Dove e quando
Marco D’Anna. One Belt One Road. Lugano, Spazio Choisi 02. (Via F. Pelli 13. Fino all’11 settembre 2020. www.choisi.info

Per colore e forma si prestano a numerose combinazioni
(© D’Anna)


Un container per riflettere

Nel suo lavoro più recente il fotografo ticinese Marco D’Anna si è occupato di un elemento che è simbolo di mobilità e commercio in un mondo globalizzato e sempre più veloce
/ 29.06.2020
di Gian Franco Ragno

Attivo sin dagli anni Ottanta possiamo considerare Marco D’Anna una sorta di fotografo ufficiale del Cantone, avendo per quarant’anni testimoniato ricorrenze, cambiamenti ed eventi della regione, come ad esempio, riproposti l’anno scorso alla Galleria Buchmann, i primi decenni dell’Estival Jazz di Lugano. Un lungo arco di tempo in cui la professione, detto per inciso, ha subito un profondo cambiamento. Se prima si seguiva un apprendistato e si spendevano ore in camera oscura, oggi il fotografo è un operatore digitale, accomunabile e gravitante nella galassia della comunicazione visiva.

È nella seconda metà della sua carriera, dagli anni 2000, che il fotografo ticinese ha iniziato a collaborare con altri artisti come Pierre Casé (Il ritorno della memoria del 2004) e, soprattutto, con una figura storica della fotografia svizzera come René Burri (Project Corrida del 2011). I suoi progetti hanno guadagnato spazio e visibilità anche presso la Galleria Buchmann di Lugano e Agra (ricordiamo la partecipazione alla collettiva Flowers for You e la personale Oltre del 2016). È stato presente inoltre a Ticino in Luce (2015), che può essere considerata la più recente collettiva della più importante fotografia ticinese contemporanea – in quell’occasione, messa a confronto con la fotografia dell’Ottocento e primo Novecento.

Nel progetto attuale, presso il nuovo spazio delle edizioni Artphilein a Lugano, D’Anna prende in esame uno snodo della nuova arteria di commerci tra Europa e Cina – nel caso specifico nella provincia toscana, ma potrebbe trattarsi di molti altri luoghi del continente. Una di quelle terre di nessuno in cui prende forma quella che viene chiamata la nuova via della seta, conosciuta anche con l’acronimo OBOR («One Belt, One Road», che dà il titolo al libretto d’artista) – a sottolineare l’assoluta predominanza e la continua espansione della Cina nell’economia mondiale.

Vero protagonista del progetto è un elemento, ossia il container, il modulo metallico di lunghezza standard, diventato la vera misura del mondo contemporaneo per la sua trasportabilità combinata via mare e via terra, e che costituisce il metro e simbolo esatto della globalizzazione delle merci. E che possiede anche un’altra caratteristica: l’essere un’unità di colore uniforme, che suggerisce combinazioni sempre diverse fra moduli di compagnie diverse e di diversi colori. Nelle immagini del fotografo ticinese ne vediamo decine, sovrapposti in ipotetici palazzi colorati, oppure in piramidi, in configurazioni che danno vita a vie e spazi anonimi, seppur multicolori. E l’impressione è proprio quella di addentrarsi in una città di metallo, considerate le dimensioni dell’istallazione, tuttavia completamente disabitata.

L’impianto del libro e delle singole immagini si basa su un grande disegno astratto e combinatorio. Ciò non riguarda la singola fotografia, ma bensì coinvolge più immagini tra di loro, che si legano l’un all’altra in serie e sequenze con precisi punti di contatto e continuità, come in un sorta di domino. L’idea è ripresa nel piccolo volume, con la copertina che si apre come un leporello, a fisarmonica, ed anche in due piccoli trittici in esposizione.

Tutto il mondo degli hub è visto dall’autore con un misto di fascinazione e con una sorta di rinnovato stupore infantile – mentre altre considerazioni sul significato economico, politico, sociale e anche etico di questo gigantesco movimento di merci spettano allo spettatore, in base al suo interesse e alle sue conoscenze sull’argomento. In questa operazione, la fotografia prende solo atto di un movimento continuo e globale intorno a noi.

Mi pare interessante notare come il progetto si ricolleghi ad un altro libro fotografico, apparso tra il 2016 e il 2017, di Gianpaolo Minelli (Variazioni su un tema) per l’azienda Hupac. In quel caso la ripresa era più stretta nel dettaglio, più interessata a diversi elementi meccanici e non solo al modulo container. In entrambi i volumi è possibile rintracciare una comune preoccupazione per ciò che accade a livello globale, e che interessa, innerva e percorre anche nostro cantone.

Con questa ultima produzione – a cura di Caterina De Pietri e in collaborazione con la Galleria Buchmann – le edizioni Artphilein di Lugano ribadiscono il ruolo pionieristico assunto, ovvero di promozione di fotografi, giovani e meno, gravitanti nell’area ticinese attraverso il libro fotografico d’autore. Alcuni di essi sono ticinesi di origine o di adozione – come Giuseppe Chietera, Domenico Scarano e Tonachiut Ambrosetti – altri, invece, provengono dall’Italia, come Fabio Tasca e Matteo Di Giovanni.

Un dato accomuna le proposte dell’editore: si cerca di toccare soggetti di ampio respiro, legandosi a tematiche e linguaggi traducibili su scala internazionale. Per quanto riguarda il compito affidato agli autori, si offre loro la possibilità – e la sfida – di ripensare al proprio lavoro misurandosi con un’altra forma di espressione (il libro) e con altro pubblico (potenzialmente globale). Ciò è ribadito anche dalla presenza assai curata in rete e dalla promozione nelle più importanti fiere del libro fotografico, che si tengono ormai in tutto il mondo.