Dove e quando
Verrocchio, il maestro di Leonardo, Palazzo Strozzi e Museo del Bargello, Firenze, Fino al 14 luglio 2019. Orari: tutti i giorni (inclusi i festivi) 10.00-20.00; gio 10.00-23.00. www.palazzostrozzi.org

Andrea del Verrocchio (Firenze, ca. 1435–Venezia, 1488), Madonna col Bambino, 1470 o 1475 ca. (Berlino, Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie ©Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie / Christoph Schmidt Firenze)

Leonardo da Vinci (Vinci, 1452 - Amboise, 1519) Teste e figure a mezzo busto, viste di profilo. Madonna che allatta il Bambino contro un paesaggio, con san Giovannino. Figura maschile stante. Teste di leone. Un drago (recto). Teste e figure a mezzo busto, una delle quali tagliata a tre quarti (verso) 1478 circa. (Castello di Windsor, Royal Library, The Royal Collection Trust, inv. RCIN 912276 (concesso in prestito da Sua Maestà la Regina Elisabetta II). Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II 2019)


Verrocchio il Maestro

Una doppia esposizione fiorentina presenta il grande artista e la sua influenza
/ 25.03.2019
di Blanche Greco

È un evento epocale per la storia dell’arte, un’occasione unica e irripetibile la mostra Verrocchio il Maestro di Leonardo, inaugurata recentemente nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze, con una preziosa appendice al Museo del Bargello, aperta sino al 14 luglio. Dedicata al genio di Andrea di Michele di Francesco di Cione, detto il Verrocchio (1435-1488), orafo, scultore, studioso della natura, architetto, pittore negli anni di Lorenzo il Magnifico, la mostra, centoventi opere tra prestiti prestigiosi e capolavori in alcuni casi mai esposti in pubblico, è anche il meraviglioso affresco di un’epoca.

Allievo di Donatello, e poi a sua volta maestro di Perugino, di Leonardo, di Ghirlandaio, di Bartolomeo della Gatta, di Lorenzo di Credi e molti altri, questo artista, appassionato sperimentatore, riunisce nella sua bottega, quasi un’accademia, tanti giovani talenti che saranno famosi: «Verrocchio ha plasmato l’arte di Firenze all’epoca dei Medici, ha fatto dialogare le arti e imposto un gusto, e, senza di lui Leonardo non sarebbe stato il genio che conosciamo, ma profondamente diverso», ci ha raccontato Francesco Caglioti, curatore della mostra con Andrea De Marchi, tra i massimi studiosi del Quattrocento italiano, «È da Verrocchio infatti che Leonardo ha preso la vocazione universale, quella voglia di sapere, di occuparsi di tutto, come ad esempio cercare di capire la natura: come sono fatti i corpi e i fenomeni naturali, per poterli meglio riprodurre in pittura e scultura».

Eppure sino ad oggi Verrocchio non era mai stato celebrato in una mostra. Colpa forse dei suoi capolavori più famosi: sculture monumentali, gigantesche figure in bronzo, bassorilievi in argento di squisita fattura, opere importanti, ma impossibili da spostare, alcune delle quali si possono ammirare a Firenze nella Basilica di San Lorenzo, o al Battistero; e poi forse per quella fama di ossessivo tecnicismo tramandata da Vasari che pure lo ammirava, e che ha appannato gli occhi degli studiosi, la ricerca della perfezione che fa trasparire nei suoi ritratti, nelle sculture e nei suoi dipinti, emozioni e sentimenti, sino ai più ineffabili stati dell’animo umano.

