Franco Clivio con uno dei suoi Manifolds (Lauren Burst)


Riflessioni intorno allo spazio

Al Museo Villa Pia a Porza le opere di Erich Lindenberg e di Franco Clivio in dialogo
/ 15.02.2021
di Alessia Brughera

La nascita della fondazione intitolata a Erich Lindenberg si deve alla pittrice Mareen Koch: prestando fede a una promessa fatta all’amico negli anni Sessanta, quando entrambi studiavano all’Accademia di Belle Arti di Monaco, ha deciso infatti di occuparsi del suo lascito artistico. A due anni dalla morte di Lindenberg, vede quindi la luce nel 2008, a Porza, questa istituzione il cui obiettivo principale è custodire e far conoscere al pubblico la produzione del maestro tedesco. 

Che la fondazione dedicata a un artista nato in Vestfalia e attivo principalmente tra Monaco e Berlino abbia sede in Ticino, è presto spiegato dal fatto che la Koch risiede da sempre nel nostro cantone e per poter svolgere con dedizione il suo incarico di presidente ha fatto confluire qui la nutrita raccolta di dipinti di Lindenberg. Quando nel 2012, poi, in stretto rapporto con la fondazione stessa, è stato creato il Museo Villa Pia, al lavoro di conservazione e di studio dell’opera del pittore si è affiancata l’organizzazione di eventi espositivi che, proprio partendo dai pezzi che costituiscono la collezione, innescano stimolanti dialoghi tra Lindenberg e figure del panorama artistico contemporaneo.

D’altra parte l’essenzialità che caratterizza il linguaggio dell’artista non rende difficile dar vita ad accostamenti interessanti in cui la pittura, seppur oggi considerata da molti una tecnica desueta e convenzionale, si confronta in maniera proficua con diversi mezzi espressivi, dalla fotografia alle arti applicate, dalla grafica alle installazioni.

Nella mostra ospitata fino alla fine di marzo nelle sale del museo di Porza, sospesa fino alla fine di febbraio a causa della pandemia, l’abbrivio è dato da un nucleo di lavori di Lindenberg dal titolo Piccoli quadri spaziali, otto serie di dipinti realizzati nel 1999 (presentati per la prima volta al pubblico nella loro totalità) in cui l’artista medita sul concetto di spazio. In queste opere l’armoniosa scansione delle campiture geometriche e gli accurati accostamenti cromatici generano nitide composizioni astratte dall’impeccabile equilibrio formale che tradiscono la sintesi grafica appresa da Lindenberg negli anni di studio alla scuola di arti applicate di Essen. 

Di particolare interesse sono le sequenze in cui l’artista celebra alcuni grandi maestri dell’arte catturandone le suggestioni coloristiche e spaziali per poi rielaborarle nel suo peculiare linguaggio capace di compendiare sulla superficie tutti gli elementi in gioco. Ecco allora che nelle opere dedicate a Jan Vermeer si ritrovano le tinte e i tagli di luce dei suoi mirabili interni domestici, in quelle che omaggiano Francis Bacon emergono in primo piano le ambientazioni architettoniche dei suoi potenti ritratti, e, infine, in quelle intitolate a Edward Hopper affiorano gli azzurri delicati e le vedute inerti dei suoi quadri intrisi di solitudine. 

Così come accade nei dipinti di Lindenberg, lo spazio è protagonista anche nell’indagine dell’artista svizzero Franco Clivio, i cui lavori sono stati accostati nella rassegna di Porza a quelli del pittore tedesco proprio per offrire un valido spunto di riflessione su questo tema fondamentale. 

Clivio, classe 1942, si forma alla Hochschule für Gestaltung di Ulm, istituto di progettazione grafica e di disegno industriale che raccoglie, nel secondo dopoguerra, l’eredità di scuole quali il Bauhaus. È qui che l’artista impara a concepire il progetto come un’attività razionale con una precisa finalità, sviluppando quelle abilità che lo hanno fatto diventare un apprezzato designer. Nella sua lunga carriera ha ideato prodotti per numerose aziende, e basta forse citare una delle sue invenzioni più note, la penna a sfera Pico (corta quando deve essere riposta in tasca e lunga quando deve essere impugnata), per capire quanto Clivio riesca ad abbinare una solida conoscenza tecnica a una brillante creatività. 

Lontani dalla funzionalità pratica che contraddistingue la sua produzione nell’ambito del design, i lavori di Clivio esposti in mostra sono oggetti di recente realizzazione (anche se, come ben documentato a Porza, occupano la mente dell’artista già da diversi anni) destinati a essere del tutto autonomi, raggiungendo così lo status di vere e proprie opere d’arte.

Si tratta di strutture filiformi, costituite da sottilissimi tubi color oro, che si dispiegano nello spazio originando forme transitorie ogni volta uniche e irripetibili. Frutto di una mente audace e al tempo stesso sistematica, queste composizioni leggere, quasi immateriali, dall’estetica accattivante richiamano da una parte le ricerche dell’arte concreta, finalizzate al concepimento di puri giochi di forma-colore liberi da qualsiasi riferimento figurativo, dall’altra le indagini attuate nel campo dell’arte cinetica, fondate sulla sperimentazione dei fenomeni della percezione visiva e del movimento. 

L’artista ha emblematicamente denominato questi lavori Manifolds, nel senso di «molteplici», «variegati», proprio perché dal loro dinamismo scaturiscono geometrie che sollecitano l’occhio e la mente dello spettatore, chiamato ludicamente a interagire con l’opera stessa nella creazione di illimitate configurazioni. Con i suoi oggetti dagli effetti metamorfici inattesi, Clivio ci permette di vivere lo spazio in maniera sorprendente, divertendosi a interpellare la nostra capacità di comprensione del suo multiforme e raffinato universo inventivo. 

Nella saletta che occupa il piano terra del museo, al visitatore curioso è offerta anche la possibilità di visitare una piccola mostra dedicata ad Adriana Beretta. Sono qui radunate alcune opere eseguite durante il lockdown in cui l’artista ticinese, attraverso la scomposizione e la ricostituzione iconica di una casa, medita sulla modulazione dello spazio domestico, un luogo mai come in questo periodo così carico di significati.