Colombia, così l’esercito spiava i giornalisti

Scandalo – Secondo «Semana» fondi Usa contro il narcotraffico venivano usati dal governo per controllare la stampa
/ 01.06.2020
di Angela Nocioni

Spiati sistematicamente dai servizi segreti militari colombiani. Spiati con meticolosità e costanza, attraverso l’utilizzo di tecnologie informatiche d’avanguardia combinate ai vecchi metodi di pedinamento. Succede in Colombia a centinaia di giornalisti, politici e persone considerate da parte dei servizi «politicamente pericolosamente attive». Tra loro ci sono giornalisti statunitensi e i reporter in loco del «New York Times» e del «Washington Post». Dettaglio interessante perché l’operazione di spionaggio illegale è fatta con parte dei soldi dati dal governo degli Stati Uniti a quello della Colombia per la guerra al narcotraffico. La notizia è stata rivelata dalla rivista colombiana «Semana».

Tra gli spiati c’è Nicholas Casey che copriva per il «New York Times» fino all’anno scorso l’intera area andina, compresa quindi la Colombia. Casey nel 2019 trovò la notizia della richiesta da parte dell’esercito ai suoi militari di raddoppiare il numero dei morti nella guerra contro la guerriglia, un’esortazione alla politica dell’esibizione dei cadaveri che già quindici anni fa portò a innumerevoli omicidi di civili fatti passare per guerriglieri uccisi in scontri armati allo scopo di ottenere ricompense. Il suo scoop era inconfutabile: ha scovato le istruzioni scritte impartite dall’esercito. Risulta spiato dal giorno dopo la pubblicazione dello scoop, da quando s’è tirato addosso l’odio giurato del mondo che ruota attorno all’uribismo, ossia al sistema di potere che ha il suo centro nell’ex presidente Alvaro Uribe, capo politico dell’attuale presidente Ivan Duque che non esita a definire Uribe «presidente eterno».

Dopo la pubblicazione dello scoop, Casey è stato accusato direttamente dal partito di Uribe di ricevere finanziamenti dalle Forze armate rivoluzionarie di Colombia e da Uribe stesso di simpatizzare per «i narcoterroristi». Tra i nomi più noti degli spiati c’è Lynsey Addario, premio Pulitzer, diventata oggetto di attenzione illegale da parte dell’intelligence militare colombiana da quando ha realizzato per il «National Geographic» un reportage fotografico nella selva sull’Esercito di liberazione nazionale. Rastrellati tutti i suoi dati e i suoi contatti.Nella lista degli spiati c’è anche l’attuale ambasciatore colombiano presso la Santa sede, Jorge Mario Eastman, ex consigliere di Uribe per la comunicazione ed ex suo viceministro. È stato segretario generale della presidenza della repubblica durante i primi nove mesi dell’attuale governo Duque. Poi spedito a Roma perché – secondo «el Tiempo», principale quotidiano colombiano – il suo atteggiamento verso Uribe ed altri dirigenti dell’uribismo era ritenuto dal presidente troppo freddo e distante. Un incarico diplomatico dorato per toglierselo di torno, un grande classico.

Le prove dell’avvenuto spionaggio sono in un’informativa della Procura generale colombiana che documenta di aver trovato sulla scrivania di un sergente dei servizi militari vari dossier col nome «Caso speciale» e «Lavoro speciale» contenenti report di rastrellamenti di contatti telefonici, fisici e via social di giornalisti colombiani e americani. Oltre a loro fotografie, appunti sui loro spostamenti e i loro luoghi di domicilio. Non è certo la prima volta che la Colombia scopre che i suoi servizi puntualmente spiano i nemici politici del momento o presunti tali. È successo di recente durante il governo di Manuel Santos, quando venne fuori che, durante i lunghi e difficilissimi colloqui di pace tra governo e guerriglia svoltisi (con successo) all’Avana, tutte le comunicazioni dei negoziatori erano state hackerate.

Da Bogotà qualcuno che non gradiva l’idea di un accordo di pace stava seguendo in poltrona le trattative in corso all’Avana senza perdersi un dettaglio. Anche durante il secondo governo Uribe, nel 2009, un’agenzia di intelligenza non militare alle dirette dipendenze della presidenza della repubblica risultò aver spiato passo passo giudici della Corte suprema che stavano lavorando sulle protezioni politiche a gruppi paramilitari. Furono trovate microspie piazzate al Tribunale per registrare ogni sessione.Il dettaglio differente nel caso saltato fuori ora è che lo spionaggio è stato fatto anche ai danni di giornalisti americani usando fondi americani quindi finanziati dai contribuenti americani. Fondi non di pochi spiccioli, ma di dieci miliardi di dollari. Tanto è ufficialmente passato negli ultimi diciannove anni da Washington a Bogotà sotto il titolo «lotta alla guerriglia e al narcotraffico».

D’altra parte anche l’uso dei fondi americani per scopi diversi da quelli ufficialmente dichiarati (chissà se sempre a insaputa di proprio tutti al Dipartimento di Stato statunitense) non è una novità. Per decenni la pioggia di dollari con cui gli Stati Uniti hanno inondato Bogotà attraverso il Plan Colombia, il piano di aiuto alla lotta al narcotraffico, è in buona parte poi concretamente servita a finanziare operazioni paramilitari nella selva, anche contro civili e al di fuori di ogni legalità e di ogni controllo.