Bibliografia
Milena Agus, Un tempo gentile, Milano, Nottetempo, pp. 197.


Per un tempo diverso

Nel suo ultimo romanzo la scrittrice italiana Milena Agus racconta sfide e dubbi legati all’arrivo dei migranti in un piccolo paese del Sud
/ 16.11.2020
di Laura Marzi

Ci sono autrici e autori con cui si ha la sensazione di essere in confidenza, come se ci fosse non solo ammirazione per i loro testi, ma una sorta di compatibilità di carattere, basata solo sulla lettura certo, ma non per questo meno evidente, meno forte. L’autrice sarda Milena Agus è una di quelle scrittrici con cui è abbastanza facile instaurare questa relazione di desiderio letterario, perché nella sua produzione, tutta edita da Nottetempo, non ha dato delusioni alle sue lettrici e ai suoi lettori, raccontando storie in cui la realtà scintilla, come se fosse magica e la lingua è tanto semplice quanto precisa.

Il suo ultimo romanzo Un tempo gentile non sfugge a questa combinazione stilistica né all’approccio giocoso che contraddistingue lo sguardo di Agus, ma questa cifra dell’autrice che tanto piacere dà nella lettura colpisce particolarmente in questo romanzo, perché il tema che sceglie di raccontare qui è anche una delle questioni più complesse e dolorose della nostra contemporaneità: i migranti.

Donne, uomini e bambini di cui non conosciamo con precisione il numero arrivano in un paesino del Campidano, a sud della Sardegna, dalla Siria e dall’Africa, dopo essere sopravvissuti all’attraversamento del Mediterraneo su imbarcazioni gestite da trafficanti di esseri umani e avere vissuto in diversi campi profughi: «si gettarono nelle strade del nostro paesino e fu chiaro per tutti noi che aver stirato le lenzuola, reso brillanti i pavimenti, strofinato le pentole e i rubinetti fino a farli diventare luccicanti era stato inutile». A raccontare l’arrivo e la permanenza dei migranti è una donna di cui sappiamo solo che, come scrive Agus, è una delle «vecchieggianti».

Tutta la storia della permanenza dei migranti, che nel corso del romanzo vengono sempre nominati «gli invasori», è raccontata da «la voce narrante», che fa parte del «coro delle paesane». All’inizio istintivamente anche loro si sentono minacciate dall’arrivo di queste persone straniere e diverse, che alterano irrimediabilmente il ritmo delle loro esistenze. Ciò che le spingerà invece molto velocemente a recarsi al «rudere» dove è stato permesso ai migranti e ai volontari di accamparsi, sarà semplice curiosità, o la noia.

Le paesane non hanno più molto da fare, se non lustrare le case e i panni: i figli se ne sono andati e non tornano mai al paese, neanche per le feste comandate. Non ci sono bambini, non c’è lavoro, non ci sono nuove storie, da conoscere e raccontare, su cui fare pettegolezzi o grandi riflessioni. «Gli invasori» riportano la vita nel loro paese: senza nessuna retorica, finanche senza alcun riferimento politico le «vecchieggianti» iniziano ad aiutare i migranti, a conoscerli e si contrappongono così a quella parte del paese che non accetterà mai la loro presenza.

Con un approccio che potrebbe sembrare fiabesco o almeno parecchio edulcorato, Agus racconta invece della realtà di molti paesini sparsi su tutto il territorio italiano, non solo nel sud dove i borghi abbandonati sono davvero tantissimi. Luoghi in cui abitano ormai per lo più persone anziane, posti in cui l’emigrazione ha lasciato vuote intere strade, case, che solo a volte vengono riaperte in estate. E non a caso molti dei migranti non vogliono restare in quel paesino semiabbandonato così lontano dall’Europa che sognano, per cui hanno rischiato la vita.

Allora, più che alla fiaba, Un tempo gentile può essere associato alla favola, che invece propone sempre un insegnamento. O forse ancora più precisamente a un testo del teatro greco, come lasciano pensare i cori di paesane e paesani, di nere e neri, protagonisti nel romanzo. Un testo che può essere letto come una tragedia, se ci soffermiamo sulle vite degli «invasori». Per esempio su quella di Said Amal, ingegnere, che è dovuto fuggire dalla Siria perché perseguitato come oppositore politico e che il meglio che può immaginarsi per il suo futuro è riuscire ad aprire una friggitoria di falafel. O su quello che è successo a Tessy sul barcone con cui è approdata in Italia, sul figlio che nasce dalla violenza di uomini sconosciuti. Oppure Un tempo gentile può essere una commedia in cui «le vecchieggianti» riprendono a fare sogni erotici suggestionate da storie d’amore che nascono, dal ritorno della vita, molto semplicemente.

Sta alle lettrici e ai lettori decidere poi se sia più tragico dover abbandonare la propria patria o vivere in un posto abbandonato da tutti, anche dai propri figli. Agus mette semplicemente in scena la beffa del mondo, mostrando come potrebbe essere facile unire queste due tragedie e trasformarle, almeno per un po’, in un Un tempo gentile.