Dove e quando
Vincenzo Vicari Fotografo. Il Ticino che cambia. Lugano, MASI, Palazzo Reali. Orari: ma-me-ve 10.00-17.00; gio 10.00-20.00; sa-do e festivi 10.00-18.00; lu chiuso. Fino al 10 gennaio 2021. masilugano.ch

Vincenzo Vicari, Autoritratto su una scala, 1938 (Archivio storico della città di Lugano)

Vincenzo Vicari, Diga del Lucendro, 1953 (Archivio storico della Città di Lugano)


Omaggio a Vicari

A colloquio con Francesco Vicari, nipote di Vincenzo, il pionieristico fotografo che immortalò il Canton Ticino
/ 07.12.2020
di Giovanni Medolago

È in corso un doveroso omaggio a Vincenzo Vicari, il fotografo per eccellenza della Svizzera italiana. Sotto il titolo Il Ticino che cambia si propongono diverse mostre che cercano di riassumere l’attività di Vicari, protrattasi dal 1930 al 1987. Oltre mezzo secolo, con un patrimonio di oltre 300mila scatti (!) che Damiano Robbiani – collaboratore dell’Archivio storico della città di Lugano – ha cercato appunto di riassumere in una serie di esposizioni sparse per il Ticino. Osservatore attivissimo del suo tempo, attraverso migliaia di immagini Vicari ci ha lasciato una testimonianza unica su avvenimenti all’epoca d’attualità, spaziando volentieri tra quelle che sono state le sue principali passioni, accanto ovviamente alla fotografia: il calcio, la pesca e il volo, del quale approfittò per innumerevoli riprese dall’alto che oggi possiamo tranquillamente definire pionieristiche.

Abbiamo voluto parlare del fotografo con suo nipote Francesco Vicari, già altissimo ufficiale del nostro esercito (raggiunse il prestigioso grado di Divisionario), il quale ebbe modo di seguire da vicino il lavoro di Zio Vincenzo. «Il suo affetto per me nacque probabilmente da un evento tragico: la scomparsa di suo fratello Francesco – per questo mi fu imposto lo stesso nome –, vittima giovanissima di un incidente motociclistico».

Le prime volte che Francesco seguì lo Zio Vincenzo fu al Campo Marzio, dove giocava allora il Football Club Lugano, a due passi da Casa Vicari in Viale Cattaneo: «Aveva così premura per me che mi sistemava dietro una porta. Sctà chì, di volt da mia ciapà na quei balunada, si raccomandava mentre lui scendeva a bordo campo per cogliere il più vicino possibile la partita. Prima di arrivare alla cassa, mi metteva in mano qualche apparecchiatura, così passavo anch’io come addetto stampa! Avevo dieci anni quando il Lugano vinse il campionato e potete immaginare il mio entusiasmo. Ma dopo la partita c’era sempre un gran lavoro da svolgere. Ricordo che – per fare il più in fretta possibile – dovevo passare il phön sui tanti negativi appesi con le mollette, i provini dai quali poi Zio Vincenzo sceglieva i migliori per essere sviluppati».

Ma perché tanta fretta?
Diciamo che la velocità era nel suo DNA. Sulla sua auto raggiunsi per la prima volta i 100 km orari, sulla Cantonale perché allora non c’era l’autostrada e per fortuna non c’erano ancora nemmeno i radar! Mario Agliati ricorda (ne I primi 85 anni, n.d.r.) che sulla macchina guidata da Vincenzo per raggiungere un convegno di giornalisti a Varese si andava così forte che Aldo Patocchi gli intimò più volte Va pian Vicari, che gh’u a cà trii fiöö! Per tornare alla sua domanda, va aggiunto che Zio Vincenzo collaborava con «Tipp», rivista sportiva stampata a Zurigo. Per fare in modo che le foto giungessero in tempo utile per «uscire» già il lunedì, correvamo alla stazione e affidavamo le foto al macchinista dell’ultimo treno in partenza verso Zurigo, dove all’Hauptbahnhof lo attendeva un fattorino del «Tipp», il quale a sua volta galoppava poi verso la redazione. Fu felice quando un suo scatto di Sergio Bernasconi detto Cirèla – uno degli artefici della vittoria in campionato – che salta il portiere avversario in uscita, elegantemente e col dovuto fair play, finì in prima pagina.

