Urge una riflessione

Giorno della Memoria: il controverso filosofo tedesco Martin Heidegger, autore dei Quaderni neri, compare anche nei ricordi della filosofa svizzera Jeanne Hersch
/ 23.01.2017
di Daniele Bernardi

Tra le pagine di Eclairer l’obscur – Entretiens avec Gabrielle ed Alfred Dufour (L’Age d’Homme, 1986) Jeanne Hersch riporta un ricordo preciso, risalente all’epoca del suo viaggio in Germania nel 1933. La filosofa, allora poco più che ventenne, dopo un soggiorno di alcuni mesi in famiglia, si era voluta recare da Ginevra a Friburgo in Brisgovia per seguire i corsi di Martin Heidegger (Messkirch, 1889 – Friburgo, 1976); era l’anno della nomina di Hitler a Cancelliere e, da poco, l’autore dell’imprescindibile Essere e tempo aveva ottenuto la carica di Rettore a cui, di lì a dieci mesi, avrebbe rinunciato.

Ebrea di origini polacche, già allieva di Karl Jasper a Heidelberg, Jeanne Hersch era partita contro il volere dei genitori che, in ogni modo, l’avevano esortata a desistere. Durante il soggiorno, si sarebbe presto resa conto, «in modo viscerale, come si instaura un regime totalitario»: «le ideologie», avrebbe dichiarato, «sono diffuse fisicamente in una specie di atmosfera che si respira da mattino a sera, letteralmente, ti avvelena l’anima a ogni fiato».

Un giorno, racconta, i Rettori ricevettero l’ordine di celebrare una cerimonia pubblica in memoria di Albert Leo Schlageter, un «eroe nazista» divenuto martire della causa. Heidegger, come da programma, onorò l’anniversario alle undici del mattino, mentre la Hersch, intrappolata nella folla degli studenti, lo osservava allibita dalla gradinata: «Fu una piccola cerimonia, di circa un quarto d’ora. Il braccio destro alzato per il saluto hitleriano, la folla cantava la prima strofa di Horst Wessel-Lied (col verso “annegare le strade nel sangue giudeo”, etc.); poi Heidegger pronunciò un discorso, dopo che venne cantata l’ultima strofa, e fu tutto».

Fu allora che la giovane, immobile in fondo alla massa, di fronte a quell’uomo che, giustamente, guardava come «un grande filosofo, che sapeva essere profondo e rigoroso», capì cosa comportasse «essere sola contro l’umanità». Alla fine rimase sul posto, gelata, incapace di andarsene – quasi che un esercito in marcia l’avesse calpestata coi suoi passi. Molti anni dopo, nel 1988, affrontando il «caso» attraverso l’articolo Les enjeux du débat autour de Heidegger, avrebbe dato una sua interpretazione delle problematiche scaturite dal rapporto tra la filosofia di Heidegger e il nazionalsocialismo. Nel testo, la Hersch mette in luce ciò che a suo avviso, in tale pensiero, «non cessa di dissimularsi, di tradire la filosofia, di sostituire seduzione e potenza alla verità»: la conclusione non potrebbe essere più lapidaria: «Non è un filosofo vero», scrive.

Oggi, come certo molti sapranno, a distanza di un trentennio dall’uscita di Heidegger e il nazismo di Victor Farias (uno studio biografico, sovente attaccato e screditato, che fece riesplodere la polemica), il dibattito attorno alla filosofia di Martin Heidegger è stato investito da una nuova luce, gettata dalla comparsa degli Schwarze Hefte, i Quaderni neri (Bompiani, 2015-2016). Si tratta di una cospicua serie di meditazioni, risalenti al 1930-1970, di cui il filosofo aveva predisposto la pubblicazione al termine delle opere complete; si può quindi dire con certezza che non si è di fronte a una produzione marginale, ma a una parte imprescindibile del suo percorso.

In più passi dei Quaderni neri, Heidegger rivela una componente antisemita del proprio pensiero e, addirittura, pare in qualche modo travisare, o non percepire con la necessaria chiarezza, la smisurata tragedia dei campi di sterminio attraverso accostamenti, inversioni e paragoni inadeguati. Un esempio evidente lo si trova in un passo del volume 97 della Gesamtausgabe, dove, replicando ai volantini degli alleati, sui cui figuravano gli scenari spettrali dei lager, Heidegger volge lo sguardo alla mancata realizzazione del destino tedesco: «non sarebbe l’averci repressi nel nostro volere il mondo (...) una “colpa” ancor più essenziale e una “colpa collettiva”, la cui gravità in nessun modo – e nella sua essenza mai – può essere misurata all’orrore delle “camere a gas”, una colpa, più terribile di tutti i “crimini” pubblicamente “stigmatizzabili”, della quale nessuno, certo, potrà mai scusarsi nel futuro?» (come è stato fatto notare, si presti attenzione all’uso delle virgolette).

Altra grave questione è il ruolo di cui viene investito l’ebreo, o, meglio, «l’ebreo figurale», come sottolinea Donatella Di Cesare in Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri, 2014), all’interno della Storia dell’Essere. A causa della perenne condizione di «sradicamento», della sua propensione al «calcolo» e alla «macchinazione», l’identità ebraica si sarebbe fatta complice di una «tecnica» che, mentre accelera, «si autodivora» corrompendo lo spirito dell’Occidente. Ciò detto, per Heidegger, continua sempre la Di Cesare, la Shoah risulterebbe essere la diretta conseguenza di questa logica (il filosofo parla proprio di Selbstvernichtung: autoannientamento): «Agenti della modernità, complici della metafisica, gli ebrei seguono il destino della tecnica (...): gli usurai si usurano, i consumatori si consumano, i distruttori finiscono per distruggere se stessi. Se gli ebrei sono stati annientati nei lager, è per via (...) di quel dispositivo, di quell’ingranaggio che, complottando per il dominio del mondo, hanno ovunque promosso e favorito».

Ora, proprio quando, in Germania, dopo lunghe diatribe un’edizione commentata del Mein Kampf torna nelle librerie, è bene forse non prendere parte alle sterili polemiche che vogliono, da una parte, mettere al bando il filosofo e, dall’altra, assolverlo con formulette la cui banalità appare poco degna della complessità che la filosofia esige. La pubblicazione dei Quaderni neri è un evento che primariamente permette di rivedere, in modo drastico, l’idea di un silenzio di Heidegger dopo Auschwitz (con tutto ciò che questo comporta) e che offre, in secondo luogo, una nuova, urgente possibilità di riflessione attorno al peso di un pensiero centrale nella Storia del ’900.