Cosa verrà dopo la globalizzazione?

Scenari – La pandemia da Covid-19 impone un ripensamento delle regole globali che hanno tenuto fino ad ora
/ 25.05.2020
di Lucio Caracciolo

Il bersaglio preferito del Covid-19 è la cosiddetta globalizzazione. Termine volutamente ambiguo. Usato infatti nei modi più diversi. In geopolitica, è sinonimo di americanizzazione. Ovvero dell’informale quanto potente impero americano, basato sull’interdipendenza economica e finanziaria fra i paesi del mondo che contano, sulla base di regole, controlli e deterrenza a stelle e strisce. Un sistema che dalla fine della Guerra fredda fino ai primi anni del secolo è stato accettato dalla gran parte dei paesi, Cina e Russia comprese. Fin quando, con la crisi finanziaria scoppiata nella pancia di Wall Street nel 2008 e diventata crisi economica e sociale globale, quell’equilibrio ha cominciato a mostrare la corda.

Oggi gli Stati Uniti restano di gran lunga la principale potenza militare, ma la loro egemonia globale è sotto stress. Soprattutto a causa della sfida con la Cina.Il virus che sta provocando centinaia di migliaia di morti nel mondo infierisce in modo specialmente doloroso sugli Stati Uniti, anche a causa dell’inefficienza del sistema sanitario e politico americano. Il presidente Trump ha a lungo cercato di allontanare da sé questo tema troppo stridente rispetto alla narrazione trionfalistica che gli è propria. Non è più possibile. Anzi, il boomerang del Covid-19 rischia di impedirgli la rielezione alla Casa Bianca. Ad oggi, con gli Stati Uniti in recessione e forse presto in depressione, con decine di milioni di disoccupati e settori rilevanti dell’economia in stallo, solo la debolezza dello sfidante, «Sleepy Joe» Biden, può consentire a Trump di sperare nella rielezione.

Ma in gioco è molto più della poltrona di presidente degli Stati Uniti. Il fatto che questa epidemia abbia colpito e quasi spezzato la rete dei trasporti e dei commerci mondiali significa un colpo al cuore della globalizzazione così come l’abbiamo intesa. Per riprendere un certo grado di interdipendenza ci vorranno anni e probabilmente nuove regole del gioco. Alla ridefinizione di queste regole parteciperanno, con gli Stati Uniti, anche la Cina, la Russia, il Giappone e alcune potenze europee, tra cui Francia e Germania. Ma di qui a tanto cambio di paradigma passerà ancora molto tempo, perché siamo solo alle prime luci dell’alba della fase iniziata a febbraio con l’emersione della minaccia epidemica fino ad allora nascosta o sottovalutata.Una delle poste in gioco in questo periodo è l’attribuzione delle responsabilità.

Di chi è la «colpa» di questa crisi? È chiaro che i riflettori sono puntati sulla Cina, dove per quanto sappiamo il Covid-19 si è generato. Pechino risponde profittando del fatto di aver superato la prima fase dell’emergenza prima degli altri e offrendosi come sostegno per i paesi in difficoltà, distribuendo finanziamenti e aiuti. Ma negli Stati Uniti e in altri paesi si moltiplicano le richieste di risarcimento alla Cina per i danni subiti. L’impatto di queste attività giuridiche, al di là dell’esito specifico delle richieste di rimborso, sarà sicuramente incisivo. Il fatto di essere sotto accusa per non aver saputo prevenire l’epidemia, avendo alle spalle casi meno eclatanti ma altrettanto rivelatori di problemi sanitari di base (caso Sars), contribuisce a rendere meno credibile la retorica cinese nel mondo.

Allo stesso tempo, la prestazione piuttosto imbarazzante degli Stati Uniti e la loro incapacità – non volontà – di offrirsi come riferimento e sostegno anche solo ai paesi amici e alleati non è fattore trascurabile. Oggi più che mai lo slogan trumpiano «America First» sembra tradursi in un «America Alone» non adeguato al formato e alle ambizioni di una superpotenza che si vuole egemone planetaria.Si è anche evidenziata in questi mesi l’inefficacia degli europei, o meglio il loro considerarsi interni a una partita a somma zero. L’Unione Europea è una sigla che copre una realtà perfettamente opposta. Disunione, anzi competizione in cui non ci si risparmiano colpi bassi fra paesi formalmente impegnati nella cosiddetta «integrazione», in un impalpabile «progetto europeo». Ad oggi è la Germania il paese che esce meno peggio dall’emergenza, per aver saputo calibrare il difficile equilibrio fra protezione della salute dei cittadini e salvaguardia dell’economia e delle strutture sociali.

La Francia ha cercato di contenere la centralità tedesca ricorrendo alla vecchia tattica che consiste nel controbilanciare il fronte germanico – esteso alla Mitteleuropa, Italia settentrionale inclusa – con un’improbabile famiglia «mediterranea» imperniata anche su Italia e Spagna. Ne è scaturito più caos che sostanza. Dei famosi fondi europei si è visto solo il nome. Motivo di più per considerare improbabile che anche i più rilevanti Stati europei possano giocare un ruolo determinante nella revisione delle regole globali.