I capitalisti alla corte di Trump

Nuova Amministrazione – A guidare la diplomazia americana sarà il petroliere texano Rex Tillerson, chief executive di ExxonMobil. Con uno spirito di servizio non troppo disinteressato
/ 19.12.2016
di Federico Rampini

La Silicon Valley in pellegrinaggio sulla Quinta Strada di Manhattan: è lo spettacolo che in un certo senso chiude simbolicamente l’anno elettorale americano. È l’ultimo segnale di un fenomeno importante, l’establishment del capitalismo Usa sta salendo sul carro del vincitore. Anzi sulla Tower che porta il suo nome. Per alcuni è un’umiliazione, dopo che avevano sparato a zero contro l’immobiliarista newyorchese. Per altri è realpolitik, calcolo dei vantaggi, un nuovo modo di perseguire i propri interessi aziendali scendendo a compromessi col potente di turno. Ci sono quasi tutti alla corte di Re Trump: i potentati della Old Economy come i petrolieri e i banchieri di Goldman Sachs cooptati nei gangli vitali del potere esecutivo; fino ai giovani imprenditori digitali della West Coast che si accontentano di ruoli di consulenza. L’establishment al gran completo sta celebrando una rappacificazione che poteva sembrare fanta-politica pochi mesi fa, quando il potere del denaro votò a maggioranza per Hillary.

Che sia stata la nuova «pace di Westphalia», o invece una sottomissione in stile Canossa, i top manager di tutte le aziende hi-tech hanno incontrato Trump a casa sua, all’ultimo piano della dorata Trump Tower, sei ore di volo dalla West Coast. Al meeting si sono presentati Tim Cook di Apple e Larry Page di Alphabet-Google, la numero due di Facebook Sheryl Sandberg e Jeff Bezos di Amazon, Elon Musk di Tesla e Satya Nadella di Microsoft. Peraltro un segnale di disgelo e un’apertura di credito a Trump l’aveva data il fondatore di Microsoft, Bill Gates: l’imprenditore-filantropo più famoso del mondo era andato da solo a trovare Trump e gli aveva elargito un augurio ottimo e abbondante, quello di poter diventare «il prossimo John Kennedy». Aggiungendoci, tanto per non perdere del tutto la faccia, l’auspicio che Trump si converta allo sviluppo sostenibile e alle energie rinnovabili. Ma anche per molti altri esponenti dell’establishment industriale la «conversione» è stata faticosa, imbarazzante. Apple era stata accusata più volte da Trump per le sue delocalizzazioni produttive in Cina e per l’elusione fiscale. Il proprietario di Amazon era stato minacciato personalmente di vendetta fiscale da Trump, indispettito dalle critiche del «Washington Post» di cui Bezos è l’editore. Le auto elettriche di Tesla sono state spesso denigrate dai repubblicani come una tipica tecnologia verde «assistita» dai sussidi dell’Amministrazione Obama. La Silicon Valley al gran completo aveva contraccambiato le accuse, criticando Trump sia per il protezionismo che per la sua ostilità agli immigrati (senza i quali l’economia hi-tech non esisterebbe).

Il disgelo fra la Silicon Valley tradizionalmente progressista e il neopresidente, aiuta a capire meglio anche il comportamento di altri giganti del capitalismo. Dalla Ford alla United Technologies (Carrier) alla Ibm, si susseguono da alcuni giorni annunci di nuove assunzioni, oppure di retromarce clamorose rispetto alle decisioni di delocalizzare fabbriche all’estero. È una gara ad accattivarsi un capitale di simpatia dalla nuova Amministrazione in attesa che questa contraccambi, soprattutto con riduzioni fiscali. Nel caso di Rex Tillerson, il chief executive di Exxon designato segretario di Stato, uno dei centri di potere storici del capitalismo Usa, la più grande multinazionale petrolifera decide di mettere il proprio know how nelle relazioni internazionali al servizio di un presidente a dir poco inesperto. E naturalmente è uno spirito di servizio molto interessato. 

«Un grande player, un giocatore su scala mondiale». Trump elogia così Tillerson, il petroliere amico di Vladimir Putin che lui vuole alla guida della politica estera americana, una nomina che suscita resistenze anche fra alcuni repubblicani, da John McCain a Marco Rubio, e potrebbe affrontare in salita l’approvazione al Senato. Ma cos’ha convinto Trump a scartare altri candidati da Mitt Romney al generale David Petraeus o Rudolph Giuliani? Un amore a prima vista. I due si conoscevano pochissimo, Tillerson come capo di una delle più grandi multinazionali del pianeta ha sempre «volato più alto», si è mosso in una categoria di businessmen ben superiore al mondo tutto sommato provinciale dell’immobiliarista newyorchese. È proprio questo ad aver fatto colpo sul presidente-eletto: folgorato dall’incontro con un protagonista della serie A.

