Per parlare del tempo

Riflessione su un tema complesso e antico come l’uomo, prendendo spunto dall’ultimo libro del fisico Carlo Rovelli (seconda parte)
/ 18.09.2017
di Maria Bettetini

Grazie ad Einstein lo sappiamo: il tempo che scorre esiste, ma non è assoluto, separato da ciò che scorre; e misura il divenire, ma non è «altro» dal divenire. Il tempo diventa intrinsecamente legato allo spazio, i due sono il campo gravitazionale, una sorta di tovaglia (scossa dalle onde, vi ricordate la scoperta resa nota pochi mesi fa?) curva e dinamica. Stiamo perdendo anche il tempo? No, stiamo diventando più coscienti dell’inadeguatezza delle nostre rappresentazioni.

Perché se poi accettiamo le teorie quantistiche, dovremmo parlare di cosa accade a grandezze come dieci alla meno trentatrè e scoprire che laggiù anche la «tovaglia» dello spazio-tempo sarebbe così miniaturizzata da non poter più supportare calcoli non solo di prima e di dopo, ma solo di istantanea relazione con un oggetto. Abbiamo così un mondo fatto da più spazi-tempi che possono essere misurati solo nel momento in cui c’è un contatto tra «oggetti». La famosa azione del misurare che condiziona la misura: creando il contatto tra strumento di misurazione e misurato, questo subisce un condizionamento. E qui la scienza indaga, e il mistero è ancora tanto.

E noi, bipedi implumi, come direbbe Paperino, noi inutili scimmie nude con gli occhi fissi all’orologio, che corriamo perché sempre a rischio ritardo, che siamo abili a infilare un altro adempimento nel tempo tra un impegno e l’altro? Noi che siamo certi della dimensione infinita del tempo durante il quale il dentista s’avvicina troppo a un nervo, che imprechiamo disperati al finire del tempo con la persona amata e lontana, che prendiamo a pantofolate la sveglia perché suona già, troppo presto. Per non dire di noi che abbiamo sempre pensato Dio come un giardiniere grande grande che fa op! sistema accende la luce e poi mette i suoi animaletti preferiti nel giardino, state lì ma non toccate l’albero della conoscenza del bene e del male. Noi che ci siamo convinti dell’evoluzione che, diamine, è evidente: dopo il big bang, prodotto da Dio, prodotto da solo, prodotto da tutti gli spiriti uniti, quell’ammasso esploso si è espanso nel tempo, e dopo miliardi di anni eccoci qui, su questa terra in queste condizioni fisiche e spirituali, inseriti in una cosa che a un certo punto abbiamo chiamato Storia, dal greco che a sua volta ha una radice indoeuropea ístōr, «colui che ha visto» e quindi può raccontare, anzi meglio può lasciare traccia di ciò che ha visto, perché ormai sa scrivere. Che cosa è di noi, così lontani dalla verità dei campi, dal campo gravitazionale dello spazio-tempo, dal non divenire profondo della materia, dal divenire che muta se misurato? 

Per fortuna ci soccorre ancora Rovelli: quando dopo 150 paginette scrive «e allora torniamo finalmente a noi stessi». Sollievo. Noi, col nostro punto di vista sul mondo e il nostro interagire sociale. Noi, dotati del formidabile strumento della memoria: «è la memoria che salda i processi sparpagliati nel tempo di cui siamo costituiti» (a questo punto evitiamo almeno l’ingenuità di sentirci messi in un tempo, come un criceto nella gabbietta). Scriveva Agostino nelle Confessioni che quando mi domando che cosa sia il tempo, dopo il ben noto sconcerto, mi trovo senza presente, già passato (da qui anche la tartaruga e Achille), e ovviamente senza futuro, che non c’è ancora, e senza passato, che non c’è più. Dov’è finito dunque il tempo? Con passaggi che Rovelli ben illustra e noi saltiamo, si scopre che il tempo è dato dalla memoria: ricordando il passato posso immaginare il futuro (che altrimenti sarebbe vuoto), posso trattenere un presente che sempre passa. «Il tempo è allora la forma con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità».

E, aggiunge Rovelli, del nostro dolore. Della nostalgia, che non sarebbe senza ricordo. Della malinconia, che non sarebbe senza un’ipotesi di futuro, basata sul ricordo del passato. Allora, qualunque cosa sia il tempo, per fortuna nessuno potrà toglierci il nostro tempo, quel tesoro prezioso di ricordi: emozioni e immagini che nessun altro possiede come noi, uguali a noi. Sarà difficile che l’umanità comprenda cosa è il tempo, ma a te nessuno toglierà il tuo tempo, a me nessuno toglierà il mio. / (Fine)