Afghanistan, un paradiso per terroristi

Mentre Biden continua a difendere il ritiro delle truppe, nel Paese si stanno radunando jihadisti d’ogni sorta. Tra loro legami strettissimi e obiettivi comuni. Intanto si delineano le mire strategiche di Pakistan e Cina
/ 06.09.2021
di Francesca Marino

I colpi di fucile sparati in aria e i fuochi d’artificio che salutavano la partenza definitiva degli americani da Kabul non saranno facilmente dimenticati. Così come il viso e le parole di Joe Biden, che continua a difendere l’indifendibile disfatta afgana. In compagnia dell’inviato speciale Zalmay Khalilzad, a cui si deve l’ignominiosa resa senza condizioni firmata coi talebani e che ancora insiste a difendere il suo operato. Pezzi dell’Amministrazione e della politica americana chiedono già che venga messo sotto inchiesta...
Mentre Biden si affanna a strillare che «il mondo pretenderà che i talebani rispettino le loro promesse» e Khalilzad continua a ripetere come un mantra la vecchia teoria di matrice pakistana dei talebani buoni contro i terroristi cattivi, in Afghanistan si sta radunando il fior fiore della jihad, la guerra santa contro gli infedeli. Responsabile della sicurezza nazionale nell’Afghanistan dei talebani è, anzitutto, quel Sirajuddin Haqqani su cui pende ancora, è bene ricordarlo, una taglia della Cia di svariati milioni. La rete Haqqani, con sede in Pakistan, è sulla lista dei gruppi terroristici delle Nazioni unite, e non è vero, come sostiene l’Amministrazione americana, che si tratta di «un’entità distinta» rispetto ai talebani. Sono esattamente la stessa cosa.

Così come non è vera la narrativa corrente secondo cui il cattivissimo Isis-K, responsabile degli attacchi all’aeroporto di Kabul, non ha nulla a che vedere con i talebani. L’Isis-K si è formato nel 2017 dalla scissione dell’Isis Levante, divisosi in due fazioni: una guidata da Ustad Moawya e un’altra capitanata da Aslam Farooqi. Gli uomini di Farooqi, a capo dell’Isis-K, erano principalmente pakistani e gestititi da remoto dall’Isi, i servizi segreti militari pakistani, che forniva supporto finanziario e logistico dando rifugio ai combattenti nelle aree tribali del Pakistan. Secondo il National department of security (Nds) dell’Afghanistan, Farooqi ha legami con la Lashkar e Taiba, con il Tehrik e Taliban Pakistan, con i talebani e con la rete Haqqani. Il fior fiore della jihad pakistana, insomma. E, sempre secondo l’Nds, l’Isis-K è passato dall’essere un gruppetto insignificante ad attore di primo piano sulla scena afgana soltanto con l’aiuto del Pakistan. Facendo in pratica, sotto un diverso marchio, tutti i lavori sporchi che i talebani, seduti al tavolo delle trattative, non potevano o non volevano rivendicare come propri. Come l’attacco all’aeroporto di Kabul, per esempio. Che conferma la teoria dei «nuovi» talebani amici dell’occidente che si oppongono ai «cattivi» combattenti dell’Isis.

L’attacco ha avuto l’effetto sperato, generare cioè un coro di avvocati del nuovo Governo di Kabul che sostengono la necessità di riconoscere il nuovo regime per «evitare che l’Afghanistan diventi ancora una volta un centro della jihad». Dimenticando che, sotto gli occhi di tutti, è già tornato ad esserlo. Mohammad Nabi Omari, un leader di Haqqani con stretti legami con Al Qaeda, che è stato detenuto a Guantanamo, è stato ufficialmente nominato dai talebani governatore di Khost. A Nangahar si è rifatto vivo, accolto da una folla in tripudio, Amin ul Haq: ex capo della sicurezza di Osama bin Laden ai bei tempi in cui si trovava a Tora Bora. A presidiare la base di Bagram abbandonata dagli americani è stato messo Maulawi Hafiz Mohibullah Muktaz, ex detenuto nella stessa Bagram, che ha testualmente dichiarato: «Speriamo che Bagram diventi un centro per la jihad di tutti i musulmani». Non solo. Secondo fonti locali «dal 17 al 19 agosto il leader della Jaish e Mohammed, Maulana Masood Azhar (anch’esso sulla lista dei terroristi delle Nazioni unite) era a Kandahar per incontrarsi con i leader talebani, incluso Baradar. Scopo degli incontri, il coordinamento delle operazioni congiunte tra i due gruppi. Azhar sostiene che, invece di concentrarsi su obiettivi politici, i combattenti dei due gruppi dovrebbero impegnarsi in operazioni centrate sull’India e sulla jihad nel Kashmir».

D’altra parte, è un segreto di Pulcinella il fatto che la Jim, gestita dall’Isi così come i talebani (responsabile della raccolta di informazioni e delle operazioni offensive all’estero), abbia sempre mantenuto legami strettissimi con questi ultimi e con la rete Haqqani. Fornendo reclute provenienti dal Pakistan e attentatori suicidi per le operazioni in Afghanistan. Nell’ultimo anno, inoltre, le due organizzazioni hanno gestito campi in comune di «addestramento alla pace», come li ha definiti il famoso analista Bill Roggio, sia in Afghanistan che in Pakistan. Dove intanto, sempre secondo testimoni oculari, si sono organizzate nelle scorse settimane delle vere e proprie «commissioni di benvenuto», in particolare nel Kashmir occupato da Islamabad, con tanto di processioni e feste, per gli ex-combattenti di gruppi terroristici vari che tornavano dalle prigioni afgane gentilmente aperte dai talebani.

E mentre Islamabad annunciava ancora prima di Kabul la formazione in tempi strettissimi del Governo dei talebani, circolava sui social media (quelli gestiti dalla «fabbrica dei troll» di Rawalpindi) questo tweet: «La prossima volta che ti senti inutile, ricorda: agli Usa ci sono voluti 4 presidenti, migliaia di vite, trilioni di dollari e 20 anni per rimpiazzare i talebani con i talebani». La verità è che la mossa americana, in perfetto stile Sansone e i Filistei, costerà carissima, per diversi motivi, a tutti noi. L’Afghanistan è ritornato a essere, e in futuro non può che peggiorare, un paradiso per terroristi. Governato da terroristi e diretto da remoto da un Paese sponsor di terroristi: il Pakistan. Il cui vecchio sogno di profondità strategica corrisponde perfettamente al progetto imperialista cinese della Belt and Road. La Cina, che non posside remore etiche o morali, è già pronta a riconoscere i talebani con cui si è accordata da tempo. Sempre secondo fonti locali, infatti, le case degli uiguri in Afghanistan sono già state mappate e perquisite dai talebani, così come sono sotto controllo ormai da un po’ di tempo gli uiguri residenti in Pakistan. E la pace, la pace dei talebani, la pace della Cina e del Pakistan, rischia di costare cara all’Occidente, molto più cara di qualunque guerra.