Dove e quando
Museo Mariano Fortuny Y Madrazo, San Marco 3958, Venezia. Aperto tutti i giorni tranne il martedì, ore 10.00-17.00. www.fortuny.visitmuve.it

Palazzo Fortuny, facciata su Campo San Beneto (Claudio Franzini)


Vita e dimora eccentriche di Fortuny

Case Museo/2 Palazzo Pesaro degli Orfei è anche un museo nel cuore di Venezia che vale ben una visita
/ 25.07.2022
di Gianluigi Bellei

Mariano Fortuny y Madrazo è un personaggio, a dir poco, eccentrico. Grande barba ben curata, turbante dai mille colori in testa, casacca a righe con cappuccio, occhi accesi, vividi, sopracciglia folte. D’altronde anche la sua Venezia lo era e lo è ancora. Barocca, sfarzosa, eccessiva, esorbitantemente ricca. Almeno una piccolissima parte di abitanti.

Ma chi è Mariano Fortuny? Difficilmente lo troverete citato in una storia dell’arte, nonostante abbia partecipato diverse volte alla Biennale di Venezia. Pittore, disegnatore, scenografo, incisore, scenotecnico, illuminotecnico, designer creatore di tessuti stampati e abiti di moda, nasce a Granada, ai piedi dell’Alhambra, l’11 maggio 1871 dal pittore spagnolo Mariano Fortuny y Marsal e Cecilia Madrazo y Garreta, figlia di Federico de Madrazo y Kuntz, pittore e direttore del Museo del Prado. Alla morte del padre nel 1874 Cecilia si trasferisce a Parigi dove risiede il fratello e compra casa in Avenue des Champs-Élysées.

Mariano frequenta lo studio di Benjamin Constant e Auguste Rodin. Si interessa alle innovazioni tecniche parigine, soprattutto all’illuminazione elettrica e al teatro. Giovanni Boldini, amico di famiglia, lo porta a vedere il nuovo teatro Eden e così si appassiona alla fisica, all’ottica, alla costruzione di modellini. Grazie al pittore Rogelio de Egusquiza, amico di Wagner, si innamora della Tetralogia.

Nel 1889 Cecilia si trasferisce a Venezia a Palazzo Martinengo sul Canal Grande. Dopo un viaggio con la famiglia a Bayreuth inizia un ciclo di pitture e incisioni dedicate ai temi wagneriani. Palazzo Martinengo è il felice luogo d’incontro di molte personalità dell’epoca, fra le quali Gabriele D’Annunzio che diventerà il faro della sua produzione artistica. Nel 1899 espone alla III Biennale di Venezia e al Salon della Société Nationale des Beaux-Arts di Parigi. Tra il 1899 e il 1906 prende un nuovo studio all’ultimo piano di Palazzo Pesaro degli Orfei che diverrà in seguito laboratorio e residenza definitiva.

Nel 1900 deposita a Venezia il brevetto «Sistema di illuminazione scenica con luce indiretta» e nel 1909 all’Office National de la Propriété Industrielle di Parigi quello per la stoffa plissettata in seta. Tra il 1903 e il 1906 ristruttura a Parigi il teatro privato di Martine de Béhague contessa di Béarn che gli dà l’incarico di allestire prima il Manfred di Schumann e poi una scena della Walchiria di Wagner. Dato che il teatro di rue Saint-Dominique è troppo piccolo, decide di costruirne un altro. Mariano applica i suoi concetti innovativi e soprattutto, per la prima volta nella storia, appronta una cabina di regia per il manovratore delle luci. L’inaugurazione è un autentico trionfo.

Per quel che riguarda la produzione tessile, il 24 novembre 1907 presenta alla Hohenzollern Kunstgewerbehaus di Berlino lo scialle Knossos. Il successo è scontato: attrici come la Duse, Sarah Bernhardt e Isadora Duncan o la marchesa Casati indossano i suoi abiti. Marcel Proust ne La prisionnière scrive che Elstir aveva parlato della duchessa di Guermantes come della donna di Parigi che si vestiva meglio e «tra tutte le vesti o vestaglie della signora di Guermantes, quelle che mi sembravano più rispondenti a un’intenzione determinata, e dotate di uno speciale significato, erano quelle fatte da Fortuny su antichi disegni veneziani».

Durante la Prima guerra mondiale la produzione di stoffe subisce un calo per poi riprendere dal 1919 alla Giudecca grazie alla società creata assieme a Giancarlo Stucky. Nel 1924 a Parigi sposa Henriette Nigrin, presentata alla famiglia nel 1902, sua collaboratrice e musa. Dopo innumerevoli successi a seguito delle devastanti vicende spagnole e l’inizio della Seconda guerra mondiale si chiude sempre più all’interno del suo palazzo per dipingere e scrivere le memorie. Muore il 2 maggio 1949.

Il palazzo Pesaro degli Orfei venne costruito tra il 1460 e il 1480 su commissione del comandante in capo della marina veneziana Benedetto Pesaro in stile tardo gotico veneziano. Dopo vari passaggi di proprietà, fra i quali nel 1786 l’Accademia degli Orfei, Fortuny entra in una casa oramai degradata e ne inizia i lavori di recupero. Diviene una fabbrica, un atelier di pittura al primo piano e una biblioteca al secondo. Ma soprattutto è lo specchio della sua esistenza: eccentrica, stravagante, pittoresca, ridondante, zeppa di oggetti variegati e multiformi. Fino a qualche anno fa le sale erano particolarmente buie e affannose, anche per via delle mostre temporanee che ospitava e che rendevano la fruizione complicata. Dopo l’acqua alta del 2019 con i suoi danni al piano terra e la relativa chiusura del palazzo, nel 2020 sono iniziati i lavori di ristrutturazione protrattisi a lungo per via della pandemia. Finalmente l’8 marzo 2022 viene riaperta al pubblico.

Il piano terreno è dedicato alle mostre temporanee. In quello nobile è stata riaperta la magnifica ottafora, precedentemente oscurata, che ora fa entrare più luce in tutto il salone. Verso campo San Beneto troviamo le copie da Goya, il ritratto della sorella e copie da Tiziano. Al centro l’apparato funebre del quattordicesimo duca di Lerma, Fernando María Fernandez de Córdoba y Pérez de Barradas ucciso durante la guerra civile spagnola del 1936. Di fronte ci sono numerosi paesaggi e dipinti del padre Marsal. Verso rio Michiel, nel salotto, divani ricoperti dai tessuti Fortuny, ritratti di Henriette. Infine una serie di opere, provenienti dalle raccolte civiche, che inquadrano le amicizie di Mariano da Wildt a De Maria. Nelle quattro sale laterali, ora senza i posticci pannelli separativi, gli studi degli antichi, il ricostruito atelier con calchi, sculture, bozzetti, nudi, cavalletti, colori. Infine nel giardino d’inverno tutta la sua pittura tarda con il debito al Barocco veneziano e i dipinti ispirati alle leggende wagneriane.