Alessandro Michele insieme al regista statunitense Gus Van Sant (Page Powell)


Strizzando l’occhio all’arte

Moda e arte, un binomio elettrizzante che rompe le regole
/ 01.03.2021
di Muriel Del Don

Cosa rappresenta la moda per noi umili consumatori? Cosa si nasconde dietro la scelta di indossare un determinato abito o di seguire una determinata tendenza? Gotici, hippie, punk o normcore, tutti ci siamo confrontati almeno una volta nella nostra vita con la scelta di appartenere a un gruppo che si definisce e si esprime pubblicamente (anche) attraverso i vestiti. Che si tratti di gusti musicali, di una visione specifica del mondo (l’eco-fashion oppure la moda gender-fluid che vuole confrontare la società con le questioni di genere) o di rivendicazioni legate a uno statuto sociale (pensiamo per esempio alla streetwear o alle borse iper griffate) i vestiti parlano di noi, di chi siamo o per lo meno di chi vorremmo essere. 

In quanto trigger di rivoluzioni estetiche a volte davvero sconvolgenti, l’arte diventa allora per molti stilisti l’alleata perfetta nella creazione di nuove tendenze. In un moto quasi speculare, gli artisti mettono in scena le sfilate e partecipano alle campagne pubblicitarie dei più influenti brand mentre i musei e le gallerie d’arte espongono le opere dei creatori di moda. La confusione e l’ambiguità regnano sovrane come a volerci ricordare che i vestiti non servono solo a coprire (o scoprire) i nostri corpi, ma anche e soprattutto a forgiare un’immagine, a creare un’identità che spesso rimane volutamente sfuggente e malleabile. Negli ultimi vent’anni il rapporto tra arte e moda si è rafforzato, sfociando in vere e proprie collaborazioni che stravolgono le regole dell’industria del lusso, ma anche del mondo dell’arte, basti pensare al personaggio di Tom Ford, stilista, ma anche regista (Animali notturni) e sceneggiatore.

In questo nuovo mondo spuntano nuove divinità da adorare: i curatori o i direttori artistici delle case di moda. La genialità di questi nuovi guru non risiede tanto nella capacità di creare qualcosa di nuovo, ma piuttosto nel saper mescolare i generi, nel mettere in scena delle idee, dei concetti, delle linee estetiche preesistenti, riappropriandosi della loro essenza, e questo senza complessi o finti intellettualismi. L’idea stessa di appropriazione artistica da parte del mondo della moda, di condivisione di un estetismo che da individuale diventa collettivo, è particolarmente presente nell’universo creativo della super star Alessandro Michele, dal 2015 direttore artistico di Gucci. Barbuto, androgino e manierista, il messia della maison fiorentina è riuscito a creare un universo che seduce tanto i giovani quanto i più attempati grazie a referenze estetiche che vanno dai pittori del Trecento a Luchino Visconti e Wes Anderson, passando per Caravaggio e Van Eyck.

Alessandro Michele fagocita e restituisce con rinnovata creatività una moltitudine d’influenze che lo nutrono e caratterizzano in quanto persona ma anche (e soprattutto) in quanto personaggio. L’inatteso, il bizzarro, il queer e il kitsch diventano, grazie al suo sguardo inclusivo, paradigmi di una nuova bellezza. Emblematiche in questo senso la collaborazione con Ellie Goldstein, modella affetta da Trisomia 21, scelta per promuovere il mascara della linea Gucci beauty, l’abolizione del binarismo delle sfilate uomo/donna che diventano gender fluid o ancora, più recentemente, la scelta di Silvia Calderoni, brillante attrice e performer dalle parvenze androgine, come filo conduttore della serie di cortometraggi creati in collaborazione con Gus Van Sant, intitolata Ouverture Of Something That Never Ended. Niente più stagionalità o collezioni uomo e donna, ma un festival (il Gucci Fest) lungo sette giorni, e una mini serie diretta proprio da Gus Van Sant a mo’ di presentazione della nuova collezione 2021.

Insomma, Michele ha messo in piedi una vera a propria Factory Warholiana dal sapore mediterraneo, un condensato multidisciplinare che mostra quanto arte e moda possano interagire in maniera fruttuosa e inaspettata. Ouverture Of Something è una mini serie decisamente sorprendente che ricorda a tratti il mondo dei fotoromanzi e delle fanzine tanto caro a Michele, ma anche la finta leggerezza e la spontaneità poetica di Van Sant. Quello che intriga, oltre all’opulenza e all’eleganza retrò degli abiti, è l’ambiguità delle storie raccontate, in apparenza semplici, ma nelle quali personaggi emblematici quali il filosofo e teorico Paul B. Preciado o le super star Billie Eilish e Harry Styles dicono la loro. Un’ode alla diversità quella proposta da Alessandro Michele e Gus Van Sant indubbiamente liberatoria e rigenerante. 

Demna Gvasalia, stilista georgiano dal 2015 alla testa della maison Balenciaga e creatore di Vêtements, brand ultra tendenza che della provocazione ha fatto il suo credo, è un altro esempio emblematico del legame fruttuoso tra moda e arte, lusso e subcultura. Grazie a Gvasalia, Balenciaga è diventato uno dei marchi più accattivanti e controcorrente degli ultimi tempi, miscela improbabile di minimalismo sovietico e consumismo occidentale. Per le sue sfilate/performance (ambientate in un McDonald’s parigino, o virtuali, in stile videogioco, come nel caso dell’ultima collezione autunno/inverno 2021) poche sono le super modelle presenti.

Al loro posto Gvasalia invita amici e conoscenti provenienti dal mondo dell’arte contemporanea (berlinese per lo più): la pittrice americana Eliza Douglas, l’artista modella Jane Moseley, il performer Antti Kettunen, l’architetta Neda Brady o la collezionista tedesca Karen Boros. Oltre a prestare la propria immagine, molti artisti duettano con l’universo dello stilista georgiano creando vere e proprie opere d’arte che stupiscono per la loro originalità e stravaganza: Jon Rafman con il suo video immersivo in forma di tunnel per lo show primaverile del 2019 o ancora Tabor Robak che ha utilizzato il logo della griffe per creare un video cyberpunk dai toni apocalittici.

In un’ottica decisamente più underground il giovane stilista scozzese Charles Jeffrey (attraverso il suo brand LOVERBOY) accoglie anche lui, all’interno del processo creativo, un’orda di amici artisti, musicisti, fotografi e muse per dare vita a un mondo stravolgente e über-inclusivo nel quale la follia dei club kids si amalgama con l’innocenza perduta di Peter Pan. Per la sua sfilata Autunno/inverno 19, modelli conosciuti hanno sfilato accanto a gente scovata su Instagram immersa in vasche da bagno piene di libri. Una vera e propria performance artistica che dimostra quanto le frontiere tra moda e arte (declinata in tutte le sue forme) siano permeabili e quanto il loro legame possa essere efficace e provocante. Aspettiamo con ansia la prossima mossa.