Che poi sia un ennesimo favore alla lobby di Big Oil, certo non guasta: Trump ha messo un altro texano, l’ex governatore di quel petro-Stato, Rick Perry, alla guida del dicastero dell’Energia. Se vi si aggiunge il lobbista dei petrolieri all’agenzia dell’ambiente, la svolta rispetto all’ambientalismo di Obama è a 360 gradi. Ma con Tillerson certamente Trump ha puntato molto in alto. Per capitalizzazione di Borsa la Exxon è stata superata solo di recente da un paio di giganti digitali della Silicon Valley, Apple e Google, ma è lei a rimanere la regina della Old Economy in termini di valore e fatturato. Il texano Tillerson s’identifica con Exxon come un militare di carriera è fedele all’esercito. Lui ha dedicato tutta la sua vita alla compagnia petrolifera: vi entrò nel 1975 e per i successivi 41 anni non ha mai lavorato per un’altra azienda. Il migliore ritratto di Tillerson è nel libro Private Empire: ExxonMobil and American Power, pubblicato quattro anni fa da Steve Coll, che di recente ne ha scritto una sintesi aggiornata sul magazine «The New Yorker». Coll descrive la Exxon come «la diretta discendente dell’impero monopolistico fondato da John D. Rockefeller (inizialmente col nome di Standard Oil, ndr), organizzata sui principi di un capitalismo spietato e della fede protestante». È sempre Coll a parlare di «un impero a sé stante, un potere indipendente rispetto al governo degli Stati Uniti, con una sua politica estera». Questo colosso petrolifero ha una sua rete di intelligence, veri e propri servizi segreti paralleli a quelli del governo americano; ha i suoi think tank per le analisi geopolitiche; assume regolarmente anche alti dirigenti dalla Cia o dal Dipartimento di Stato.

In questo senso Tillerson come «player» nel vasto teatro della geostrategia, pesa più di tutti i segretari di Stato che lo hanno preceduto. E la sua stessa carriera si può associare a veri e propri successi di «politica estera». In particolare in Russia. Tra le ultime operazioni importanti guidate da Tillerson c’è stato l’accordo da lui firmato personalmente con Putin nel 2011, che ha lanciato l’alleanza tra Exxon e Rosneft, compagnia petrolifera russa, per lo sfruttamento dei giacimenti dell’Artico. Crudele ironia: se quei giacimenti energetici sono oggi economicamente sfruttabili, è perché il cambiamento climatico ha sciolto parte dei ghiacci che prima rendevano troppo costosa l’estrazione. Eppure uno degli scandali che hanno macchiato la Exxon è stata la sistematica manipolazione di studi scientifici condotta per molti anni al fine di dimostrare che il cambiamento climatico… non esiste. Se Tillerson riuscirà a superare gli esami al Senato, la sua impronta nella nuova politica estera americana potrebbe essere notevole. A cominciare dalla levata delle sanzioni contro la Russia (cui il capo di Exxon, insignito dell’Ordine dell’Amicizia da Putin, è sempre stato contrario), e magari fino alla riammissione di Mosca nel G7, che tornerebbe ad essere un G8.

Con lui dunque si ripropone un tema davvero senza precedenti: l’onnipresenza dei «putiniani» nella squadra di Trump; proprio mentre si susseguono le rivelazioni sul ruolo del leader russo in questa elezione presidenziale. «Vendetta»: la parola italiana che in inglese si usa anche per indicare una spedizione punitiva. La vendetta di Putin, secondo l’intelligence americana descrive quel che è accaduto durante l’ultima campagna elettorale. Un regolamento di conti a cinque anni di distanza. Perché Putin non ha perdonato a Hillary Clinton quella che per il leader russo sarebbe stata l’ingerenza originaria: l’intervento dell’allora segretario di Stato Usa durante le elezioni del 2011 a Mosca, segnate da brogli, irregolarità, proteste di piazza. In quell’occasione la Clinton si schierò coi manifestanti anti-Putin, chiese pubblicamente che le elezioni russe fossero «libere, giuste e trasparenti». All’epoca Putin sentì minacciato il suo potere, temette che l’America stesse fomentando a casa sua un’altra «rivoluzione arancione» come quelle che avevano destabilizzato alcune repubbliche ex-sovietiche.

Cominciarono allora i preparativi per la vendetta, seguiti personalmente da Putin nella ricostruzione che ne fa adesso l’intelligence Usa. In base a queste indagini il presidente russo avrebbe diretto personalmente gli attacchi degli hacker che hanno violato più volte i siti del partito democratico per danneggiarne la candidata alla Casa Bianca. Il tipo di attacco fu sperimentato prima in Ucraina e in alcuni paesi scandinavi: furti di informazioni, violazioni di siti governativi, diffusione di false notizie, disinformazione su vasta scala. Poi l’attacco al bersaglio più grosso, la campagna presidenziale americana. Ora tutto ciò ha un interesse storico. Resterà quella macchia sull’elezione di Trump, a futura memoria: il «Manchurian Candidate», l’uomo diventato presidente forse anche grazie all’aiuto di una potenza straniera.