Gianluigi Bellei, Kan Mangok Tier (South Sudan), 2020


Per chi non ha voce

/ 01.02.2021
di Ada Cattaneo

La condizione dell’essere umano nella società sembra essere il tratto che sottende a tutto il dialogo con Gianluigi Bellei. I lettori di «Azione» sono abituati a seguire le sue recensioni, ma in questo caso i ruoli si invertono e l’attenzione si sposta sulla sua opera artistica, che ha sempre avuto una valenza di indagine sull’uomo. La sua produzione non ha solo un esito visivo, ma anche un costrutto sociologico che viene espresso tramite immagini e il cui significato politico non è mai dissimulato.

Se già con la serie Homeless 2014 si era dedicato a coloro che non hanno una casa dove rifugiarsi, con Progetto 100 lo stesso tema si interseca a quello delle migrazioni. Popolazioni che solo qualche decennio addietro erano relegate all’esterno dell’Occidente vi arrivano oggi in grandi flussi. Nella grande maggioranza dei casi i loro spostamenti sono causati dalla necessità di sopravvivenza e troppo spesso il loro destino finisce per essere quello di affrontare uno stato di indigenza estrema. I volti testimoniano gli affanni e le disavventure trascorse. Raccontare tutto questo significa restituire loro almeno una parte di dignità. Nelle difficoltà della situazione, non si deve annullare la pluralità delle loro esperienze. L’impegno di Gianluigi Bellei per raccogliere alcune di queste storie è testimoniato in un libro edito da Edizioni Imago, la cui genesi viene raccontata in questa conversazione.

Quando ha deciso di dedicare un nucleo importante dei suoi dipinti alla rappresentazione di persone senza dimora?
Io sono originario di Bologna. Quando ero giovane, in città c’era un signore con una gran barba che stazionava nella stessa zona in cui avevo il mio studio. Era un senzatetto, ma non chiedeva l’elemosina. Allora i senzatetto erano una rarità. Ora la situazione è diversa, ma allora c’era solo lui. Gli feci una fotografia, perché era un personaggio che mi affascinava molto. Ad anni di distanza, mi sono ritrovato a guardare quell’immagine che arrivava dalla mia gioventù. È stato allora che ho deciso di dedicare un progetto ai senzatetto, Homeless 2014. Nel corso dei miei viaggi a Milano, Parigi, Barcellona, ho quindi avuto modo di scattare una serie di fotografie a persone senza una dimora, a partire dalle quali ho realizzato i ritratti.

Come è nato Progetto 100?
Quando ho finito la serie di dipinti per Homeless 2014, ho avuto un attimo di incertezza su come continuare. Ho scelto di proseguire sulla stessa scia e mi sono imbattuto in una organizzazione non governativa – Found for Peace – che aveva dato incarico ad alcuni fotografi di scattare immagini di persone che vivevano in povertà in vari paesi del mondo per il progetto Bottom Hundred (bottomhundred.org). Ho contattato l’associazione e ho chiesto il permesso di lavorare su queste foto. Da queste scene, ho scelto di estrapolare solo i ritratti e di tralasciare invece l’habitat in cui sono state raffigurate.

Cosa la motivava ad approfondire su questo progetto già esistente?
C’erano diversi motivi che mi attiravano. Prima di tutto perché generalmente si ritraggono le persone importanti, le persone che contano. Questo avviene da sempre e continua ad essere vero ancora oggi, anche se l’arte figurativa non è più in auge dopo le varie sbornie astratte e minimaliste. Ne scaturiscono oggetti facilmente vendibili e che presentano una certa mistica. Pur nella possibile bruttezza della persona ritratta, emergerà il suo stato sociale, la sua condizione e tutta la ricchezza e la bellezza che la circonda. È invece piuttosto improbabile che venga acquistato il ritratto di un volto sconosciuto. Tutto il contesto sfavillante viene a mancare. Le persone comuni, magari un po’ scarmigliate, non hanno nulla di mistico, né di altisonante. Eppure è forse proprio questo il motivo che le rende così interessanti ai miei occhi. Vedendo queste cento figure insieme si capisce che ognuna è un caso a sé. Pur in una condizione simile fra loro, pur avendo in comune la povertà, nel ritratto emerge la specificità di ognuno.

Ci racconta come è avvenuta la produzione di questa serie
Mi sono dato l’obiettivo di cento ritratti. A dire la verità, quando ho cominciato, temevo di non finirli. Ho cominciato utilizzando la pittura ad olio, ma cento ritratti a olio sono lunghi da realizzare: io lavoro lentamente, come si lavorava nel Rinascimento, a velature successive. Devo quindi attendere che asciughi uno strato prima di poterne stendere un altro e tornare a lavorarci. Posso procedere con due o tre alla volta, ma ci vogliono pur sempre cinque o sei mesi per finirne uno, perciò ero un po’ demoralizzato. In passato ero riuscito a realizzarne 20 o 25 al massimo in due anni. Poi è arrivata questa pandemia e l’ultimo giorno in cui sono potuto uscire di casa, sono andato nel mio studio, ho preso gli acquerelli e durante i mesi di isolamento in casa, ho finito tutti e cento i ritratti, scegliendo questa volta l’acquerello.

In passato aveva già utilizzato quest’idea della serie di ritratti per Progetto Père-Lachaise, 28 maggio 1871, dedicato a coloro che presero parte alla Comune di Parigi. È un suo modo per svolgere un’indagine sulla collettività e raffigurarne la condizione sociale, il contesto?
Anche nel caso del lavoro sulla Comune non c’era un unico personaggio interessante che gravitava attorno a quell’avvenimento. Mi importava concentrarmi sull’intera situazione. È una sorta di racconto: anche un singolo dipinto può essere una narrazione, ma qui il racconto diventa corale. Mi interessa quando una situazione è generalizzabile: nel Progetto 100 le persone sono accomunate da una loro situazione sociale, pur venendo da paesi diversi. È significativo che nessuno di loro sia occidentale: la povertà esiste anche da noi, ma viene vissuta diversamente.

Al termine del volume il lettore trova una bustina di spezie molto profumate. Da dove arriva?
Anche se è ormai da un anno che non si può viaggiare, ero solito andare a Parigi con una certa regolarità. Proprio in uno di quei negozi della città che vendono solo spezie, ne ho comprate molte diverse. L’idea originale era di presentarle nella mostra insieme ai ritratti, su un grande tavolo da poter annusare e portare a casa. Data la situazione, la mostra non c’è stata. Quindi ho deciso di allegare una bustina a ognuno dei libri. Sono odori e sapori molto diversi dai nostri, peculiari di ciascuna cultura e spesso difficili da accettare per gli altri.

Per chiudere, vorrei chiederle cosa comporta coniugare il lavoro di autore con quello di critico?
Mi è sempre piaciuto scrivere. È un complemento di ciò che faccio. Ho iniziato a scrivere già all’università, raccontando quello che altri non raccontavano. Dopo sono venute le recensioni. Scrivere – seppure sia per me molto più difficile che dipingere – mi aiuta a capire. Ogni volta che vedo una mostra, mi serve a imparare meglio da essa. La scrittura integra e non sostituisce l’attività artistica. E poi c’è anche una componente politica, che è sempre stata con me. Perciò nell’arte ho sempre guardato all’essere umano, soprattutto alla sua condizione all’interno della società.