Ad Aleppo "si sta facendo la Storia": è un Bashar al-Assad trionfante quello che in un videomessaggio alla Nazione su Telegram ha salutato la riconquista di tutta la città


Brutta storia ad Aleppo

Siria – Assad annuncia trionfante la riconquista della parte orientale della città con il sostegno di Russia, Iran e Turchia, ufficialmente fatta passare come una crociata contro l’Isis
/ 27.12.2016
di Marcella Emiliani

«Ad Aleppo si sta facendo la Storia»: con queste parole e un’espressione trionfante, il presidente della Siria Bashar al-Assad ha annunciato al mondo la conquista della parte orientale della città – avvenuta il 12 dicembre – ad opera del suo esercito e della Sacra Triade che lo ha sostenuto fino a rovesciare completamente l’esito di una battaglia che poteva risultare fatale per le sorti del suo regime. Per «sacra triade» intendiamo la Russia di Vladimir Putin, vero regista del futuro assetto non solo della Siria, ma dell’intero Medio Oriente. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan che dopo aver brigato per fare in modo che Bashar cadesse, non ultimo sostenendo e armando l’Isis, con un voltafaccia di 180° non solo si è alleato a Putin (dopo aver abbattuto un caccia russo sul confine siro-turco non più tardi del 24 novembre dell’anno scorso), ma è sceso in campo con le sue truppe per sostenere il periclitante governo di Damasco e garantirsi con mezzi propri il controllo sui curdi siriani.

Infine l’Iran degli ayatollah che – dopo aver firmato l’accordo sul nucleare coi «5+1», cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu con potere di veto (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) più la Germania, si è buttato di buona lena a sostenere tutti i suoi alleati sciiti nella regione (di cui Bashar al-Assad è il «pezzo» più pregiato) e – se possibile – «spezzare le reni» all’avversario di sempre: l’Arabia saudita sunnita e relativi alleati del Golfo. Accanto all’Iran non va dimenticata la sua appendicola libanese, Hezbollah, il Partito di Dio, che in Teheran e Damasco ha avuto fin dalla sua nascita nel 1982 i padrini più interessati, allora in funzione anti-israeliana.

Aleppo nel frattempo non esiste più, è stata ridotta un cumulo di macerie, non c’è orrore che le sia stato risparmiato, non c’è crimine di guerra che non sia stato compiuto sulla sua gente nella più sconsolante impotenza della diplomazia internazionale e di quella occidentale in particolare. Ma Bashar al-Assad il 19 dicembre, quando ha diffuso via Telegram il suo video-messaggio compiaciuto, non pensava certo ai 450’000 morti che è costata da cinque anni a questa parte la guerra civile siriana, né pensava ai 5 milioni di profughi fuggiti all’estero e agli 11 milioni di sfollati interni che ha causato su una popolazione di quasi 18 milioni di abitanti. A lui di questa immensa catastrofe sembrava non importare proprio niente: quello che gli premeva era essersi garantito la sopravvivenza politica sulla pelle del suo paese.

In un sussulto di lucidità, ha ammesso che la vittoria ad Aleppo non significa la fine della guerra, ma ormai – sempre in virtù dell’intervento della Sacra Triade – l’unica grande città che ancora sfugge al suo, o meglio al loro controllo, è solo Raqqa, la capitale siriana dell’agonizzante Califfato islamico. Ma Raqqa, evidentemente non preoccupa più di tanto né Damasco, né Mosca, né Ankara né Teheran, vista la furia con cui si sono scagliate su Aleppo dove i tagliagole dell’Isis sono in gran parte fuggiti dopo aver compiuto ogni genere di nefandezze sui civili, spesso usati come scudi umani. Ufficialmente quella contro Aleppo è passata come una crociata contro il Califfato. Nella realtà è stato il redde rationem contro i «ribelli» che nel 2011 avevano dato vita alla primavera araba siriana, quelli che per Bashar erano e rimangono i veri terroristi. Dal canto suo l’Isis, ormai quasi indisturbato fuori Aleppo, l’11 dicembre ne ha approfittato per riconquistare Palmira.

Chi sono allora i «ribelli» anti-governativi che hanno tentato una strenua resistenza ad Aleppo Est? Innanzitutto i miliziani del Libero Esercito della Siria, gli unici professionisti in campo dell’opposizione armata non islamista a Bashar, essendo nati da una scissione dell’esercito siriano fin dal 2011. In secondo luogo gli islamisti del Fronte al-Nusra (Fronte del soccorso al popolo di Siria, in rotta con l’Isis), già braccio operativo di al-Qaeda in Siria, il cui leader Abu Mohamed al-Julani il 28 luglio scorso ha ribattezzato Jabhat Fatah al Sham (Fronte per la conquista del Levante) non solo per prendere le distanze dalla casa-madre, ma soprattutto per tentare di unire in una formazione – a suo dire – «più moderata» il maggior numero di oppositori al regime di Bashar al-Assad, jihadisti e non. Resta il fatto che – per quel che è dato sapere – il Fronte per la conquista del Levante è riuscito a coordinarsi principalmente con altre organizzazioni jihadiste salafite come Harakat Ahrar al-Sham al-Islamiyya (Uomini liberi della Grande Siria), già operativa nel nord-ovest e soprattutto nella provincia di Idlib. Citiamo solo le formazioni principali perché in tutto sono un centinaio, e non menzioniamo le organizzazioni curde impegnate nel Kurdistan siriano.

