Fake news e false giornaliste

Per contrastare le informazioni che in Occidente arrivano sullo Xinjiang e sul Balochistan, i cinesi e i loro alleati pakistani veicolano notizie false attraverso sedicenti giornaliste occidentali, in realtà inesistenti
/ 12.04.2021
di Francesca Marino

«Il “mio” Xinjiang: fermate la tirannia delle fake news». Il titolo a effetto, spinto con gran rilievo sul sito francese del China Global Television Network, si riferiva a un’intervista rilasciata a CGTN da Laurène Beaumond, una «giornalista freelance con base in Francia». Beaumond, che secondo il network è francese, ha preso due lauree alla Sorbonne e ha «colloborato con tutti i maggiori media francesi», ha vissuto sette anni in Cina, in particolare a Urumqi, capitale dello Xinjiang. E sostiene di non riconoscere affatto, nello Xinjiang descritto dai media occidentali, in cui avvengono persecuzioni ed è in atto un vero e proprio genocidio culturale e fisico, lo Xinjiang da lei sperimentato.

«Il mondo è impazzito?» si domanda Beumond, «Campi di concentramento, sterilizzazione delle donne, lavoro forzato, annullamento culturale, genocidio.... Da dove arrivano queste definizioni, riferibili soltanto ai momenti più bui della storia dell’umanità? Che vuol dire questa farsa di processo intentato a distanza contro la Cina, senza alcuna prova concreta, senza alcuna testimonianza valida, da individui che non hanno mai messo piede in questa regione del mondo?». E prosegue descrivendo il suo personale paese dei campanelli in cui «Le persone sembravano felici e sbrigavano le loro piccole incombenze, in silenzio. I musulmani celebrano il loro culto come vogliono e si vestono come vogliono. Le moschee, il Gran Bazar, i mestieri tradizionali musulmani, tutto viene preservato e valorizzato». 

Assomiglia molto, troppo alla propaganda ufficiale di Pechino e ai tweet di Liljian Zhao, l’attuale portavoce del Ministero degli esteri cinesi quando era all’Ambasciata cinese di Islamabad? Certo, e in effetti di propaganda si tratta. Perché Madame Beaumond, in realtà, non esiste. Di lei non c’è traccia in nessuna redazione francese, all’ordine dei giornalisti locale o sui social media. Madame Beaumond è difatti parte dell’ultima trovata propagandistica di Pechino: i falsi giornalisti. Anzi, le false giornaliste. Meglio se bionde e occidentali. 

Negli stessi giorni in cui in Francia, difatti, scoppiava lo scandalo Beaumond, i giornali pakistani erano pieni delle polemiche scatenata dall’account Twitter di una certa Katherine George, di professione: «sportiva, turista, eReader-dipendente e blogger». La bionda signorina George, postando foto entusiastiche di un suo viaggio in Pakistan, lodava la cortesia e il rispetto degli uomini pakistani verso le viaggiatrici in solitaria. La cosa ha scatenato un putiferio a mezzo stampa, in un paese in cui lo stupro e le violenze di genere sono un serio problema.

Non c’è voluto molto, al popolo dei social media, per scoprire che le foto postate da «Katherine George» erano false e che la ragazza in posa con la bandiera pakistana è in realtà l’impiegata polacca di un’agenzia di viaggi di Islamabad. Katherine George, come Laurène Beaumond, di nome fa probabilmente Zhao o Li. Perché, al netto delle polemiche sugli uomini pakistani, in pochi hanno notato la cosa più interessante: «#YearOfTheOx Buon anno cinese! Possa quest’anno del BUE portarti un prospero e sano 2021. Kiong Hee Huat Tsai! #China», un tweet, datato 12/02/21 che è uno dei primi tweet dell’account di «Katherine», creato all’inizio dello scorso febbraio guadagnando in pochi minuti 11.9k lettori. 

Scorrendo la sua timeline si scopre che, oltre agli auguri per il capodanno cinese e alle lodi all’esercito pakistano, tre quarti dei suoi tweet riguardano in realtà il Balochistan e Gwadar, e sono per lo più retweet di un account chiamato Gwadar Pro. Gwadar Pro è un’app, disponibile sia per Google che per Apple, lanciata a marzo 2019 durante il «Gwadar Expo» allo scopo di «collegare Gwadar al resto del mondo» (dopo averlo separato dal resto del Balochistan, ovviamente). L’app offre una serie di utili strumenti: un traduttore inglese-cinese-urdu, un servizio di biglietti aerei, prenotazione di hotel, tassi di cambio. Ma, soprattutto, offre un servizio di notizie in cui è possibile trovare capolavori come: «Il premier Imran Khan loda la Cina per aver ottenuto una completa vittoria sulla povertà» o «Il popolo pakistano si inietta la speranza con vaccini cinesi». 

L’app è gestita e sviluppata da China Economic Net e possiede anche account Twitter e Instagram. Gwadar Pro, China Economic Net e Xinhua Service che completa il quadro, sono tutti focalizzati principalmente su Gwadar e sul China-Pakistan Economic Corridor e citano costantemente i reciproci rapporti. Sono tutti gestiti da Pechino, direttamente o indirettamente, così come CGTN, il China Global Television Network. Che ha avuto solo di recente il permesso di trasmettere in Francia dopo essere stata cacciata in malo modo dall’Inghilterra per aver violato le regole dell’editoria locale. Il network, finito nell’occhio del ciclone più di una volta per aver dato voce alla propaganda ufficiale, è famoso per avere trasmesso confessioni forzate a altre amenità del genere. È interessante notare che l’unico altro sito ad avere ripreso e pubblicato integralmente l’intervista alla Beaumond è stato Defence.pk, gestito dall’esercito pakistano.     

Il principio è in realtà molto semplice: fai ripetere la stessa affermazione falsa da fonti multiple, disparate e «autorevoli» e diventa automaticamente una quasi-verità. Così, mentre la Cina inventa nuove donne occidentali, più credibili di quelle asiatiche a quanto pare, per diffondere le loro bugie sui media e sui social media, i ragazzi «grandi» giocano su di un altro fronte. 

E sono impegnati in un’offensiva (non tanto) diplomatica in Francia e in tutta Europa. Dopo che l’UE ha approvato sanzioni (anche se molto lievi) contro la Cina per il trattamento degli Uiguri, difatti, il governo francese ha dovuto convocare ufficialmente l’ambasciatore cinese in Francia Lu Shaye perché, via social media, ha insultato e minacciato Antoine Bondaz, l’esperto di Cina della Strategic Research Foundation a Parigi. E non era la prima volta che sua Eccellenza veniva rimproverato per il suo comportamento. 

Secondo fonti diplomatiche, inoltre, l’omologo di Lu Shaye a Bruxelles presso l’Unione Europea, avvicinava uno per uno gli ambasciatori di molti Stati con un opportuno mix di velate minacce e di promesse, andando poi a dire in giro che l’Unione è solo apparentemente un fronte unico e che molti Stati, in privato, sostengono la Cina. A cominciare dall’Italia. 

Un comportamento non proprio da diplomatico di alto livello? Il fatto è che il «guerriero lupo» inventato da Xi Jinping si sta trasformando, visto il fallimento di molte delle sue strategie, giorno dopo giorno in lupo mannaro. Un lupo mannaro convinto a quanto pare che l’Occidente sia il Pakistan e che governo e media occidentali possono essere manipolati con le stesse tecniche adoperate a Islamabad per convincere cittadini e politici della bontà della «pax-cinese». La guerra delle fake news, a quanto pare, è appena cominciata.