Un attimo movimentatissimo epperò fermato da un click!
Feci da cavia per testare un nuovo apparecchio che Zio Vincenzo aveva appena acquistato e che prometteva appunto immagini nitidissime anche riprendendo il movimento. Mi fece saltare una ventina di volte da uno sgabello per capire come utilizzare la sua nuova macchina fotografica. Per fortuna non mi feci male!

Sembra che Vicari avesse sempre una fretta tremenda…
Davvero, però ciò non impediva a Zio Vincenzo di svolgere sempre al meglio il suo lavoro. Quando veniva chiamato a documentare un matrimonio, lui assisteva alla cerimonia. Poi, quando gli invitati si godevano il ricevimento, correva in laboratorio e prima ancora che finissero i bagordi, gli sposini avevano già tra le mani un album bell’e fatto!

Vincenzo fu un pioniere anche per quel che riguarda i cosiddetti filmini, le prime immagini in movimento a disposizione del pubblico…
Non credo che ne fosse entusiasta, ma colse le potenzialità commerciali del nuovi 16 mm. Ne acquistò un tot in diversi negozi dei suoi colleghi ticinesi, pagandoli poco perché nessuno li voleva. Realizzò delle riprese a Lugano e, la sera, seguitò a proiettare il filmino fuori dal suo negozio fino a quando la polizia lo invitò ad arretrare lo schermo, poiché la ressa di spettatori divenne tale da rischiare di intralciare la circolazione!

Accanto al talento, dunque, Vincenzo Vicari aveva anche un certo fiuto riguardo gli affari...
Certo, del suo lavoro doveva pur vivere e mantenere la famiglia. Per lui, tuttavia, accanto al rispetto per il committente, restava sacro il principio di realizzare una bella foto. Non credo si ponesse il quesito foto artistica: a lui bastava solo la domanda l’è bèla o no? E scartava senza remissione quelle che non rispondevano a tale requisito.

Abbiamo ricordato la sua grande passione per il volo…
Ebbe la fortuna di volare con molti assi dell’aviazione nostrana. Accompagnò tra gli altri Monzeglio e Bucci sui loro Piper. Ricordava l’ebbrezza dell’aria, perché per realizzare foto e filmati doveva gioco forza sporgersi dal finestrino. Rischiò più volte la vita: doveva essere sul volo della Squadriglia ticinese del Comandante Bacilieri quando un ordine gli impose di aspettare la squadriglia al rientro a Dübendorf, dove doveva atterrare e dove purtroppo non giunse mai perché si schiantò sul Muotatal. Fu una tragedia ancora nel cuore dei ticinesi più anziani.

Tornato a terra, dedicò un lavoro particolare al quartiere del Sassello.
Credo che fosse affezionato a quelle stradine e a quei viottoli. Non fu certo entusiasta della decisione di abbattere quello che era il quartiere più popolare della sua città.

Dobbiamo ancora parlare della pesca, altra passione di Zio Vincenzo.
Ho due aneddoti da raccontare, sebbene distanti dalla fotografia. Il primo risale a un’uscita al lago Tremorgio che Zio Vincenzo intraprese quando ancora non c’era la comoda funivia con mio papà Guido, che per la verità non amava molto ami e lenze. Vincenzo invece aveva già messo nel cestello alcune trote, quando disse al mio papà vöri nà là in funt al lag, sctà chiì e specium. L’attesa si protrasse tuttavia così a lungo che mio padre, colto dai morsi della fame, mise su un’improvvisata griglia le trotelle e al suo ritorno Vincenzo dovette accontentarsi del loro aroma fuligginoso! Il secondo risale a quando Zio Vincenzo acquistò un marchingegno elettrico che, una volta immerso nell’acqua, attirava i pesci per una pesca davvero miracolosa. Purtroppo ebbe l’idea di portare con sé in quell’uscita in barca un alto funzionario di polizia. Risultato? In poche settimane quel marchingegno divenne vietato!