Sappiamo ancora leggere?

La lingua batte - Come una pallina da flipper, sul web rimbalziamo da un testo all’altro spesso senza coglierne il senso. Con il rischio di andare in tilt
/ 27.09.2021
di Laila Meroni Petrantoni

Tempo fa mi sono imbattuta in un testo sul web in cui si parlava di «lettura a F o a Z». Nulla a che fare con un esame oculistico, con quelle lettere sul tabellone che diventano sempre più piccole: l’oftalmologia non c’entra, ma il riconoscimento del segno grafico legato alla comprensione del messaggio, quello indirettamente sì.

Lettura a F o a Z: pare che sia questa la modalità più frequente quando ci si trova di fronte a un testo proposto su uno schermo, grande o piccolo che sia. In sostanza, imitando la lettera F, sul web si tende a leggere per intero le prime righe, poi solo la metà di sinistra, poi si lascia perdere e non si termina la lettura. Del testo letto «a Z», invece, pescheremmo le prime righe, le ultime e qualche parola nel mezzo, in diagonale. Da questi tipi di lettura, inevitabilmente superficiali in quanto incompleti, si può arrivare a trarre solo conclusioni frettolose. Ma per il lettore, inappellabili: se correndo fra le parole il testo ci sembra interessante, meriterà una sosta di approfondimento, altrimenti avanti un altro, non pensiamoci più.

Perché lo dobbiamo confessare, noi tutti utenti della grande rete: abbiamo sempre fretta, i nostri occhi davanti a uno schermo vengono facilmente colti dalla frenesia, come se il tempo previsto per afferrare il senso di una notizia proposta sul web fosse cronometrato e noi ci sentissimo costretti a riconoscere alla velocità della luce l’utilità di quelle parole, oppure in alternativa a scartare il testo, oppure ancora ad autoconvincerci di avere già pescato il messaggio globale in poche frazioni di minuto.

«È tardi! È tardi!», gridava il Bianconiglio sfrecciando davanti all’incredula Alice. Ma perché mai non dedichiamo il tempo che occorre anche a un testo sul web? La domanda è di stretta attualità e impegna gli esperti, dai linguisti ai neurologi, tanto da averli già da qualche anno spinti a coniare l’espressione «lettura digitale», in competizione con quella tradizionale (su carta) e con quella «profonda» (quella che crea il nostro sapere, che incide la nostra memoria).

Associate alle peculiarità odierne della «lettura digitale», che per ora non gode di fama granché positiva, sono state coniate presto anche delle etichette che descrivono il nostro approccio al testo digitalizzato: si parla allora di skimming (la lettura si ferma alla superficie), di skipping (si saltano parti del testo), di browsing e scrolling (si «sfoglia» e si scorre velocemente il testo).

Se si vuole analizzare il fenomeno, attualmente uno dei riferimenti più quotati è Maryanne Wolf, neuroscienziata autrice del volume Lettore vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale (edito da Vita e Pensiero). La ricercatrice mette in guardia sui rischi che stiamo correndo con «l’immersione totale nell’ecosistema digitale», dove «il cervello tende a subire un sovraccarico informativo»: già una decina di anni or sono è stato stimato che in media ogni americano adulto deve far fronte ogni giorno a 34 gigabyte di informazioni. Il nostro cervello cerca di difendersi, e così tende a semplificare, legge «a raffiche», prova a scovare solo le priorità?

Maryanne Wolf sottolinea come sia importante imparare fin da piccoli a muoversi rapidamente fra il digitale e il tradizionale, attrezzarsi di un «cervello bi-alfabetizzato» che sia in grado di «concentrarsi nei processi di lettura profonda, quanto di muoversi rapidamente da un contenuto interessante all’altro».

Conclusioni simili sono state tratte anche da circa 200 studiosi da tutta Europa che nel 2018 hanno firmato la cosiddetta «Dichiarazione di Stavanger» (dal nome della località norvegese in cui si sono riuniti): «è necessario trovare i modi migliori per utilizzare i vantaggi di entrambe le tecnologie», saltando fra schermo e carta e viceversa.

La sfida alla quale è chiamata a rispondere in primis la scuola è proprio quella di insegnare ad affrontare anche un testo digitale in maniera profonda, impegnata, attenta. Nel contempo, di incoraggiare sempre e comunque la lettura su carta. «Vogliamo che i bambini imparino», conclude la Wolf, «che leggere richiede tempo e restituisce pensieri che rimangono anche dopo che una storia è finita». È questa la magia della lettura. Restituiamola a chi verrà dopo di noi.