Tre giovani gentildonne fiorentine ci accolgono all’inizio della Mostra nei saloni di Palazzo Strozzi, i visi levigati nel marmo hanno i tratti morbidi e l’espressione intensa: la prima, è un’opera magnifica di Desiderio da Settignano, anch’egli allievo famoso di Donatello; le altre due sono di Verrocchio che, alla sapienza e alla dolcezza della scultura di Desiderio, aggiunge il movimento. Ecco la giocosa inclinazione della testa della seconda gentildonna, intenta a scrutare il visitatore con lo sguardo in tralice altero e curioso. E poi la terza, conosciuta come La dama dal mazzolino che ci incanta e ci emoziona, infatti non è un semplice busto-ritratto come le altre due, perché Verrocchio, innovando, scolpisce qui anche le braccia e le mani, e così facendo suggerisce una storia. La narrazione inizia con il bel viso della dama, profondamente assorto, e continua nel gesto grazioso delle sue mani affusolate che stringono delicatamente al petto un mazzolino di fiori avvolto con cura in una sciarpa leggera a testimonianza forse di un sentimento, o di un incontro, o di una promessa d’amore.

Il David vittorioso di Verrocchio, il suo Spiritello, o Putto col Delfino, le sue Madonne con Bambino sino agli angeli della Madonna di Volterra, suo ultimo capolavoro pittorico, sembrano personaggi immortalati sull’onda dell’azione, con un abbozzo di sorpresa e di sorriso sulle labbra; con un’eco di letizia e di garbata tenerezza nei gesti e negli occhi. Più che i merletti, le delicate trasparenze, le arricciature delle stoffe, i panneggi studiati e riprodotti con meticolosa attenzione, come dimostrano gli studi e i disegni arrivati dal Louvre, dal British Museum e dal Castello di Windsor eseguiti da Verrocchio e da Leonardo, è l’attimo vitale che Verrocchio predilige e che mette in scena con maestria, aspetto sul quale anche il suo giovane allievo si esercita dimostrando già grande talento.

È il caso della Madonna col Bambino, proveniente dal Victoria&Albert Museum, piccola statua dove l’allegria e lo sguardo di affettuosa intesa che passa tra madre e figlio contagia lo spettatore. Questa terracotta, che viene qui definitivamente riconosciuta come opera giovanile di Leonardo da Vinci, è una delle molte sorprese della mostra, frutto di quattro anni di lavoro e di lunghi studi, che riesce anche a presentare le opere di Verrocchio copiate e interpretate dai suoi allievi e coevi: un tripudio di Madonne uscite dal pennello di Perugino, di Ghirlandaio, di Francesco di Simone Ferrucci, di Filippo Lippi, Sandro Botticelli.

La Mostra si conclude al Museo del Bargello per ammirare: L’incredulità di San Tommaso, scultura che segna l’apice dell’arte di Verrocchio, come ci ha fatto notare Francesco Caglioti: «Per capire appieno la spettacolarità di quest’opera bisogna lavorare d’immaginazione e pensare alla bella, grande nicchia di marmo preparata da Donatello su uno dei lati esterni della Chiesa di Orsanmichele, dove nel 1483, su commessa dell’Università della Mercanzia, Verrocchio deve collocare il loro santo protettore, San Tommaso, ma fa di più, assieme a lui raffigura anche il Cristo, e racconta la parabola che li lega.

Come in una scena teatrale San Tommaso è immortalato ancora nello slancio irruento con cui è andato accanto al Cristo risorto, mezzo piede ancora nel vuoto, quasi fosse saltato nella nicchia con la mano destra già protesa verso la piaga del costato e l’indice che quasi lo tocca», Francesco Caglioti sorride e conclude «Oggi siamo abituati agli effetti speciali del cinema, alla fotografia, ma per i fiorentini, i visitatori italiani ed europei del 1483, questa azione che si svolge davanti ai loro occhi in modo quasi miracoloso, deve essere stata un’emozione incredibile».

Le due grandi statue di bronzo di Verrocchio sono rimaste nella nicchia di Orsanmichele fino al 1988, per più di cinquecento anni. Dopo il 14 luglio la mostra sarà allestita, in forma ridotta, alla National Gallery di Washington.