Dove cresce il fondamentalismo

Nei campi profughi e nelle prigioni si accumula il risentimento che porta molti a radicalizzarsi. Non è un caso se parte del Governo che sta per formarsi a Kabul sarà costituita da ex detenuti di Guantanamo
/ 06.09.2021
di Francesca Mannocchi

Questi ultimi anni, trascorsi a raccontare il Nordafrica, il Medio Oriente, e ora l’Afghanistan, mi hanno insegnato che esistono alcuni luoghi d’elezione per il radicalismo. Sono tratti comuni di diversi Paesi che ho cercato di raccontare. Sicuramente l’Iraq, la Siria, l’Afghanistan. Questi luoghi sono le prigioni e i campi profughi. Luoghi in cui il tempo esterno si ferma e quello interno si cristallizza. Lì il fondamentalismo ha vita facile perché, mentre tutto intorno scorre, il messaggio radicale, oscurantista, si diffonde come si allargano i cerchi nell’acqua.

È stato così nei campi profughi iracheni che ho visitato decine di volte. Sterminate distese di sabbia e tende, dove si accumula l’ocra della terra e si accumulano le persone e insieme a loro il risentimento. Dopo la guerra di Mosul, per esempio, nei campi iracheni si sono concentrate migliaia di persone, vite divise in due: da una parte i civili iracheni, dall’altra i parenti dei miliziani dell’Isis. Le vite stigmatizzate e rifiutate. Il desiderio di vendetta vive lì e cresce lì. Va a riempire i vuoti delle esistenze di chi fugge, negli spazi sterminati eppure claustrofobici in cui i figli delle vittime sono destinati a vivere con i figli dei carnefici. È nelle pieghe di quei risentimenti incrociati che possono crescere i semi delle radicalizzazioni del futuro. Generazioni di bambini cresciute in stato di privazione che vogliono vendicarsi di un’ingiustizia.

Analogamente accade nelle carceri. Non è un caso che negli anni seguiti all’invasione irachena da parte degli Stati uniti, dopo il 2003, le immagini di Abu Ghraib abbiano alimentato generazioni di terroristi, e che sia proprio nella prigione di Camp Bucca che l’autoproclamato Califfo Abu Bakr al Baghdadi aveva trascorso anni in detenzione. Non è un caso se parte del Governo talebano che sta per formarsi sarà costituita da ex detenuti di Guantanamo. Il loro passato da prigionieri è il giro surreale e drammatico della storia: prigionieri per anni nella prigione delle torture americane, che diventano interlocutori dell’Amministrazione Trump prima e di quella Biden poi. Negoziatori che hanno ormai in mano il Paese, circondati dall’aura simbolica di essere sopravvissuti alla vergogna di Guantanamo.

Abu Ghraib, Camp Bucca, Guantanamo: tre capitoli di vergogne perpetrate dall’Occidente «esportatore di democrazia» che hanno alimentato l’odio contro gli «infedeli», fomentato la propaganda dell’esercito jihadista e accresciuto le file dei leader dell’Isis, radicalizzati in carcere e reclutatori nelle celle. I corpi torturati di Abu Ghraib e Guantanamo ci hanno, negli anni, restituito l’immagine brutale di una fisicità sottomessa, umiliata, denigrata. Di cui eravamo responsabili. E contemporaneamente consegnavano ai jihadisti un universo simbolico su cui sarebbero cresciute altre generazioni di terroristi.

Lo stesso, purtroppo, rischia di accadere oggi in Afghanistan. Dove migliaia di detenuti, tra cui ex combattenti dello Stato islamico e di Al Qaeda, sono stati liberati nei mesi dell’offensiva militare condotta dai talebani e che li ha portati alla rapidissima conquista del Paese. Offensiva durante la quale le prigioni di Kandahar, Kunduz, e anche la più grande prigione del Paese, Pul e Charkhi, nota per le sue cattive condizioni, sono state assaltate per liberare detenuti membri di Al Qaeda, talebani e membri dell’Isis-K, il ramo locale dell’Isis. Lo stesso è accaduto nella prigione nella base americana di Bagram che contava 5 mila prigionieri. È solo l’ultima, drammatica, tappa di un percorso iniziato con gli accordi di Doha, sancito tra l’Amministrazione Trump e le delegazioni talebane in Qatar. L’accordo del 29 febbraio 2020 affermava che gli Stati uniti e i suoi alleati avrebbero ritirato le loro forze militari entro 14 mesi dall’annuncio della firma e stabiliva che i talebani non avrebbero permesso ai gruppi, inclusa Al Qaeda, in Afghanistan di minacciare la sicurezza degli Stati uniti e dei loro alleati. L’accordo prevedeva, infine, il rilascio di 5 mila membri talebani che si trovavano nelle carceri afgane. Un rapporto del Congressional research service ha confermato, poche settimane fa, che il rilascio è stato completato nel settembre 2020. Tra i cinquemila detenuti rilasciati anche 400 considerati tuttora pericolosi e macchiatisi in passato di crimini gravi.

Nel settembre 2020 il rappresentante speciale degli Stati uniti per la riconciliazione dell’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, aveva affermato che i prigionieri liberati dall’accordo di Doha includevano alcune persone che avevano commesso violenze contro le forze internazionali in Afghanistan «so che nessuno di noi è felice del rilascio dei prigionieri che hanno commesso violenze contro le nostre forze – ha detto Khalilzad – ma dobbiamo tenere a mente il quadro generale». Il quadro generale è un Paese caduto in mano ai talebani molto più velocemente di quanto l’intelligence americana avesse considerato possibile. Oggi l’Afghanistan è gestito da un esercito di miliziani radicalizzati, pronti a combattere una nuova ondata del jihad che li aveva portati in cella.

Con uno status in più, a suggellare le loro convinzioni: l’idea di aver sconfitto gli americani nella loro più lunga impresa bellica, la fierezza di essere stati liberati dalle carceri dai talebani che sono usciti vincitori e girano trionfanti per la capitale sui mezzi militari lasciati indietro dalle truppe statunitensi, sconfitte.
Sono liberi migliaia di prigionieri ed è libera anche la portata simbolica che rappresentano. Il risultato di questo caotico ritiro delle truppe è che l’Afghanistan ha oggi ex detenuti che formeranno il Governo, come il Mullah Baradar, già prigioniero di Guantanamo, e migliaia di miliziani rilasciati dai talebani pronti a combattere e gestire il potere. Una storia già vista in Iraq dopo il ritiro delle truppe per opera di Obama nel 2011. Il fondamentalismo qaedista sembrava sconfitto, gli americani si ritirarono. Tre anni dopo il convoglio di mezzi dell’Isis entrava a Mosul. Quello che sarà dell’Afghanistan è un gigantesco, drammatico, punto interrogativo.