Dove e quando
Olafur Eliasson: Symbiotic Seeing. A cura di Mirjam Varadinis. Kunsthaus, Zurigo. Fino al 22 marzo. Catalogo edizioni Snoeck-Verlag, fr. 39.–. eliasson.kunsthaus.ch

Olafur Eliasson (foto Franca Candrian © 2020 Olafur Eliasson)


Noi siamo Gaia

Olafur Eliasson al Kunsthaus di Zurigo
/ 10.02.2020
di Gianluigi Bellei

Abbiamo scritto su queste colonne di Olafur Eliasson nel 2010 in occasione di una sua mostra al Martin-Gropius-Bau di Berlino intitolata Innen Stadt Außen (dentro la città e fuori). Lo abbiamo definito un artista visionario e fantastico, un mago della luce. Fino al 22 marzo presenta una nuova installazione al Kunsthaus di Zurigo. Quindi vicino a noi. Bisogna andare per forza. Anche perché Eliasson è uno dei più importanti e interessanti artisti contemporanei. Non lo dico io, che sarebbe risibile, ma le voci maggiormente autorevoli dell’arte. Se ancora non lo conoscete, prima di partire, potete leggere An Encyclopedia. Studio Olafur Eliasson, edizioni Taschen, del 2012; non proprio aggiornato, quindi, ma utilissimo. Da qui ho rapinato alcune suggestioni scritte da Philip Ursprung.

Appena arrivati al Kunsthaus dovete acquistare, ho scritto dovete, un esemplare di Little Sun. Una splendida lampada a energia solare creata da Eliasson nel 2012 da distribuire nei paesi che non hanno accesso all’energia elettrica (per maggiori informazioni: littlesun.com). Personalmente ne ho comprate qualche anno fa una decina da regalare.

La prima cosa da sapere è che Eliasson, come tutti i grandi artisti, non lavora da solo. Se pensate che Tiziano, Michelangelo, Rubens e compagnia bella abbiano realizzato da soli tutti i loro innumerevoli dipinti vi sbagliate. Al loro servizio lavoravano decine di persone. Ognuna di esse con uno specifico compito: preparare i pennelli, pulirli, macinare i pigmenti, mesticarli, emulsionarli, bucherellare i disegni, farne lo spolvero, preparare le tavole con il gesso, dipingere gli sfondi, i mantelli. Insomma, fare la maggior parte del lavoro. D’altronde essere a bottega da un artista rinomato era una garanzia per il futuro. Nel Rinascimento il tirocinio iniziava con l’apprendistato per poi trasformarsi da tirocinante ad aiuto. Ma non tutti gli aiuti erano allievi.

Arnold Hauser scriveva nella Storia sociale dell’arte che alcuni padroni di queste botteghe «sono impresari più che artisti e di solito assumono le ordinazioni per poi farle eseguire da un pittore adatto». Un miscuglio stilistico che rende difficile autografare una singola opera. Nelle botteghe degli artisti non uscivano solo quadri ma anche stemmi, bandiere, decorazioni per le feste, insegne… Insomma, c’era uno spirito collettivo e gerarchico tipico delle corporazioni. Gli atelier sono sopravvissuti sino al termine dell’Ancien Régime. Poi una nuova ondata. Pensate alla fine del XIX secolo a quelli di Hans Makart o Wilhelm Lenbach a Monaco. Ritrattisti dell’alta borghesia che si definivano principi dei pittori e vivevano in ville lussuose. Nella società industrializzata basata sulla suddivisione del lavoro questi atelier rappresentavano un modello alternativo e compiuto di produzione. Negli anni Sessanta del secolo scorso Andy Warhol nella sua Factory crea una commistione fra privato e professionale.

Lo studio di Eliasson è uno dei più grandi di questi decenni. Qui si lavora soltanto e non si fanno feste o ci si dorme. Vi operano una trentina di persone fra architetti, designer, ricercatori e operatori multimediali. Per la realizzazione del Weather Project nel 2003 alla Tate Modern di Londra, opera che rende Eliasson famoso in tutto il mondo, gli specialisti del museo hanno dovuto dare forfait, e l’artista ha dovuto costruirla per intero nel suo atelier in modo che alla Tate potesse essere unicamente montata.

Tre, grosso modo, gli interessi in cui si suddivide il suo lavoro: la luce, la geometria e la natura. A Zurigo si possono vedere tutti. Da Escaped Light Landscape, con una sequenza di giochi di luce che si intersecano fra loro mutando colore e aspetto, a Weather Orb, quattro poliedri con un nucleo a forma di icosaedro e lo strato esterno composto da ottagoni, esagoni e quadrati. Alcune facce dei poliedri sono coperti da pannelli di plastica che interagiscono per produrre del colore che cambia con il movimento degli spettatori. Il più stupefacente è ovviamente Symbiotic Seeing creato appositamente per il museo e situato in una grande sala al centro del percorso. Qui una serie di laser nella stanza buia proiettano fasci di luce. In alto vortici colorati cambiano continuamente a seconda dello spostamento dei visitatori e del loro calore corporeo. Si può ammirare sdraiati o seduti per terra, immersi in una rada nebbiolina profumata.

Insomma, il mondo circostante muta anche in rapporto alle nostre azioni e di questo dobbiamo essere consapevoli. Anche perché Eliasson sostiene che il nostro corpo contiene per esempio batteri e funghi come altre specie, animali o meno, e che la somma di tutto questo è il nostro mondo. L’artista è intrigato da personaggi come Donna Haraway, teorica del postumanesimo, e dal filosofo Timothy Morton. Ambedue chiedono una giustizia ambientale multispecie che tenga conto degli interessi degli umani e dei non umani.

Senza addentrarci in problematiche complesse come quelle relative all’ecologia – oggi ne parlano «tutti», con la voglia legittima di salvare il pianeta, come qualche anno fa «tutti» volevano la pace nel mondo – ci limitiamo unicamente a qualche suggerimento per un ulteriore approfondimento personale. D’altronde l’arte non cerca di dare risposte ma solo di porre delle domande. Ed Eliasson cita Lynn Margulis con la sua teoria endosimbiotica e l’«Ipotesi Gaia» secondo cui «la terra con tutto l’insieme dei suoi ecosistemi abbia le proprietà di un superorganismo e che, in quanto tale, sia capace di interagire e di regolare lo stato dell’atmosfera e del clima».

Concludiamo proponendo le parole di Timothy Morton il quale, in un testo del 2010 riprodotto in catalogo, si chiede «se gli animali possano apprezzare l’arte». E la calotta polare?, aggiungiamo noi.