L’unica cosa certa è che sul terreno, in tutta la Siria e non solo ad Aleppo, l’opposizione pacifica al regime di Bashar, quella che nel 2011 scendeva in piazza disarmata ed era riuscita ad organizzarsi in due alleanze, la Coalizione nazionale siriana e il Consiglio nazionale siriano, sono state messe fuori gioco dai signori della guerra, islamisti e non.

Dal 12 dicembre, quando Aleppo è tornata sotto il controllo governativo, è stato difficile anche organizzare e garantire l’evacuazione della popolazione stremata e dei cosiddetti ribelli. Nonostante l’esperienza già fatta in operazioni simili ad Homs e Damasco, non si riusciva, infatti, a negoziare né un cessate il fuoco né un corridoio umanitario che consentisse una via di fuga per i civili. Da una parte il regime aveva tutto l’interesse ad eliminare il maggior numero di «ribelli» armati, e dal canto loro i «ribelli», pur essendosi arresi, non volevano rassegnarsi a perdere la loro ultima roccaforte nei quartieri orientali della città, arrivando a sparare contro gli autobus in cui veniva ammassata la popolazione che intendeva andarsene attraverso il corridoio meridionale Ramousah-Ameriya. Il timore di quanti volevano partire era che le milizie sciite iraniane o libanesi, o gli effettivi alauiti (sciiti) dell’esercito siriano compissero atti di ferocia contro la popolazione sunnita inerme.

Il 18 dicembre, invece, l’evacuazione dei civili da Aleppo è stata sospesa quando ad infierire contro i civili di Foua e Kefraya, due villaggi sciiti nella provincia di Idlib, sarebbero stati i miliziani sunniti del Fronte per la conquista del Levante che li assediavano e che – come ultima ratio – avevano attaccato e incendiato i pullman messi a disposizione dalle Nazioni Unite per consentire anche l’evacuazione sciita. Al 20 dicembre, oltre agli abitanti di Foua e Kefraya, gli sfollati da Aleppo Est erano circa 30’000 (di cui 4000 miliziani armati), mentre risultava ancora impossibile calcolare quanta gente avesse deciso di rimanere nella città ormai invasa dai caterpillar governativi intenti a sgombrare le macerie.

Mentre si interrompeva l’evacuazione da Aleppo Est, al Palazzo di Vetro di New York si interrompevano anche i lavori del Consiglio di sicurezza dell’Onu convocato dalla Francia per approvare una risoluzione che consentisse l’invio di osservatori delle Nazioni Unite nella città tornata sotto il controllo del regime di Bashar al-Assad. A mettersi di traverso, la Russia e la Cina, preoccupate della possibile «violazione della sovranità siriana» rappresentata dalla presenza dei suddetti osservatori. «Quelle délicatesse!» verrebbe voglia di commentare, ma il 19 dicembre il Consiglio riusciva finalmente ad approvare la risoluzione all’unanimità. Più che alla Cina, cosa ha fatto cambiare idea alla Russia?

Con gli Stati Uniti fuori gioco in attesa dell’insediamento alla presidenza di Trump, comunque «ben disposto» nei confronti di Putin, la Russia è rimasta l’unica potenza internazionale in grado di tenere sotto controllo le sorti della Siria, costi quel che costi soprattutto ai siriani. Inoltre, come Putin ben sapeva, a breve, il 27 dicembre, si sarebbero riuniti a Mosca sotto la sua egida i veri demiurghi del futuro siriano: oltre alla Russia medesima, la Turchia e l’Iran. Perché allora continuare ad opporsi in sede Onu o preoccuparsi della lentissima marcia della cosiddetta diplomazia internazionale che, per bocca dell’inviato speciale Staffan de Mistura annunciava una ripresa dei colloqui di pace di Ginevra addirittura per l’8 febbraio 2017?

Tanta self-confidence è stata invece disturbata il 19 dicembre dall’uccisione ad Ankara dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrey Karlov, freddato al grido di «Allahu Akbar!» da un poliziotto all’inaugurazione di una mostra d’arte. La morte del povero Karlov è servita solo ad accelerare i tempi del summit di Mosca, che è stato anticipato e si è regolarmente svolto il 20 dicembre. Ne è uscita una sorta di road map per la soluzione del disastro siriano che prevede nell’ordine: 1) la tutela della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria; 2) una soluzione politica, non militare, al conflitto; 3) un accordo tra il governo siriano e l’opposizione, che però non ricalchi la «ricetta sponsorizzata» dall’Occidente, ovvero la dipartita di Bashar al-Assad dal potere. La Triade si farà garante di tale accordo che verrà negoziato non a Ginevra, con buona pace dell’Onu, ma nella capitale del Kazakhstan, Astana in data da definirsi. Solo un’ultima domanda: chi rappresenterà l’opposizione ad Astana?