America First

I suoi primi 100 giorni – Il Donald Trump presidente si sta già delineando diverso dal Trump candidato, anche se il tono delle politiche commerciali si conferma all’insegna del protezionismo, come dimostra la fine dei trattati Ttip e Tpp
/ 28.11.2016
di Lucio Caracciolo

L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca è anzitutto il più grande fallimento dei media mainstream nella storia contemporanea. In particolare del «New York Times» e del «Washington Post», trasformatisi in «Pravda» clintoniana, avulsi dalla realtà del loro stesso Paese. A conferma che l’establishment del Nord-Est, quello che nel Novecento ha guidato l’impero a stelle e strisce, è completamente fuori sesto. Non solo capisce poco il resto del mondo – questa non è novità – ma non ha nemmeno il polso dell’America.

L’effetto Trump è figlio anzitutto della crisi della globalizzazione, intesa come crescente interdipendenza economica e commerciale su scala mondiale. L’effetto di retroazione di questa rivoluzione socioeconomica è e sarà ancora la perdita di posti di lavoro nell’Occidente sviluppato, più specificamente negli Stati Uniti d’America. L’abbassamento dei salari, dunque del livello di vita dei ceti medio-bassi, ha provocato la rivolta dei lavoratori bianchi, storica base elettorale del Partito democratico. Questo, insieme a un senso di saturazione per l’impegno americano nel mondo, ha contribuito a produrre la sconfitta di Hillary Clinton e la vittoria del magnate newyorkese. Ma ora, che presidente sarà Trump?

Di sicuro non assomiglierà troppo al candidato Trump. Sia per l’inevitabile senso di responsabilità che la carica impone a chiunque, compresa una personalità così istrionica e imprevedibile come quella del futuro presidente. Sia per l’impatto con la realtà interna e internazionale, che ha poco a che vedere con il mondo dipinto dal candidato repubblicano in campagna elettorale. E soprattutto, infine, per i condizionamenti imposti al presidente americano dagli altri poteri e contropoteri americani: Congresso, Corte Suprema, agenzie e dipartimenti federali, singoli Stati dell’Unione.

Sotto il profilo geopolitico e geoeconomico, quali potranno dunque essere le linee guida degli Stati Uniti sotto Trump? Proviamo a delineare un catalogo in cinque punti.

Primo: il tono delle politiche commerciali sarà alquanto protezionistico. La fine annunciata dei progetti obamiani di aree di libero scambio transatlantica e transpacifica – Ttip e Tpp – e le velleità di revisione del Nafta (che saranno probabilmente annacquate dalla reazione di Messico e Canada) indicano la strada. «America First» significa meno esposizione sui mercati mondiali e più controllo – con eventuali barriere daziarie – sul proprio. Le conseguenze geopolitiche di questa doppia ritirata riguardano anzitutto l’Europa e l’Asia-Pacifico.

Secondo: per quanto concerne il nostro continente, Trump accentuerà la tendenza già da tempo visibile al disimpegno americano, originata dalla vittoria nella Guerra fredda ma anche dalla crescita di quelle componenti della società statunitense – asiatici e ispanici anzitutto – che non hanno particolari vincoli biografici e culturali con l’Europa. La Nato tenderà a diventare sempre più un insieme di accordi strategici bilaterali tra Washington e le singole capitali veterocontinentali. Questo significa lasciare più spazio all’influenza russa in Europa. D’altronde Trump non ha mai trascurato di sottolineare la sua simpatia per Putin e la sua volontà di trovare un compromesso con Mosca (ma dovrà affrontare l’opposizione del Congresso e del Pentagono).

Terzo: sul versante asiatico-pacifico, la fine prematura del Tpp significa maggiore influenza geopolitica ed economica della Cina. Giapponesi e sudcoreani, alleati storici degli Stati Uniti, si sentono più soli. Probabilmente alcuni paesi della regione tenderanno a costruire una propria rete di rapporti indipendente sia da Pechino che da Washington. Ma il peso di Washington nell’area che Obama aveva battezzato decisiva per il futuro del suo Paese – vedi il «pivot to Asia» peraltro mai decollato – sarà minore.

Quarto: in termini di sicurezza, la priorità di Trump è il terrorismo jihadista. La nuova amministrazione concentrerà le sue risorse di intelligence e militari per contrastare questo fenomeno ed evitare la ripetizione dell’11 Settembre, stavolta forse con armi di distruzione di massa. Tale indirizzo spiega anche la volontà del prossimo presidente di accedere a un’intesa con la Russia e con tutte le altre potenze disponibili, compresi i regimi autoritari in Medio Oriente e la stessa Cina, per combattere insieme il nemico comune. Tra le intenzioni e la realtà ci sarà probabilmente uno scalino piuttosto alto.

Quinto: lo strumento militare americano dovrà essere ammodernato e riprofilato per affrontare questa sfida e continuare a garantire il primato nel mondo, che si fonda sul controllo dei mari e dei cieli. Ma un’attenzione speciale verrà riservata alla guerra cibernetica, nuova e decisiva frontiera strategica.

Nelle prossime settimane Trump dovrà dedicarsi al completamento della squadra di governo. Non sarà affatto facile tenere insieme le diverse componenti che vi avranno spazio: destra tradizionale, neoconservatori impenitenti, ultranazionalisti, battitori liberi e imprevedibili. Il rischio è che l’avvitamento della già grave crisi di sfiducia nella politica, che attualmente investe la grande maggioranza dell’opinione pubblica (solo il 18% degli americani pensa che a Washington si faccia qualcosa di utile per il paese) sia la vera eredità che Trump lascerà al suo successore.