Argentina a rischio default

Crisi – Il tempo stringe per riuscire a pagare i prestiti internazionali
/ 25.05.2020
di Angela Nocioni

Dietro le quinte si continua a negoziare per evitare che l’Argentina cada in un default rotondo, sonoro e totale. Sarebbe il nono default della sua storia. Per ora Buenos Aires, al terzo anno consecutivo di recessione economica e con una previsione di caduta della produzione economica che supera il 6%, rimane nell’ombra non drammaticissima del default tecnico. Il governo federale non riesce a pagare i 503 milioni di dollari di bonus scaduti il 22 maggio, ma i contatti per negoziare un nuovo accordo su condizioni e scadenze fervono.

Il governo neoperonista di Anibal Fernandez – la cui vice è l’ex presidente Cristina Kirchner che fu protagonista nel 2014 di una spettacolare propaganda per non pagare i fondi pensione stranieri ai suoi creditori quando, da presidente, avvolse Buenos Aires di milioni di manifesti con scritto «non pagheremo i fondi avvoltoi» – sa di poter contare su una comoda e taciuta realtà: ai suoi creditori conviene trattare tanto quanto a lui. Il Fondo monetario internazionale infatti, in un’analisi dettagliata della situazione argentina, ha messo nero su bianco che, poiché per l’Argentina sarebbe impossibile onorare i suoi debiti nei modi e nei tempi previsti, i creditori stranieri avranno la possibilità di veder ripagato in parte il loro credito soltanto se accetteranno di ricevere meno soldi di quanti ne dovrebbero avere. Ha detto sostanzialmente il Fmi: trattate, è un ordine.Fernandez va fierissimo di questa manna dal cielo targata Fmi e da settimane va ripetendo: «Nessuno

cade da solo». I principali creditori dell’Argentina hanno capito l’antifona e, messisi insieme in tre distinti gruppi ciascuno creato sulla base delle caratteristiche del debito che ha in mano, stanno discutendo come rinegoziare ciascuno le proprie proposte di riduzione del credito. Non è impossibile un accordo già nelle prossime settimane. Anibal Fernandez ha buon gioco. L’Argentina alle ultime elezioni ha ribaltato il colore del suo governo. Sconfitto il liberista Maurico Macri è tornata alla sua eterna passione: il sempre verde peronismo nella sua declinazione radical, tanto che la campagna per Fernandez l’ha fatta l’ex presidente Cristina. È facile quindi per il governo in carica incolpare l’uscente Macri per l’impossibilità attuale di Buenos Aires di pagare debiti e interessi sui debiti. E cavarsela propagandisticamente così. D’altra parte il Fmi ai tempi della direzione generale di Christine Lagarde (ora alla presidenza della Banca centrale europea) ha elargito l’incredibile cifra di 57 miliardi di dollari di prestito al governo Macri, passato per affidabilissimo creditore nonostante i conti drammatici argentini non fossero un segreto.

Mai tanti soldi erano stati prestati tutti insieme dal Fmi a un Paese. Nel luglio del 2019 Lagarde disse di aver «sottostimato un po’ la crisi argentina». E nel febbraio scorso il Fmi se ne è uscito con la raccomandazione ai creditori privati di collaborare con Buenos Aires. Per questo il ministro dell’Economia, Martin Guzman, ha potuto presentare una proposta di rinegoziazione del debito che prevede per l’Argentina uno sconto del 5,4% sul capitale investito dai creditori e di ben il 62% di sconto sugli interessi con buone speranze di non vedersela respingere subito con una porta in faccia. La condizione più pesante per i creditori messa da Guzman è un periodo di grazia (ossia un periodo durante il quale nemmeno un centesimo gli può essere richiesto indietro) di tre anni.

Quindi Buenos Aires non pagherebbe un dollaro fino al 2023.Molti creditori possono essere indotti a pensare che sia sconveniente rifiutare di netto la proposta e ricorrere a un tribunale per dirimere il caso proprio perché ci sono almeno tre anni di attesa prima di poter reclamare il primo pagamento. E tre anni sono un tempo lunghissimo, può succedere di tutto nel frattempo. A chi di certo non conviene che loro ricorrano a un tribunale e provochino così il default con tonfo assordante dell’Argentina è il Fondo monetario internazionale. Buenos Aires, proprio in virtù di quel gigantesco prestito fatto ai tempi del governo Macri, occupa da sola quasi la metà del credito a Paesi in difficoltà finanziaria concesso dal Fmi. Se non paga i detentori stranieri di bonus, tanto meno pagherà il Fondo. Ma, soprattutto, essendo stato proprio il Fondo a spalancare la borsa con Buenos Aires, se quest’ultima dovesse crollare sotto il peso di un default insostenibile il Fondo perderebbe la sua credibilità come organismo internazionale arbitro nelle partite di finanza globale.

Quindi non ha tutti i torti il sornione Fernandez quando sibila sotto i baffi: «Nessuno cade da solo». Il suo è un avvertimento. Forse poco elegante, ma non infondato.