Dove e quando
Vincenzo Vela (1820-1891). Poesia del reale. Museo Vincenzo Vela, Ligornetto. Fino al 5 dicembre 2021. Per i giorni e gli orari di apertura consultare il sito www.museo-vela.ch

Vincenzo Vela, L'angelo della Risurrezione. Monumento funerario a Giuseppe Bertea nel Cimitero di Pinerolo, 1869, gesso, modello originale, Ligornetto, Museo Vincenzo Vela (Museo Vincenzo Vela, Foto Andy Vattilana e Mauro Zeni)

Poesie per Vela

Nel 2020 è stata pubblicata l’antologia Poeti per Vincenzo Vela, che raccoglie testi in versi e in prosa dedicati all’artista scritti da 32 autori della Svizzera italiana.
Il Museo Vela ha realizzato, in collaborazione con la RSI, un progetto di video-letture in cui i brani contenuti nel volume vengono declamati da Margherita Coldesina, Anahì Traversi, Daniele Bernardi, Marko Miladinovic e Massimiliano Zampetti, ripresi dal videomaker Giona Pellegrini. I reading sono stati raccolti in quattro episodi visibili ai seguenti link:
■ Facebook: https://www.facebook.com/museovincenzovela 
■ Youtube: https://www.youtube.com/user/MuseoVincenzoVela


Vincenzo Vela: verità e sentimento

A Ligornetto si celebra il bicentenario della nascita dello scultore
/ 29.03.2021
di Alessia Brughera

Pochi artisti sono stati uomini profondamente calati nel proprio tempo come Vincenzo Vela. Durante tutta la sua esistenza lo scultore ticinese si è sempre collocato dalla parte della libertà e della giustizia sociale, intervenendo attivamente nel contesto culturale e politico della sua epoca. L’immagine di artista-patriota pronto ad abbandonare senza esitazione la tranquillità dell’atelier per combattere in prima persona sul campo, in difesa dei più nobili ideali delle sue due terre, la Svizzera e l’Italia, ha senza dubbio contribuito a conferirgli grande notorietà. D’altro canto va detto che, proprio a causa di questo incondizionato impegno sul fronte civile, Vela, la cui mitizzazione è iniziata quando era ancora in vita ed è proseguita poi, ampliandosi, dopo la sua morte, ha sofferto non poco di critiche negative, che hanno a volte messo in secondo piano la carica innovativa della sua opera scultorea.

Con un approccio tanto disinvolto quanto rigoroso, fondato prima di tutto su un’eccezionale abilità artistica e mosso da una tenace volontà di autonomia rispetto alla tradizione, Vela si è fatto portavoce di un linguaggio d’impronta marcatamente realista capace però anche di esprimere la componente lirica e intima della rappresentazione. Ai suoi allievi dell’Accademia Albertina di Belle Arti a Torino, dove nel 1856 gli viene assegnata la cattedra di scultura, così si rivolgeva: «Guai all’artista che considera l’arte soltanto come un mezzo di lucro, e l’abbassa al livello di una semplice manualità! Guai se la fa annighittire nei facili trovamenti di una maniera convenzionale!».

Con questa salda persuasione, lo scultore ticinese, nato da una famiglia di umili condizioni costretta ad avviare molto presto tutti i figli a guadagnarsi da vivere, arriva a essere un artista acclamato a livello internazionale, tanto ricercato dall’élite aristocratica e borghese da dover allestire ben tre atelier e circondarsi di numerosi collaboratori. Arriva a partecipare ai più esclusivi circoli culturali, come quello milanese raccolto intorno ad Alessandro Manzoni, a frequentare gli uomini più potenti dell’epoca, come Massimo d’Azeglio e Cavour, e a condurre un’intensa vita sociale, seppur sempre funzionale all’attività professionale, tra battute di caccia ed eventi mondani organizzati dal re Vittorio Emanuele II.

Dalla sua Ligornetto di poveri contadini Vela si allontana giovanissimo. A proiettarlo subito ben oltre la dimensione della terra d’origine è il suo sorprendente talento. Dopo aver appreso i rudimenti del mestiere nelle botteghe dei lapidici di Besazio e di Viggiù, a soli quattordici anni viene invitato a Milano dal fratello Lorenzo, già brillante scultore, tra i primi a comprenderne l’innata predisposizione alla lavorazione della pietra.

