrive per l’«Independent» e ha collaborato con il «Guardian». 

Signor MacShane, lei è molto europeista.
Sono pro-britannico e dato che due dei miei figli sono nati a Ginevra, e che membri della mia famiglia vivono nel canton Ginevra, sono pro-svizzero. Ma sia la Gran Bretagna sia la Svizzera sono beneficiarie di un’Europa unita e pacifica che rifiuta nazionalismo e xenofobia. I miei genitori ben sapevano cosa significasse crescere nell’Europa degli anni Trenta del secolo scorso, e dove forme estremiste di nazionalismo e xenofobia possano condurre. Coloro che non imparano dalla storia sono condannati a ripeterla.

Dopo la Brexit la Gran Bretagna subirà un declino economico?
Possiamo osservare l’impatto della Brexit attraverso la considerevole svalutazione della sterlina e attraverso la significativa riduzione degli investimenti nell’industria automobilistica britannica, che è oggi posseduta principalmente da fabbricanti industriali asiatici. Molte banche e altre aziende finanziarie londinesi stanno trasferendo parte del loro personale e dei loro affari in Irlanda o sul continente per assicurarsi di rimanere all’interno dall’Unione Europea. I Lloyds di Londra, famosi a livello mondiale, hanno dovuto aprire una nuova, importante società consociata a Bruxelles. Le aziende svizzere venute a Londra negli anni Ottanta per stare nel mercato unico europeo hanno delle decisioni molto difficili da prendere. Se il Regno Unito si amputa completamene dal mercato unico europeo e dall’unione doganale europea, molti investitori stranieri non vedranno alcuno scopo nell’immettere denaro nella Gran Bretagna.

Cosa sta per succedere in Scozia?
Gli scozzesi – sono nato a Glasgow e lì ho famiglia – sono molto arrabbiati del fatto che un voto dei nazionalisti inglesi abbia confiscato il diritto della Scozia di far parte della comunità delle nazioni dell’Unione Europea. È paradossale che il Partito nazionalista scozzese, pur proclamando il vivo desiderio di esser parte dell’unione delle nazioni dell’Unione Europea, voglia distruggere l’unione delle nazioni del Regno Unito. Questa contraddizione è ipocrita – sì all’unione in Europa, no all’unione nelle isole britanniche. Il fatto è che il voto della Brexit ha scatenato tre nuovi nazionalismi: il nazionalismo inglese, il nazionalismo scozzese e, nell’Irlanda del Nord, il nazionalismo cattolico irlandese.

Quale era la posizione dei partiti il 23 giugno 2016?
Il Partito Conservatore era spaccato esattamente a metà, con importanti e illustri ministri e con politici conservatori di punta come Boris Johnson che univano le forze con lo United Kingdom Independence Party e con Nigel Farage per condurre la campagna a favore della Brexit. C’erano altresì membri laburisti del Parlamento che sostenevano la Brexit, anche se il Partito e i suoi parlamentari più importanti erano nel complesso favorevoli alla permanenza nell’Unione Europea. Il Partito liberaldemocratico era contro la Brexit, ma, sfortunatamente, la sua decisione, nel 2010, di entrare nella coalizione del governo conservatore euroscettico e di imporre una serie di dure misure di austerità, ha significato che, salvo una manciata di loro, tutti i membri liberaldemocratici del Parlamento hanno perso i loro seggi alle elezioni del 2015. Il risultato è stato che i liberaldemocratici, che erano, in Parlamento e nel Paese (negli anni fino al 2010), una poderosa forza pro-europea, sono diventati un elemento molto più debole anche nella lotta contro la Brexit.

Jeremy Corbin è favorevole all’Unione Europea dei suoi sogni, una Ue concentrata sui diritti dei lavoratori, sul sostegno ai sindacati e alle varie cause e ideologie della sinistra di tutto il mondo. Jeremy è un puro sessantottino, un sinistrorso al Bourbon che non ha imparato né dimenticato niente fin dagli anni Settanta. Ha rifiutato di cooperare con altri leader politici contrari alla Brexit e non ha trovato un linguaggio e l’energia per condurre la campagna per l’Unione Europea così come esiste oggi nel mondo reale.

Lo UKIP (United Kingdom Independence Party) è sempre stato un partito ostile agli stranieri, con alcune dichiarazioni che sono crudamente xenofobe e talvolta misogine o razziste. Alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, l’uomo forte dello UKIP, Nigel Farage, dai microfoni della BBC ha incitato tutti i francesi a votare per Marine Le Pen, cosa che, credo, indichi a chi vadano le sue simpatie politiche. Ma il Partito conservatore si è appropriato del linguaggio e di molte delle richieste dello UKIP, così la gente non ha più bisogno di votare per lo UKIP e per Farage, dal momento che ora dispone di un Partito conservatore che si è spostato piuttosto decisamente sulle idee anti-europee e anti-immigrati della destra nazionalista e populista di altre parti dell’Europa.

Quali sono state la posizione e l’influenza di Rupert Murdoch prima e durante il referendum?
Murdoch, cittadino americano, grazie alle sue televisioni e ai suoi quotidiani, è il più influente oligarca mediatico del Regno Unito. Conduce da più di vent’anni una campagna contro l’Europa con articoli e titoli eccessivi, esagerati e spesso falsi, miranti a creare un clima di disprezzo e di avversione verso l’Unione Europea. Ma non era il solo. Nel Regno Unito i proprietari dei principali quotidiani, come il «Daily» e il «Sunday Telegraph» o il «Daily» e «Sunday Mail», non pagano le tasse e sono vicini a quelle élite finanziarie britanniche che si oppongono a tutta la regolamentazione sovranazionale e alle leggi che cercano di controllare l’economia post-nazionale. Quindi, ogni giorno, dalla metà degli anni Novanta, i quotidiani più largamente diffusi, quelli con un gran numero di lettori, sostengono posizioni anti-europee. Durante la campagna per la Brexit, la BBC ha consentito che venisse trasmesso un gran numero di bugie confutabili senza cercare di metterle in dubbio o di correggerle.

Nel suo libro lei scrive che «le élite pro-Europa di Londra sono profondamente desintonizzate con la massa dei cittadini britannici».
Un elemento chiave del voto favorevole alla Brexit è stata la percezione di un mancato miglioramento della qualità della vita da parte di quei cittadini che non sono stati beneficiati dalla moderna economia, che ha favorito solo chi è già abbiente e chi ha ricevuto un’istruzione che consente di trarre vantaggio dai moderni modelli economici. Troppi sono stati lasciati indietro, coloro i cui figli non hanno potuto trovare un lavoro ben retribuito o che non hanno potuto accedere ai sussidi statali per l’affitto concessi alle famiglie giovani. In Gran Bretagna, fin dalla catastrofe finanziaria del 2008/2009, per molti lavoratori c’è stata una stasi salariale. Quando vedi che le tue speranze economiche stanno svanendo è facile colpevolizzare la globalizzazione, o istituzioni impersonali sovranazionali come l’Unione Europea o dare la colpa agli immigrati europei che arrivano in Gran Bretagna. Le élite politiche ed economiche del Regno Unito, tanto sotto i governi laburisti quanto sotto David Cameron, hanno ignorato questi fattori di divisione e quelle tensioni sociali che sarebbero stati facilmente deviati in passioni anti-europee e anti-immigrati.