Bibliografia
Alessandra Sarchi, Il dono di Antonia, Einaudi 2020


Scappando dal passato e dalla vita

Nel romanzo di Alessandra Sarchi la resa dei conti di una donna con il passato, il presente, e forse anche il futuro
/ 25.01.2021
di Massimo Gezzi

Potrebbe sembrare una storia tutto sommato lineare, quella che Alessandra Sarchi racconta nel suo quarto romanzo, Il dono di Antonia (Einaudi, 2020): una giovane universitaria italiana con una borsa di studio in California, Antonia Fabbri, dona un ovulo a un’amica conosciuta a Los Angeles, Myrtha, che non può avere figli e ne desidera, per poi allontanarsi definitivamente da lei. Ventisei anni dopo Jessie, il figlio di Myrtha, che nel frattempo si è ammalata e gli ha svelato la vicenda della fecondazione eterologa, vola in Italia per conoscere la donatrice che gli ha fornito metà del suo corredo genetico e per ricostruire il suo passato.

Eppure faremmo un torto ad Alessandra Sarchi e al suo felice romanzo se ci accontentassimo di ricomporne così la trama e di indicare nelle vicende appena accennate i temi più importanti che i lettori incontrano in queste pagine eleganti e scorrevoli. Perché la storia che ci racconta Sarchi, in realtà, è ben più complessa e tocca nodi sentimentali ed emotivi che si intrecciano con l’azione principale: Antonia, infatti, ha una figlia adolescente con problemi alimentari, Anna, che rifiuta la vicinanza fisica della madre e si distacca progressivamente da lei. Così la protagonista, che ha scelto da parecchi anni di dedicarsi all’allevamento di capre da latte nella campagna intorno a Bologna, subisce ogni giorno dalla figlia, che la respinge e la combatte, la stessa scelta che lei ha compiuto ventisei anni prima, quando ha deciso di allontanarsi per sempre dall’amica californiana e da quel «figlio che non è figlio».

Il dono di Antonia è un libro che parla del gesto del donare – come suggeriscono il titolo e l’immagine di copertina – ma anche di distacchi, di abbandoni, di maternità, di paure e di nodi non risolti che a un certo punto della vita e del romanzo vengono proverbialmente al pettine: con grazia e intelligenza narrativa, Sarchi a un certo punto ci fa scoprire, per esempio, che il dono dell’ovulo forse è stato anche un modo escogitato da Antonia per rimediare simbolicamente al senso di colpa che provava per aver deluso sua madre, da cui da giovane, appena entrata all’università, era fuggita per sempre, come Anna ora fugge da lei. E se non cediamo al facile impulso di immaginare la fine della vicenda, ma ci soffermiamo a leggere tra le righe, ci accorgiamo che anche Antonia, come sua figlia, non ha abitato bene il suo corpo o ne ha avuto paura, specie quando l’idea o la realtà della gravidanza ne minacciavano l’integrità e l’armonia; o che la scelta di ritirarsi in campagna e di allevare capre, api e ortaggi è forse il modo che la donna si è costruita per continuare a fuggire la vita e il passato, illudendosi di potersi dimenticare di Myrtha e di Jessie.

È proprio l’amica, invece, a costringere indirettamente Antonia a fare i conti con sé stessa: il legame tra le due donne, per lunghi anni custodito solo dalla riproduzione di un dipinto che entrambe possiedono (l’enigmatica Pala di Brera di Piero della Francesca), all’improvviso si materializza nella figura di Jessie che vola in Italia e telefona ad Antonia per incontrarla.

Proprio questo incontro e il lungo racconto che la protagonista offre al figlio di Myrtha rappresentano il gesto che sembra garantire ad Antonia la possibilità di accettare la sua imperfezione, il suo passato e le sue paure. All’antico dono dell’amica, Myrtha risponde molti anni dopo con un altro dono che l’autrice si guarda bene dal decifrare sino in fondo, perché quello che succede in casa di Antonia, sui colli intorno a Bologna, ci viene soltanto suggerito dalle ultime pagine: così i lettori e le lettrici di questo romanzo, come accade di norma quando si incontrano libri importanti, lo chiudono con una risposta e un finale individuali.