Da qui la carriera di Vela è tutta in ascesa. Opera nel cantiere della Fabbrica del Duomo, studia all’Accademia di Brera e frequenta l’atelier del carrarese Benedetto Cacciatori. I riconoscimenti si fanno via via sempre più importanti e così le commissioni, provenienti soprattutto dalle nuove leve dell’aristocrazia e della borghesia imprenditoriale e intellettuale italiana, legata ai valori del Risorgimento.

Le convinzioni progressiste e democratiche di Vela trovano sfogo nella partecipazione alla guerra del Sonderbund, all’insurrezione di Como e alla Prima guerra d’indipendenza e non mancano, ovviamente, di segnare con forza anche la sua produzione artistica. Valga per tutti il celeberrimo Spartaco presentato all’Esposizione di Brera nel 1851, l’anno prima dell’espulsione dell’artista dal Lombardo Veneto e del suo approdo a Torino, città in cui vivrà per quindici anni lavorando in un clima favorevole ai suoi ideali liberali e in cui darà anche una svolta alla sua vita privata sposando Sabina Dragoni, conosciuta giovanissima nello studio di Cacciatori dove posava come modella.

Alla sua Ligornetto Vela ritorna nel 1867, all’apice del successo, trasferendosi nella monumentale dimora eretta pochi anni prima. Divenuto ormai un vero e proprio artista «alla moda», sommerso di incarichi e insignito di onorificenze, continua ancora per quasi venticinque anni la sua febbrile attività di scultore.

Trascorsi due secoli dalla nascita del maestro ticinese, nel 2020 il Museo Vela di Ligornetto ha inaugurato una mostra celebrativa, visitabile per tutto l’anno corrente, concepita come un ampliamento della ricca collezione permanente di opere dell’artista esposta al piano terra. La rassegna si concentra soprattutto sul metodo di lavoro duttile e rivoluzionario dello scultore, da sempre volto a una rappresentazione del reale intrisa di sentimento, e sulla sua immagine di uomo pienamente coinvolto nella temperie culturale e politica del proprio tempo.

Nell’indagare questo duplice aspetto, il percorso espositivo si avvale di sculture, disegni, stampe e fotografie, più di trecentocinquanta in totale, dispiegandosi in una dozzina di sezioni che si focalizzano ora su alcuni dei momenti salienti della carriera di Vela (come gli esordi o il periodo di insegnamento all’Accademia Albertina di Torino), ora su tematiche a lui care e in certi casi un po’ meno note al pubblico (come la ritrattistica d’infanzia), ora su alcuni dei suoi lavori e progetti più significativi. È il caso ad esempio del Monumento a Carlo II di Brunswick, mai realizzato a causa di divergenze con i committenti ma importante per comprendere il modus operandi dell’artista.

Tra le opere radunate per l’occasione spiccano gli studi di nudo collocati nella sala che rievoca l’atelier di Vela, disegni che testimoniano l’abilità dell’artista anche con la matita (non a caso i critici dicevano di lui che disegnava come un pittore e non come uno scultore) e che spiegano quello stile «pittoricista» della sua produzione plastica che tanto lo ha distinto dai colleghi.

Interessante è poi la nutrita sezione sulla fotografia, che per Vela, tra i primi scultori ad averne compreso il grande valore, diventa non soltanto un insostituibile supporto al suo mestiere ma anche un appassionante oggetto da collezione, come documentano alcuni scatti esposti in mostra provenienti dalla raccolta dell’artista, la più antica del Canton Ticino.

Se la rassegna ha il merito di approfondire la storia professionale di Vela, offrendo numerosi spunti di riflessione, quello che invece manca e che sarebbe stato stimolante far emergere proprio in occasione del bicentenario è la sua vicenda privata. Lo scultore ticinese ha avuto una vita molto intensa, dedicata soprattutto, è vero, alla sua attività di artista militante. Ci sarebbe piaciuto però scoprire anche qualcosa sull’aspetto più intimo di Vela, quello degli affetti familiari o delle amicizie, e magari sulla sua animata vita sociale, quella delle frequentazioni dei circoli intellettuali e delle feste di corte più esclusive, dove lui, geniale artista proveniente da un’umile famiglia di Ligornetto, si sentiva perfettamente a proprio agio.